SubGaleano – Se non sono riusciti a ucciderlo quando era vivo, non ci riusciranno adesso che è morto

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Sono quasi cinque mesi che Fidel ci ha lasciato e 56 anni dalla vittoria di Playa Girón. Dalla solitudine della Selva Lacandona, celo ricorda una voce “insurgente” con il suo inconfondibile estro narrativo e la sua interezza rivoluzionaria. Dopo aver partecipato a un dibattito collettivo e aver ascoltato le parole del subcomandante insurgente Moisés e le storie del SupMoy, memoria del popolo, il SupGaleano si ritira nella sua baracca mentre infuria la pioggia; lì decide di guardare le vecchie carte che gli ha lasciato il SupMarcos prima di scomparire e darsi per morto. Con questo trucco narrativo Marcos, da ora in poi Galeano (in onore a un combattente caduto), introduce il suo omaggio al popolo cubano e a Fidel Castro.[…]

A metà del secolo XX tutti si sentivano tranquilli e contenti. Il così detto “blocco socialista” si infognava in quello che noi chiamiamo terza guerra mondiale. In Asia, in Africa e in particolare in America Latina, le lotte che vi si svolgevano non avevano la minima importanza per quella guerra, quella che era importante, mentre le organizzazioni dei partiti di sinistra di allora erano orientate a dirigere i loro sforzi principali ad appoggiare il Blocco Socialista. Qualsiasi tentativo di lotta doveva avere l’approvazione dei pezzi da novanta, pensanti o no, che nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche redigevano manuali che invece di semplificare, frenavano lo sviluppo delle scienze sociali. Come se fossero le Olimpiadi, nelle scienze sociali si competeva non per capire meglio quello che accadeva o quello che sarebbe successo, me per alzare la propria bandiera più in alto e più volte, fosse delle stelle e strisce o fosse della falce e il martello.

Nello scenario mondiale tutto sembrava prevedibile e semplice … ma ecco che arriva Fidel. E il problema è che non arrivò solo ma teneva per mano un certo Camilo che nel suo cognome portava la sua definizione; ma insieme a questa incredibile coppia arrivò anche un argentino-medico-fotografo-asmatico, senza un nome di rilievo nell’albero genealogico della rivoluzione mondiale e senza nessuna carica in nessuna struttura. Eppure qualche mese dopo il pianeta tutto lo avrebbe conosciuto per tre sole lettere: Che.

Poi è successo quel che è successo e la luce che ha illuminato il Caribe in quei primi anni Sessanta si è trasformata in un virus che ha contaminato il continente. Dopo una lunga sfilza di sconfitte in questo dolore chiamato Latinoamerica, un intero popolo si organizzava, cambiava il suo destino e ingrandiva quel nome.

Dopo la fallita invasione mercenaria con il patrocinio nordamericano, Cuba si è chiamata Fidel e Fidel Castro ebbe “Cuba” come appellativo di resistenza e ribellione, di lotta.

Il paese più piccolo, il più disprezzato, il più umiliato, si ribellava cambiando, con la sua azione organizzata, la geografia mondiale.

Lo statista che il popolo cubano ha avuto come guida in pochi anni ha praticamente cancellato gli altri “leaders mondiali” e, come è giusto che sia, intorno alla sua figura si sono aggruppati gli estremi: qualcuno per adulare, i più per attaccare.

Solo pochi hanno guardato e hanno imparato che qualcosa di nuovo era sorto e che la rivoluzione cubana non aveva spezzato solo il dominio che l’impero delle stelle e strisce, il “nord rivoltoso e brutale” aveva imposto sull’America.

Aveva anche fatto a pezzi la già allora obsoleta teoria sociale che veniva portata in giro dai commissari che, in tutto lo spettro politico, sono la costante e non l’eccezione.

Ancora oggi, quasi sessanta anni dopo, non manca qualche vecchio commissario che, “eroicamente” trincerato nell’accademia e adesso con le reti sociali come arma, pretende di dettare al popolo di Cuba quello che deve o non deve fare.

Estraneo alle masturbazioni teoriche della tiepida accademia, il popolo di Cuba ha intrapreso il suo lungo cammino di resistenza ed è andato avanzando in condizioni avverse senza precedenti.

Ancora oggi continua a sopportare il blocco economico più esteso e più intenso della storia mondiale. Non solo, ha resistito anche agli attacchi terroristi, è stato invaso militarmente, ha propinato al superbo zio Sam la sua prima sconfitta nel continente e, con tutto contro, ha costruito il suo destino.

Non ha ricevuto solo gli attacchi della destra mondiale, anche la sinistra perbene si è scagliata contro quel popolo, appoggiandosi a clichés e a luoghi comuni che sminuiscono non solo la realtà cubana ma anche e soprattutto il suo eroico sforzo per sollevarsi dai suoi errori ed insuccessi.

Con l’unica scopo di rendersi gradita alla destra, la sinistra tradizionale in tutto il mondo ha attaccato la rivoluzione ripetendo le frasi fatte della destra e seguendo la moda le momento.[…]

Pochi giorni dopo quel fulmine di abilità militare e di convinzione che ha dato un nuovo significato a un piccolo territorio e ha piazzato il nome di “Playa Girón” nello scaffale quasi vuoto delle vittorie della sinistra mondiale, quel primo maggio 1961 il popolo di Cuba diceva, con la voce arrochita di un barbuto insaccato nel suo vestito verde olivo da battaglia, le seguenti parole:

“Se a Mr. Kennedy non piace il socialismo, beh, a noi non piace l’imperialismo, a noi non piace il capitalismo. Abbiamo lo stesso diritto a protestare per l’esistenza di un regime imperialista e capitalista a 90 miglia dalle nostre coste, come lui si può credere in diritto di protestare per l’esistenza di un regime socialista a 90 miglia dalle sue coste.

Però a noi non viene in mente di protestare per questo, perché si tratta di una questione che riguarda il popolo degli Stati Uniti. Sarebbe assurdo che noi pretendessimo di dire al popolo degli Stati Uniti che tipo di governo devono avere, perché in questo caso vorrebbe dire che noi crediamo che gli Stati Uniti non sono un popolo sovrano e che noi abbiamo dei diritti sulla vita interna degli Stati Uniti.

Il diritto non è dato dalla grandezza, il diritto non è dato dal fatto che un paese sia più grande di un altro, questo non conta! Noi abbiamo solo un piccolo territorio, un popolo piccolo, ma il nostro diritto è un diritto altrettanto rispettabile di quello di qualunque paese, quale che sia la sua grandezza. A noi non passa per la mente di dire al popolo degli Stati Uniti che regime di governo deve avere. Per questo è assurdo che al signor Kennedy passi per la testa di dire che regime di governo vuole che noi instauriamo qui, perché è una cosa assurda; una cosa così può venire in mente solo al signor Kennedy, perché non ha un’idea chiara di cosa sia a legge internazionale e la sovranità dei popoli”.

Il testo continua con un’ampia riflessione sulla scienza sociale e sul pensiero critico. Ma mi fermo qui facendo notare che si potrebbe benissimo scambiare il nome di Kennedy con quello di Trump per capire che in quelle parole non c’era una dichiarazione occasionale ma una dichiarazione di principi.

Ho sospeso la lettura per guardare il mio orologio di sabbia.

Ho pensato che forse non è una sabbia qualunque quella che contiene, che magari proviene da una spiaggia ripetuta nella storia di lotta e di resistenza dell’umanità contro il capitalismo.

Forse la sabbia che scorre da un lato all’altro di questo orologio proviene da un luogo del continente americano e la sua geografia la ancora in un’isola che si allunga nel Caribe come un caimano ribelle che rifiuta di farsi sottomettere e per questo indurisce la pelle e lo sguardo.

Forse, mi viene da pensare, la sabbia di questa clessidra è sabbia di Playa Girón, perché questo è il nome di questa fessura nel muro del Capitale che, con la sua persistenza, ha insegnato a tutti che il grande e potente può essere sconfitto dal piccolo e debole quando c’è una resistenza ben organizzata, un impegno testardo e un orizzonte.

Consentitemi di dire che il defunto SupMarcos, e non solo lui, aveva una grande ammirazione per il popolo di Cuba e un profondo rispetto per Fidel Castro Ruz.

Durante quella conversazione informale che abbiamo avuto prima della morte di Marcos, abbiamo toccato il tema militare. Mi disse che pensava che la storia militare della lotta dei popoli è poco nota. Mi parlò della battaglia di Zacatecas e della conquista di Ciudad Juárez, entrambe guidate da Pancho Villa. Mi disse che lui aveva preso in prestito il concetto seguito dal Generale Villa per conquistare Ciudad Juárez per progettare l’inizio della ribellione. “Per la battaglia di Zacatecas non mi mancava la cavalleria”, aveva detto scherzando, “ma la pianura”.

Nel piano internazionale, contro quanto era comune nella sinistra, il suo riferimento non era la battaglia di Leningrado, ma la battaglia di Santa Clara, condotta dal Che, quella di Cuito Cuanavale diretta da Fidel Castro e quella di Playa Girón, sempre diretta da Fidel Castro.

Io avevo approfittato per chiedergli perché, quando nominava Fidel Castro, non diceva mai “Comandante” quando tutta l’America Latina diceva così. Marcos rispose: “Il fatto che tutti lo chiamassero così potrebbe bastare, ma non è per questo. Noi siamo un esercito e quando diciamo “comandante” diciamo comando. Ma a noi non ci comanda nessuno, tranne il nostro popolo. Fidel Castro non ha bisogno che noi lo chiamiamo così. Quel grado glielo ha dato il suo popolo e non ha bisogno di altro”.

Continuò a parlarmi di Playa Girón e raccontava ammirato il momento in cui Fidel Castro discute e gesticola con i suoi ufficiali perché non gli permettono di avanzare verso Playa Girón a combattere contro i mercenari. “Figurati”, mi disse con una franca risata, “Fidel contro tutto il suo Stato Maggiore. Lui ostinato ad andare sul fronte di combattimento e gli altri a dirgli di no, che si doveva proteggere. E sai come è andata? Fidel Castro non disse che quello era il suo dovere, disse che era un suo diritto!” Il defunto accese la sua pipa e dopo averla aspirata la alzò come se stesse brindando e disse: “Naturalmente quella discussione fu vinta da Fidel”.

Poi, dando per conclusa la conversazione, aggiunse: “Fidel Castro è il Maradona della politica internazionale. Non gli perdoneranno mai i gol che ha fatto incassare da chi ha osato affrontarlo”.

Le parole del defunto SupMarcos mi sono tornate in mente mentre leggevo quello che il famelico spettro politico dell’America Latina ha opinato sulla morte di Fidel Castro. La ripetizione nella destra e nella sinistra perbene, di rimproveri e solite critiche. La destra che non gli perdonerà mai le sconfitte che gli ha propinato, e la sinistra istituzionale che non lo assolverà dall’essere stato tutto quello che lei, nella sua mediocrità, non riuscirà mai ad essere.

E poi ci sono i mediocri che adesso emettono giudizi e sentenze semplicemente perché non riescono a spiegare come mai, se era un dittatore, la più grande potenza del mondo non è riuscita ad organizzare una ribellione popolare ed è ricorsa agli attentati terroristici per annullarlo.

In barba ai film e alle serie televisive, dove i servizi segreti nordamericani la fanno finita con i cattivi armati solo di una matita, a Cuba hanno fallito semplicemente perché “Comandante Fidel” era il nome, l’immagine e la voce che quel popolo aveva preso per riaffermare quello che costruiva in ogni momento e contro tutto: la propria libertà.

Il denaro ha cercato, cerca e troverà sempre psicopati disposti a vendere la loro sete di sangue e distruzione. Troverà sempre i Mas Canosa, i Posada Carriles che, in altre geografie e altri calendari potranno chiamarsi in Messico Felipe Calderón Hinojosa o come la sua ex moglie e ora candidata Margara Zavala; o come Mauricio Macri in Argentina; o come Temer in Brasile o come Leopoldo López in Venezuela. Politici, psicopatici e corrotti tutti quanti, sempre propensi a far morire gli altri e a guadagnare loro.

Dico questo non solo perché il tema riguarda il piccolo che si ribella rompendo schemi imposti, ma anche per quel che adesso vi racconto: mi è toccato andare a rapporto dal Subcomandante Insurgente Moisés in una delle nostre postazioni proprio qualche giorno dopo la morte di Fidel Castro.

Quando sono arrivato, l’insorgente Erika mi ha detto, senza poter trattenere le lacrime: “E’ morto il Fidel Cuba”. Ha detto proprio così. La rivoluzione cubana sta resistendo da 58 anni contro tutto, l’insorgente Erika deve avere più o meno venti anni, non è mai uscita da queste terre, ha imparato lo spagnolo in un accampamento di montagna, combatte con la matematica e con le parole difficili, e nonostante ciò, o forse proprio per questo, ha sintetizzato in due parole tutta una storia di lotta, di resistenza e di ribellione.

Io parlo di Cuba, cioè di Fidel Castro, e parlo di Fidel Castro, cioè di Cuba, per la semplice ragione che ormai non si parla di lui. Forse perché pensano che sia morto e con lui la Cuba ribelle. Per quanto riguarda Fidel Castro Ruz, dico solamente: “Se non sono riusciti a ucciderlo quando era vivo, non ci riusciranno adesso che è morto”.

Tutto questo viene al caso perché è vero, il defunto supMarcos aveva ragione: Aprile è anche domani.

 

 

 

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