Zaida Capote Cruz – Mai abbassare la guardia

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Zaida Capote Cruz è una valente ricercatrice di Letteratura e Linguisti presso l’Istituto José Antonio Portuondo. Di recente ha suonato il campanello di allarme sulla delicata questione dell’aborto. A Cuba, fin dai primissimi anni della Rivoluzione, è un diritto di tutte le donne. Nel resto dell’America Latina, solo nella capitale del Messico e in Uruguay, da pochi anni, è ammesso con varie restrizioni. La Chiesa cubana sembra stia tornando all’attacco ma comincia a serpeggiare anche una certa preoccupazione statale per la decrescita della popolazione. Capote annusa il pericolo e ci mette sull’avviso.

 

Durante una tavola rotonda sul discorso politico in uno degli incontri mensili della rivista “Temas”, nel bel mezzo dello scambio con il pubblico, ho parlato dell’aborto e della posizione di vulnerabilità di questo diritto conquistato già da tanto tempo dalle donne cubane. Da un lato mi preoccupa l’insistenza sulla necessità di stimolare la maternità come chiave del dilemma della diminuzione della popolazione che Cuba sta attraversando, eludendo o considerando meno decisivi altri fattori come l’ingente emigrazione negli Stati Uniti –che dovrebbe essere diminuita un po’ dopo la revoca della legge chiamata di “piedi asciutti, piedi bagnati”-, o l’inflazione crescente o la riduzione dei servizi sociali e delle prestazioni che, pur esistendo, nella pratica non stanno funzionando come sarebbe necessario.

Ho parlato anche della mia sorpresa per un annuncio della rivista “Palabra Nueva” dell’arcidiocesi de La Habana, dove si illustrava un appello contrario a questo diritto consolidato. “La nuova persona che si è formata ESISTE ED E’ VIVA dal momento stesso della fecondazione”, si leggeva, e proseguiva con altri tre slogan: “L’aborto distrugge la vita”, “Lui ha il diritto di vivere” e “non strapparti la vita che sorge dalle tue stesse viscere…” Dopo il dibattito mi si è avvicinato uno dei presenti per dirmi che non dovevo parlare dell’aborto come di un “diritto” ma come di una “scelta”. Questa correzione potrebbe sembrare ragionevole, ma noi sappiamo quanta capacità di scelta hanno le donne che decidono di ricorrere a un aborto contro la volontà della società, della famiglia o del compagno. A Cuba l’accesso all’aborto legale, gratuito e sicuro è un diritto di ogni donna fertile, qualunque sia la sua situazione sociale. Pensarlo come un diritto delle donne somma il contesto, poiché la scelta precede la decisione, ed è individuale. E in ogni caso dipende da circostanze diverse. Quando una donna decide di abortire, ha già fatto la sua scelta. Il diritto, al contrario, è un bene collettivo per tutte in uguale misura; ci rende tutte uguali rispetto alla salute.

La diminuzione della qualità dei servizi medici e la lentezza nell’attenzione medica primaria sembrano complicare questo processo. Non sono molto al corrente dei dati, ma la percezione che un diritto conquistato stia correndo un pericolo è confermato dal recente premio ad una cantante cubana, a Viña del Mar in Cile, per una sua canzone di sapore evangelico, contraria all’aborto, coerente con la parte più retrograda del contesto politico cileno. La debole regolazione dello spazio pubblico, la scarsa attenzione ai messaggi fluttuanti negli ambienti comuni, la lentezza nel discutere con chiarezza i temi sospesi su come organizzare le nostre vite in società (sia che si tratti del Codice di Famiglia che della Legge sul Cinema), porta con sé il consolidarsi di discorsi sommamente conservatori e addirittura contrari a quanto promulgato dalle nostre leggi e dalle nostre pratiche culturali.

Nel contesto latinoamericano, il caso di Cuba è quasi eccezionale. Tranne che a Città del Messico e in Uruguay, credo, dove il diritto di abortire è legge da poco tempo, nel resto dell’America Latina e del Caribe è ancora illegale e in molti paesi è addirittura suscettibile di sanzioni. In alcuni paesi si lotta per ottenere l’aborto terapeutico –non libero, sicuro e gratuito-, ma nemmeno così hanno potuto progredire. I nostri corpi sono il territorio dove si gioca il destino nazionale, la loro appropriazione da parte dello Stato fa parte della ragione politica del patriarcato ed è difficile rinunciare a questo potere, capire che le uniche ad avere diritti sul proprio corpo sono (siamo) le donne stesse. Un evento come la rivoluzione cubana è riuscita a forare la ragnatela viziosa della soggezione delle donne alla biologia e al corpo e nell’appellarsi all’incorporazione al lavoro ha regolarizzato la pratica dell’aborto libero, sicuro e gratuito come parte del sistema di salute pubblica e ha contribuito a far vivere l’intimità del piacere senza colpa, con la disponibilità, per di più, di metodi anticoncezionali. La situazione adesso è quanto meno preoccupante.

Da poco è passata per La Habana Mabel Bellucci che ci ha lasciato il suo libro Historia de una desobediencia. Aborto y feminismo, sulla lunga lotta per la legalizzazione dell’accesso all’aborto sicuro, libero e gratuito in Argentina. E’ un libro bellissimo nella sua molteplicità perché integra le voci di chi è stato protagonista di queste lotte, riunendo materiali di difficile localizzazione, pescando nei ricordi e negli archivi dei partecipanti, riunendo testimonianze diverse ed offrendo anche percorsi di solidarietà con l’esempio di gruppi di lavoro, di appoggio e di attivismo che accompagnano le donne che abortiscono fuori dalla legge. Il libro, che si legge come il racconto molteplice di un’esperienza comune, condivisa e sostenuta lungo vari decenni, comincia la sua ricerca negli anni settanta del secolo scorso e funziona anche come un manuale di istruzioni che ciascuno può usare per apprendere o decidere come operare in casi simili. Mi ha fatto un grande piacere sapere che gente che amo e con la quale, però, non ho mai parlato del tema, è stata implicata in questa battaglia. Sono sicura che quando tornerò a Buenos Aires guarderò la città con altri occhi, pensando a questa storia che prima ignoravo e che il libro di Mabel ci mette sotto gli occhi.

Mi sono ricordato di un paio di romanzi degli anni venti in cui c’erano scene di aborti illegali in tutta la loro sordidezza e, naturalmente, con tutte le loro mortali conseguenze. In La gozadora del dolor (1922) di Graziella Garbalos, e La gallega (1927) di Jesús Masdeu troviamo una testimonianza dell’epoca, perché questo tema è in discussione da molto tempo, fin da quando il primo aborto insicuro ha fatto la sua prima vittima. La legalizzazione e il libero accesso all’aborto sicuro nel sistema della salute pubblica cubana è un’altra delle conquiste la cui permanenza dipende da come gestiamo e interveniamo nello spazio pubblico. E’ necessario non dimenticarlo.

 

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