Alessandra Riccio – Essere poeta non è un caso ma una necessità

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Ezequiel Martínez Estrada, il grande saggista argentino autore del classico Biografía de la pampa, è stato fra i primi ad avere il coraggio di lanciarsi in una valutazione critica dell’allora giovane poeta cubano Pablo Armando Fernández. Ci voleva coraggio perché da Salterios y lamentaciones a Toda la poesía, fino al Libro de los Héroes, la poesia che aveva potuto esaminare affascinava, catturava ma resisteva ad ogni etichetta di scuola. L’anziano critico argentino, agli inizi degli anni sessanta, osa scrivere che:

Pablo Armando è un poeta la cui originalità non consiste nello stile, nella tecnica o nella forma della sua ispirazione, ma in lui stesso. Del fatto che sia un poeta autentico, nessuno che abbia esperienza di poesia può dubitare.

 Non c’è spazio per il dubbio anche se il nostro poeta non risponde ai parametri richiesti da una critica sclerotizzata perché, insiste Martínez Estrada,

 è un poeta nonostante se stesso; nonostante voglia far poesia, come prova la circostanza curiosa che sa comporre sonetti, decime, scandire e rimare come Dio comanda. Se non lo facesse, se non sapesse scrivere, se non trovasse strumenti con cui esprimere la sua poesia, continuerebbe ad esserlo, perché essere poeta in lui non è un caso, ma una necessità.

Pablo Armando Fernández ha coscienza di questo suo strano miscuglio di poesia incarnata e poesia scritta e lo definisce con una parola composta: “mente-corazón” (mente-cuore) che ben descrive la sua percezione del mondo e dei suoi abitanti.

Cresciuto nel Central Delicias, un sub-mondo nella Cuba agraria in cui vige il bilinguismo imposto dalla proprietà e dalla conduzione yankee dello zuccherificio, l’infanzia e la prima adolescenza di Pablo Armando si dipana fra l’ammirazione per la tecnica e il senso pratico della lingua e della metodologia industriale, e il tempo lento –il dopo lavoro- di una comunità formata da tecnici, impiegati e lavoratori dello zuccherificio con le loro famiglie. Il bilinguismo è d’uso e con lui la scissione fra una lingua sbrigativa e concreta e uno spagnolo che, per il nostro futuro poeta, è la lingua del meraviglioso tango con le sue appassionate storie di amori e di tradimenti, ed è la lingua del cinema che distrae dalla monotonia del quotidiano. Ma non è solo il cinema di Hollywood ad intrattenerlo; c’è anche il cinema messicano e argentino, con le sue storie pre-telenovelesche ad incantare il ragazzino e i suoi amici, e le sue amiche, tutti dilaniati dal tentativo di conciliare due mondi opposti, perfino linguisticamente inconciliabili. La mente è per l’inglese, il cuore è per lo spagnolo. Si esercita nell’inglese su Cime tempestose di Emily Brontë, nelle lunghe serate del Central, si leggono ad alta voce Whitman e Poe, T.S. Eliot e Edgard Lee Masters, Williams Carlos Williams e Auden, Ma anche i cubani José Martí e Julián del Casal, gli spagnoli Lorca, Alberti, Cernuda, Hernández e Guillén, i cileni Gabriela Mistral e Pablo Neruda, ma soprattutto la sua preferita, l’amatissima Alfonsina Storni, argentina. L’altro adolescente che è in lui, lotta

…tenacemente, di nascosto, per mantenersi fedele al suo lignaggio, alla sua tradizione, alla sua cultura, cercava appoggio in quelli che trovavano nel tango l’espressione clamorosa del suo dolore e della sua angustia angosciosi. […] Cado ancora nello sconcerto di uguagliare mondi tanto diversi come la periferia di Buenos Aires e i castelli della famiglia Earnshaw.

A tredici anni Pablo Armando Fernández si trasferisce a New York. Il passaggio dal piccolo mondo del Central Delicias alla città più moderna e vivace del mondo è necessariamente traumatico per il giovane cubano che si sfoga esercitandosi alla scrittura poetica che nasce, irrefrenabile, dal più intimo della sua personalità in formazione. E’ alla ricerca della poesia che vuole scrivere e del linguaggio in cui la vuole scrivere e che sia eco della sua voce. Nelle strade di New York il suo fine udito identifica e separa una lingua che aveva ormai abbandonata che è quella parlata da spagnoli e latinoamericani di diverse provenienze. Con sua stessa sorpresa, i suoi primi scritti nascono in spagnolo, non sono prosa e non sono poesia; lui stesso non riesce a catalogarli o a definirli. E’ un autodidatta; a New York lavora dove capita, curioso di tutto e permeabile a tanto. Quando approda alla libreria dell’intellettuale italiano Gaetano Massa, come commesso, trova il luogo ideale per conciliare lavoro, cultura, poesia e linguaggi.

Ogni volta che ricorda quegli anni, Pablo Armando ripete il suo debito di gratitudine verso due giovani donne: la sua amica Manila Hartman la cui insistenza a definirlo un poeta ha finito per persuaderlo e dargli sicurezza, e la scrittrice del sud degli Stati Uniti, Carson McCullers, autrice di Il cuore è un cacciatore solitario, altrettanto persuasa dell’afflato poetico di quei suoi primi scritti in prosa che in seguito verranno dati per dispersi per essere recuperati dopo molti anni grazie alla cura di Manila che li aveva conservati.

Da New York torna ogni tanto nella sua non dimenticata Cuba, capisce profondamente le ragioni di una ribellione portata avanti dai giovani riuniti nel Movimento 26 luglio da Fidel Castro e, dal suo esilio volontario, partecipa delle attività del Movimento. Naturalmente, nel 1959, pochi mesi dopo la vittoria dei ribelli, Pablo Armando Fernández arriva all’Avana per occuparsi del lavoro culturale nel settimanale di avanguardia “Lunes de Revolución” e nella prestigiosa rivista di afflato continentale “Casa de las Américas”. Finalmente il poeta vede conciliate le sue anime nel rivoluzionario lavoro culturale che impegna le intelligenze del paese, la loro creatività, le loro utopie, ma non gode a lungo di quell’atmosfera effervescente perché nel 1961 viene mandato all’Ambasciata di Cuba a Londra come addetto culturale. Diventa un indispensabile punto di incontro fra i tanti scrittori e artisti del mondo (ma specialmente latinoamericani) che trovano insormontabili difficoltà a comunicare con Cuba sia a causa del blocco di cui è vittima, sia per il sospetto che in molti paesi causa la sola vista di un timbro postale proveniente da un paese comunista, ”punta di lancia di Mosca nel cuore stesso dell’Occidente”. Il lavoro è impegnativo e di tempo per la poesia ne resta poco; con sollievo accoglie il ritorno all’Avana, il rincontro con gli amici dell’isola e l’abbraccio con i tanti amici e solidali che ha conosciuto in Europa e che vanno, appena ne hanno l’occasione, a toccare con mano il fenomeno della rivoluzione. Per Pablo Armando Fernández l’amicizia è un patrimonio da coltivare, è parte del suo sentire poetico, e nell’amicizia è stato sempre fedele. Per questo ha attraversato gli anni del “quinquennio grigio” rimanendo saldo nelle sue amicizie e fedele a un’idea di libertà intellettuale che i burocrati incaricati del settore culturale stanno svilendo, riducendola a piatta propaganda politica. Lavora all’Accademia delle Scienze e la sera si ritira nella sua casa di calle 20 a Miramar dove ha ricreato l’atmosfera familiare del Central Delicias con l’aiuto della amata moglie Maruja e dei suoi quattro figli. Il portico di quella casa, affacciato sulla strada, accoglie scrittori e artisti dell’isola o stranieri, il caffè non manca e neanche il rum. Ma soprattutto non mancano le discussioni, le polemiche, i contrasti, le liti e le riappacificazioni perché fra le grandi doti di Pablo Armando c’è anche quella di saper portare pace, di cercare la pace e di saperla trovare.

Negli anni il poeta ha prodotto numerosi libri tre romanzi, saggi, pregevoli traduzioni dall’inglese ed opere teatrali, ma soprattutto poesia.

 

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