Alvaro García Linera – Achacachi popolo, Achacachi comunità (alcune chiavi per capire il conflitto oltre le apparenze)

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Il cammino dei governi progressisti in America Latina è difficile e complicato. Le difficoltà sorgono da vari fronti interni ed esterni. La Rivoluzione Sandinista venne accusata di non dare voce ai bisogni degli indios misquitos sulla costa atlantica. Né prima, né dopo nessuno si è preoccupato della sorte di quelle popolazioni. In Bolivia, paese a maggioranza indigena, il caso è certamente diverso, ma comunque delicatissimo, trattandosi di un’insorgenza aymara durante il governo di un presidente aymara. Qualche settimana fa il Vice Presidente Alvaro García Linera ha scritto questo articolo fuori dai denti. Oggi la questione sembra farsi più grave ma l’articolo serve a capire meglio il problema.

 

Fa ridere vedere come oppositori delle più svariate tendenze della destra godano rispetto alle recenti mobilitazioni dei commercianti e dei trasportatori interprovinciali di Achacachi. Insieme, dalla più trita borghesia che evade le tasse, Doria Medina, a ex dirigenti accusati di aver preso mazzette da ministri di Banzer, a trotzkisti deviati, indigenisti dell’ultima ora, fino a consulenti dell’USAID ed “ex socialisti” diventati ormai gazzettieri di Sánchez de Losada, tutti strillano che i fatti di Achacachi segnano l’inizio del divorzio fra il poderoso movimento indigeno aymara e il governo del presidente Evo; addirittura dicono che è arrivato il momento che se ne vada via.

Tralasciando questa evidente tendenza golpista della destra politica residuale, c’è un’evidente e abusiva ignoranza che li acceca e che impedisce loro qualsiasi atto indovinato o efficace politicamente. Ecco alcuni esempi:

Quando parlano della ”insurrezione” degli abitanti di Achacachi ricordando la grande capacità di mobilitazione di quella gente, si dimenticano di fare la differenza fra il popolo o la città di Achacachi dove abita un terzo della popolazione, e la comunità di Achacachi che comprende due terzi della popolazione del municipio. Il fatto è che quelli che oggi si mobilitano contro il sindaco sono proprio gli abitanti della città di Achacachi. Mentre quelli che lo appoggiano sono le comunità di Achacachi, soprattutto il combattivo e storico cantone di Warisata, il posto dei primi scioperi bianchi del secolo XX, della Grande Scuola Ayllu e anche dove il ministro repressore Sánchez Berzain è stato picchiato e preso a pietrate nel settembre del 2003.

Le critiche e le denunce contro l’attuale sindaco, che secondo la costituzione devono essere discusse in tribunale o attraverso un referendum, hanno ravvivato una latente scissione fra la città di Achacachi e le comunità contadine di Achacachi. Cinquanta anni fa questa scissione città/comunità non era solo una scissione classista, era soprattutto etnica. Nel paese abitavano i “mistis”, padroni, figli di padroni e i funzionari vincolati alle ex “haciendas”, mentre nelle comunità c’erano i contadini aymara. Scontri fra campagna e città ce ne sono stati fino agli anni 60, con mobilitazioni delle comunità contro i trasportatori che volevano imporre una pedaggio; o quando il paese è stato saccheggiato dalle comunità dei diversi cantoni nella disputa fra Pancho Vizcarra, uno della città, e Eliseo Gutiérrez, di Warisata, appartenenti a diverse fazioni del MNR.

Oggi gli abitanti della città di Achacachi e delle comunità sono interamente aymara, ma ormai appartenenti a diverse classi sociali. Mentre nella città di Achacachi ci sono soprattutto commercianti, trasportatori, artigiani e una parte di professori, molti dei quali provenienti dalle comunità e in un evidente processo di scalata sociale, nelle comunità vivono soprattutto contadini, molti dei quali fanno lavori complementari e stagionali: operai, muratori, maestri, ecc. Per questo, oggi c’è una grande differenza di interessi e di necessità collettive che stanno producendo scontri di classe, non etnici, all’interno del municipio di Achacachi.

In secondo luogo, protagoniste della grande mobilitazione contro la dittatura e, recentemente, contro il neoliberismo, sono state prevalentemente le comunità contadine. L’Achacachi “ribelle e insorgente” è l’Achacachi di queste comunità. I fondatori delle milizie armate, alla metà del secolo scorso, del Reggimento Gualberto Villaroel, del Reggimento Colorados di Belén, sono state le comunità contadine. L’Esercito Guerrigliero Tupac Katari, fra il 1985 e il 1997, ha avuto nelle comunità di Achacachi la sua culla e il punto di maggior sostegno. La piccola Marlene Rojas, assassinata da una pallottola nel settembre 2003, era di Warisata; la Caserma Indigena di Oalachaca, che sicuramente non ha conosciuto nessuno degli pseudo indigenisti di destra che oggi si riempiono la bocca di discorsi radicali, ha avuto origine da una mobilitazione di più di cinquemila aymara delle comunità contadine che con vecchi fucili e per venti giorni hanno tenuto a distanza le truppe mandate da Sánchez de Losada per reprimere. La vittoria elettorale di Evo Morales nella provincia ha ottenuto più del 90% del voto delle comunità. E la recente sfilata comunale-militare del 7 agosto, giornata delle Forze Armate, già in pieno conflitto municipale, ha contato sulla presenza organica e disciplinata di più di cinquemila ponchos rossi della totalità delle comunità contadine di questo municipio.

Ma quello che la destra politica non vuole capire, e per questo non capisce niente di quello che sta succedendo, è che le giunte di abitanti di Achacachi, nel mese di marzo, non solo hanno bruciato la sede del sindaco del municipio e la sua casa, ma addirittura –cosa che ha aumentato la distanza fra commercianti e contadini- hanno bruciato anche la gloriosa Federazione Sindacale dei Lavoratori Contadini di Omasuyos “Tupac Katari”. L’incendio o la demolizione di sedi sindacali è una cosa che facevano solo le dittature e, recentemente, l’Unione Giovanile Cruceñista che nel 2008, in pieno colpo di stati civico della prefettura, ha bruciato le sedi sindacali dei popoli indigeni delle terre basse. Si tratta di una chiara operazione di matrice fascista conclusasi con l’incendio di una stazione radiofonica appartenente al municipio. Per rappresaglia, le comunità hanno ripreso l’antica pratica del saccheggio dei negozi che ha ancor più fratturato la relazione campagna-città. Così si spiega anche perché nessuna federazione contadina provinciale, neanche la valorosa città di El Alto, di forte tradizione sindacale e di rapporto fra vicini, si è aggiunta, organicamente, alla convocazione dei dirigenti politici. L’aggressione alla sede sindacale è stata interpretata da tutti come un attacco alla fonte di legittimità democratica propria del popolo boliviano.

Adesso, accecati dall’odio verso Evo Morales, presidente aymara, non mancano certi trotzkisti, ambientalisti, indigenisti che si sono buttati fra le braccia della destro più retriva di Jorge “Tuto” Quiroga e di Samuel Doria Medina e tacciono rispetto al fatto inaudito e fascista dell’incendio della Federazione Contadina mentre cercano di dirigere la mobilitazione verso un confronto con il governo. Ma con questa manipolazione politica di un tema strettamente municipale, hanno escluso qualsiasi possibilità di dare un tono progressista, popolare o rivoluzionario alle loro imposture e con il passar del tempo resterà solo l’oscenità di avere appoggiato e sollecitato azioni fascistoidi e antidemocratiche che feriscono l’esperienza e la memoria di lotta del popolo boliviano e, in particolare, del popolo aymara.

Tutto ciò significa che si tratta di una nuova prova di riciclaggio di una destra politica idiota che non conosce la Bolivia e che non vuole conoscerla.

(La Epoca, 8 settembre 2017)

 

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