Alessandra Riccio – Claudia nell’inferno di Cassinga

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Da 40 anni la strage di Cassinga, un campo di rifugiati dalla Namibia in Angola attaccato e massacrato dall’esercito del Sudafrica dell’aparthaid, tormenta la memoria dei sopravvissuti e del manipolo di cubani che, per primi, sono arrivati a soccorrere le donne, i vecchi e i bambini sopravvissuti alla strage. Il quotidiano del PC di Cuba, Granma, ha dato molto rilievo a questo anniversario e ha sentito di dover rendere omaggio ai militari cubani che, sfidando le mine e le incursioni dal cielo, sono riusciti ad arrivare al campo, percorrendo in un tempo lentissimo e fra mille ostacoli, la ventina di chilometri che li separava dal luogo del massacro. Granma ha ricordato i morti con nome e cognome, e dei superstiti ha pubblicato le testimonianze. Uno di loro ha ricordato di aver visto un compagno portare a braccia una ragazzina ferita alla gamba. Era proprio lei, Claudia, la bella ambasciatrice della Namibia all’Avana che avevo intervistato nel 2008 per un mio libretto di racconti di Cuba. Claudia mi aveva raccomandato di diffondere e di denunciare quello che il Sudafrica aveva fatto, ma ormai per me non c’erano più giornali ospitali e la sua testimonianza è rimasta nelle pagine del libro. Adesso, però, la rete mi dà la grande libertà di pubblicarlo e di diffonderlo per gli amici di nostramerica. (a.r.)Se ne sta tutta sola, la quindicenne Claudia nell’angolino in cui si è rifugiata per ripassare la sua lezione di geografia. E’ “monitora” di questa materia che le piace tanto. Fra i ragazzi delle medie il “monitor” è quell’alunno che i professori giudicano adatto a far ripassare ai compagni più pigri le materia del programma, come Claudia che, per questa ragione è stata scelta per andare dalla Isla de la Juventud –dove studia-, all’Avana per l’incontro nazionale dei giovani ripetitori. Claudia è sola perché è l’unica ragazzina straniera in quella folla vociante di giovani nelle loro colorate uniformi scolastiche: fazzoletto al collo, camicetta bianca e gonnellina corta per le ragazze, pantaloni per i maschi. Marlene Torres Sánchez, quindici anni anche lei, viene da Campichuela, un paesino della provincia Granma, nell’Oriente cubano; si avvicina a Claudia, attratta da quel suo star sola e lontana dagli altri. Le chiede chi è, vuole sapere come mai non si unisce all’allegria di una gioventù convocata nella grande capitale: Claudia Grace Uushona viene dalla lontana Namibia, non ha amici, non ha notizie della sua famiglia, non sa se madre, padre e i suoi dieci fratelli sono vivi o morti, sa solo che le è toccata in sorte una seconda vita dopo essere scampata alla morte nell’orrendo massacro di Kassinga. Marlene non sa di cosa si tratti; capisce, però, che quella ragazzina africana si porta appresso una storia terribile e ancora indicibile e le offre amicizia e solidarietà, anzi, di più: le offre di essere sua sorella. E così è stato. Da quel giorno Marlene e Claudia hanno passato le loro vacanze assieme; Claudia poteva lasciare la Isla de la Juventud e le grandi scuole semideserte durante le vacanze per andare a Campichuela dove l’aspettava una famiglia vera con papà, mamma e sorelline, non solo disposta, ma felice di accoglierla. E’ durato sei anni, il tempo che Claudia ha impiegato per prendere il suo diploma delle scuole superiori, per avere la prima mestruazione e il primo fidanzato, il tempo necessario per riavere notizie della famiglia, per sapere che il dominatore sudafricano è stato ricacciato nelle sue frontiere, il tempo di preparare il ritorno a Grootfontein nel Centro nord della Namibia dove c’era la sua casa, dove era cresciuta con suo padre, un professore educato dalla chiesa anglicana, con sua madre, domestica in casa di una famiglia tedesca, con i suoi dieci fratelli. Claudia ritorna nella casa modesta in cui è cresciuta, una casa senza un orto, senza un po’ di terra, addossata alle altre abitazioni –poco più che baracche- senza luce e senza acqua di fronte alle quali aveva visto crescere l’immensa base militare sudafricana dove si muovevano in un minaccioso viavai i terribili carri armati Kaspers. Quei blindati erano stati il terrore dei cittadini di quel territorio occupato conosciuto con il nome di South West Africa, Africa sud occidentale, prima che i suoi abitanti decidessero di recuperare l’antico nome di Nami, il deserto, e di chiamare Namibia quel vasto e bel territorio affacciato sull’Atlantico che al nord, con frontiere tracciate con la riga dai colonialisti europei, confina con l’Angola, ad est con Zambia e Botswana e a sud, negli anni della sua infanzia e per sua disgrazia, con il Sud Africa bianco dell’apartheid che aveva deciso di controllare e dominare quel paese con i più brutali strumenti di repressione. Nella memoria di Claudia è rimasto indelebile lo spettacolo dei Kaspers che travolgevano spietatamente le case con tutti gli abitanti dentro, o che trascinavano lungo le strade del paese, come ammonimento alla gente, i ribelli sempre più combattivi e organizzati. Alle sei del pomeriggio scattava il coprifuoco e toccava restare chiusi nelle baracche, senza luce elettrica, senza aria, senza un pezzetto di terra intorno. Di fronte, la sfacciata illuminazione della gigantesca base militare che oggi è sede del Ministero della Difesa della Namibia.

La famiglia di Claudia è –come tante altre- una famiglia che non accetta la colonizzazione dei sudafricani, una famiglia che milita nella Swapo, (South West Africa People Organization). Per questa ragione Claudia, stanca di studiare a scuola la storia e la geografia degli Africaaner, stanca di guerra, decisa a continuare a vivere e a contribuire alla libertà del suo paese, nel 1977 si rifugia nella vicina Angola e trova accoglienza nel campo di Cassinga, dove insieme a molti giovani, a donne e bambini rifugiati lì per salvarsi dal terrore della guerra di occupazione, studia la storia del suo paese, la geografia, l’inglese; impara a conoscerne i confini e si prepara per il futuro; è una brava alunna, è capoclasse, è ospite di un paese amico e rivoluzionario. Crede, come credono tutti gli inermi abitanti del campo, situato a 210 chilometri dalla frontiera, di stare al sicuro. Crede, insieme agli altri 3068 rifugiati, che il leader della Swapo, il carismatico rivoluzionario Sam Njoma, arriverà presto a dar loro coraggio e ad annunciare che la loro patria è finalmente libera.

Quando stanno effettuando la cerimonia mattutina dell’alzabandiera, quando i maestri e i tutori si accingono a distribuire gli incarichi della giornata, quando le donne si occupano dei loro bambini e del daffare quotidiano, dal cielo cominciano a piovere strani palloni bianchi; la prima reazione e di una grande gioia: sarà certamente il grande Presidente Sam Njoma che manda regali per i bambini. Tutti guardano in alto, verso quel cielo che si ricopre di paracadutisti sudafricani, sono cinquecento e piovono giù decisi a spazzare via il campo di rifugiati della Namibia, a Cassinga, 210 chilometri all’interno della frontiera dell’Angola. Imbracciano fucili con le baionette innestate. E’ il 4 maggio del 1978, Claudia ha appena compiuto quindici anni.

In un attimo il campo diventa dominio del terrore: chi può fugge e cerca di trovare scampo nella vicina foresta o lungo il fiume che sembra l’unica via di salvezza. Un numero non calcolabile di donne e bambini si precipita lungo gli argini, si tuffa nelle acque di un fiume infido che pullula di coccodrilli. Fino ad oggi non è stato possibile calcolare quanti siano rimasti dispersi nel fitto di una selva popolata da animali feroci e serpenti velenosi e quanti siano finiti nelle fauci degli alligatori. Una sorte crudele non meno di quella di un migliaio di altri civili uccisi dalle baionette dei paracadutisti sudafricani o dalle bombe a mano senza avere la possibilità di difendersi in nessun modo perché quel campo ospitava davvero solo persone inermi.

Claudia fa a tempo a vedere il massacro, i bianchi che infieriscono su donne e bambini prima di venire ferita alla gamba destra da una scheggia di bomba. Non un destino benevolo, ma il gas lanciato sul campo, le concede di perdere i sensi, di chiudere gli occhi davanti a quell’orrore per un tempo che deve essere stato abbastanza lungo; quando li riapre ha davanti a sé dei militari bianchi: un grido di terrore le sfugge dal petto mentre urla “mamma, perché sono venuta qui!”. Urla, urla, urla ed è difficile farla smettere. I militari cubani che le stanno intorno fanno fatica a farle capire che il pericolo è cessato, che adesso è in mani amiche, che la stanno già curando e che ora la portano in ospedale.

I militari cubani erano accampati a 20 chilometri da Cassinga, a Chamutete, e si erano subito mobilitati per andare in soccorso dei rifugiati ma quei venti chilometri erano seminati di mine e il lavoro di sminamento è lungo e delicato; una ventina di cubani è morta nello sforzo generoso di portare soccorso e lo spettacolo che si è presentato agli occhi dei soccorritori è di quelli che difficilmente si possono dimenticare: i paracadutisti sudafricani in accelerata ritirata strategica, il campo seminato di cadaveri, le mura degli edifici, dei tronconi carbonizzati, e tanti corpi feriti di cui prendersi immediatamente cura. Fra questi c’è la giovane Claudia Uuchona, un fagotto terrorizzato e sanguinante che può solo sperare nei suoi salvatori.

Dalla lontana Cuba, Fidel Castro, informato del massacro e del numero di ragazzini feriti, dispone che vengano trasportati immediatamente all’ospedale di Nueva Gerona, nell’Isola della Gioventù dove, una volta curati, potranno frequentare una delle decine di scuole dove studiano ragazzi di ogni provenienza, congolesi, mozambicani, nicaraguensi, saharaui, etiopi, angolani, per un totale, davvero generoso di 36.000 studenti del Terzo Mondo alla cui istruzione, al cui nutrimento, alla cui crescita provvede lo stato cubano. Qui Claudia è cresciuta, ha trovato una seconda famiglia, ha frequentato le scuole superiori, si è fatta donna e ha deciso di tornare in Africa e di completare i suoi studi per contribuire alla crescita del suo paese che nel 1990 ha conquistato la sua autonomia. Si è laureata in sociologia nello Zaire ed ha ripreso il suo posto di militante dello Swapo, adesso partito di governo, ricoprendo gli incarichi di sindaca prima e poi di governatore della sua regione. Io l’ho incontrata quando rappresentava la Namibia presso la Repubblica di Cuba. Era tornata nella terra che l’ha vista farsi donna con i suoi due figli che qui hanno studiato. Ha ritrovato anche sua “sorella” Marlene. Quando sono riuscite a ristabilire un contatto e si sono sentite al telefono, il pianto le ha costrette ad abbassare la cornetta; nessuna delle due riusciva a dire una parola, soffocata dalle lacrime. Si sono ritrovate, si sono riviste, si sono riabbracciate.

Claudia regge con grazia la sua sede diplomatica, luminosa e accogliente. E’ ormai una donna matura; un bel tailleur verde smeraldo fa risaltare il colore della sua pelle e ne mette in rilievo la grazia; le scarpe coi tacchi evidenziano le caviglie sottili. Ma una lunga cicatrice sulla gamba destra antica ma ancora viva, continua a dolere e a ricordare insieme un passato di orrore e il suo immenso debito di gratitudine per la gente di quest’isola e per il loro leader a cui deve non solo la vita, ma anche l’indipendenza del suo paese. Porta impresse nella memoria le parole di Fidel, quando affermava (20 maggio 1985): “…finché non sarà applicata la risoluzione 435 delle Nazioni Unite e finché la Namibia non sarà indipendente, o per lo meno non saranno stati fatti i passi concreti e necessari per la sua applicazione e per il conseguimento reale ed effettivo della sua indipendenza, non ritireremo neanche un soldato dall’Angola…”

(in Alessandra Riccio, Racconti di Cuba, Iacobelli, Roma, 2011)

 

 

 

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