Fernando Buen Abad – Latinoamerica. Minacce della democrazia, democrazia delle minacce

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Esiste, imperfetta, una cultura della democrazia in Latinoamerica. Una cultura giovane che ha, nella sua forma teorica e nella sua forma pratica, pochi anni piagati da molte amare esperienze. Detto in poche parole, è la “democrazia borghese”. Ma né la sua età né la sua condizione di classe ha impedito che contro di essa si siano esercitati ogni tipo di attacchi e di deformazioni causati dall’avarizia, dal tradimento e dall’oscenità di chi ha imposto un suo concetto autoritario del potere mascherato da “volontà della maggioranza”. Una democrazia con dei progressi, nonostante tutto.

Anche se le “dittature militari” sono state sconfitte, attualmente operano all’interno delle democrazie (comprese quelle borghesi) le tendenze più anti-democratiche. Sono riuscite ad infiltrarsi, con passaporto democratico, tutte le forme dell’inganno trovate su quel terreno fertile per premeditata irresponsabilità. Niente li può obbligare a compiere quello che hanno promesso, non c’è niente che gli impedisca di esibirsi senza pudore con i loro prontuari delinquenziali più aberranti. Non c’è niente che possa garantire al merito il posto che gli spetta per servire davvero alla soluzione dei problemi sociali concreti, e per questo, qualunque “inutile”, senza base sociale o elettorale, può raggiungere i vertici della “fama” gonfiata con i trucchi della propaganda. Che democrazia è mai questa che si sostiene sulle minacce contro i popoli? Ci sono colpi di stato travestiti da “democratici”.

Contro la democrazia la “novità” è una “quinta colonna” mass-mediale che ha raffinato metodi e tecnologie per trapanare i nuclei più profondi della volontà e da lì operare con dispositivi di guerra psicologica capaci di obbligare le vittime del capitalismo neo-liberale a votare per i propri carnefici. Parte del maggiore successo è riuscire a convincerci che non esistono e, se vengono scoperti, mostrare il loro camuffamento di “intrattenimento” per farci credere che sono innocui, superflui, divertenti e indispensabili. Che democrazia è questa che non punisce i traditori del popolo?

Agiscono come una forma mutante della spettacolarità. Si servono di tutte le risorse immagazzinate dallo show bussines e giocano con questo tipo di “fama” che crea preferenze -miraggi- più per la facciata che per le idee politiche. Creano la politica dell’anti-politica. Politica del disinteresse, dell’indifferenza, dell’abulia, dell’abbandono di ogni responsabilità sociale in cambio di poter designare, nel modo più asettico possibile, un “rappresentante” di “bell’aspetto” che svolga il lavoro sporco necessario per non perdere benefici. Addirittura, se tutto questo non importa, si ignora e annoia. Ricatto delle urne.

Operano nella semantica idealista della felicità e del cambiamento. Chiacchierano di “onestà” e di “abbondanza” come lustrini in cambio di voti. Ingannano in modo professionale e impunemente. Promettono il meglio del “bene” amorfo e vanno per il mondo come paladini del “lavoro efficiente” vendendo progetti di “riforma” (riformismo), “risparmio” (tagli), “produttività (riforma del lavoro) e “istruzione” come panacea mitologica per scongiurare tutti i mali di tutti i tempi. Tutto ciò raccontato da canali di televisione, quotidiani, radio, cinema, bacheche, volantini e “atti pubblici”. Dicono che non gli piace lo “scontro”, che “basta liti” fra politici, che il passato è passato e che l’unico futuro sono loro.

Agiscono nel midollo di una democrazia porosa e poco rigorosa, pensata per non essere manovrata direttamente e autonomamente dai popoli. Una democrazia borghese satura di denaro lavato con interessi sporchi, di leaders che inducono al sospetto e dall’assenza del popolo. Basta guardare le cifre dell’assenteismo. Una democrazia che si rappresenta solo cerimonialmente come un trucco da circo che “cambia tutto perché nulla cambi”. La chiamano “alternanza”, ma sono gli stessi. Sempre gli stessi. Che democrazia è questa che si scambia con cesti della spesa e con materiali da costruzione?.

Con le dovute eccezioni, è una democrazia giovane ma sclerotizzata, fatta per ostruire il passo a qualsiasi guida diversa dai loro interessi borghesi o diversa dai loro interessi di setta. Soprattutto delle sette mediatiche. Se i popoli vivono sotto minacce esplicite o implicite; se l’estorsione –diretta o indiretta- è preambolo o accompagnamento della vita quotidiana; se per emettere il proprio voto bisogna sopportare ogni genere di ignoranza, disinformazione, inganni, demagogie e menzogne; se c’è pressione, ricatto o compravendita di voti. Se ci sono valanghe di promesse non mantenute –e non mantenibili- a costo di campagne politiche ingenti … Il costo medio dei voti è una cuccagna di finanziamenti senza freni. Che democrazia è questa? In questo panorama, ogni successo politico della base richiede sempre un valore –e fatica- storico doppio.

Se la vita e l’esperienza politica dipendono quasi esclusivamente da quello che dicono ed mostrano i “mezzi di comunicazione”; se i politici sono personaggi effimeri visibili sono nella pubblicità dei partiti, nelle interviste comode pagate per far bella figura; se il contatto con la realtà è falsificato da scenari apparentemente reali e da attori scritturati come scenario; se la regia di immagini, moda e pose è più importante della regia politica di un programma sociale compartecipato … in quale classificazione della democrazia iscriviamo questo repertorio? Cuccagna per i pubblicisti.

Il rapporto McBride del 1980 ha detto che il processo di concentrazione monopolistica dei “mezzi di comunicazione” costituiva una minaccia per la democrazia. La profezia, che allora era una diagnosi, si è realizzata. Oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno vecchio come presenza ma rinnovato nelle sue conseguenze, che si muove in tutta libertà nel cuore delle democrazie borghesi e che esige un dibattito profondo basato su una semiotica emancipatrice che consenta di vedere i disastri e la portata di un fenomeno che sta appena cominciando la sua fase attuale di sterminio delle democrazie con un discorso “democratico”.

Per poter trovare un respiro bisogna frenare l’ingerenza del peggio contro i popoli. Bisogna identificare e neutralizzare i laboratori di guerre psicologiche camuffate da agenzie di propaganda politica. Bisogna spiegare il nesso fra i monopoli mass media e i candidati borghesia, specialmente i nessi servili. Bisogna smontare l’arsenale di armi da guerra ideologica che operano giorno e notte spargendo gli anti-valori dell’establishment. E soprattutto bisogna democratizzare la democrazia senza i vizi borghesi che l’infettano. Migliorare l’organizzazione dei lavoratori. Garantire il potere del popolo per il popolo, che governi la volontà popolare. Democratizzare gli strumenti di comunicazione, democratizzare la produzione simbolica e la cultura. Insomma, fate tutto il possibile –e anche di più- per scrollarci di dosso il fardello di menzogne e di ipocrisia di un sistema di rappresentazione che deve finire in mano ad un sistema nuovo di partecipazione ampio, di base, degno di fiducia e trasformatore in grado di perfezionarsi grazie alla prassi, all’autocritica, in modo scientifico e permanente. Niente po’ po’ di meno.

 

 

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