Piedad Córdoba – No, queste morti non sono normali

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Non è normale che in più di un mese (fra il I° giugno e il 3 luglio) siano stati assassinati 19 operatori sociali in Colombia; e non è neanche normale che milioni di colombiani continuino ad ignorarlo o a restare sorpresi quando lo apprendono. Di chi è la colpa? Su chi puntiamo l’indice per questi omicidi e chi condanniamo per il silenzio? I frequentatori delle reti sociali indignati continuano a commentare nei loro post, con immagini cruente degli assassinati, che il calcio ci ha accecato come società, altri hanno osannato i goal ma quando poi è venuto il momento della sconfitta della squadra nazionale in Russia, non hanno potuto frenare la tristezza paragonandola al dolore per i leaders assassinati. Gli omicidi sistematici non sono cominciati con il mondiale di calcio, sono anni che si vanno presentando, ci tocca ormai dividerli per periodi, riferimenti geopolitici a qualche avvenimento, ma paradossalmente l’antecedente di questo luttuoso mese è la firma degli Accordi di “pace” patteggiato fra la guerriglia più vecchia del continente e il Governo Santos. Dal 2006 non abbiamo mai smesso di contare i morti giorno dopo giorno, di avvisare in mille maniere il governo nazionale e le sue istituzioni che se non avessero dimostrato la volontà di evitare altre morti di operatori sociali, questo flagello si sarebbe acuito e infatti, oggi 4 luglio, sono più di 300 gli assassinati.

Controllando attentamente la copertura giornaliera dei mezzi di comunicazione sugli assassinii selettivi, indignano e rattristano i pochi minuti e il modo in cui i giornalisti danno la notizia, non si nota nessuna espressione della rabbia e dell’impotenza di quando parlano della dittatura in Venezuela, non allarmano la massa di automi che li ascoltano, che credono a tutto, dicendo che questo paese uccide i suoi contadini, i suoi giovani e le sue donne, che stanno assassinando chi pacificamente difende la propria terra e i propri diritti o, il che è peggio, che in Colombia si minaccia e si uccide chi partecipa a campagne elettorali diverse da quelle del candidato vincente. Per coprire quello che conviene ai media, mobilitano equipaggiamenti giornalistici, intervistano attraverso chiamate telefoniche i diretti interessati, durante i telegiornali del mattino, di mezzogiorno, della sera martellano i cervelli di fatti, ricorrono morbosamente a storie e personaggi per “sensibilizzare” i telespettatori e i radioascoltatori, dedicano le prime pagine dei giornali a immagini sconvolgenti e così uccidono le paure e i chips come quello dell’ “ideologia di genere” o “non vogliamo diventare un altro Venezuela”. Ecco quello che non capisco: perché non trattano allo stesso modo un tema così grave come gli omicidi selettivi di operatori sociali, quello che sta succedendo nel nostro paese e la gravità della riconfigurazione della guerra? E discuto di questo non per generare l’odio fra i colombiani ma la solidarietà, le richieste di giustizia dirette a coloro che ci governano o per lo meno che diventino richieste esigenti, come quelle rivolte a Pékerman o a qualunque altro calciatore.

Nessun mezzo di comunicazione ha raccontato chi era Felicinda Santamaría, nessuna équipe giornalistica è andata a intervistare vicini e parenti suoi, la radio non ha telefonato e non si è parlato del suo lavoro comunitario nel quartiere della Virgen del Carmen del Chocó, nessun mezzo di comunicazione nazionale ha documentato uno solo dei casi dei leaders che sono stati assassinati, parlano solo di numeri ma neanche una storia di vita o un qualcosa che rivendichi il lavoro che stavano facendo uomini e donne; leaders comunali, indigeni, contadini che aiutavano le loro comunità e la loro gente mentre adesso in mezzo alla morte, resta solo la desolazione e l’indifferenza.

Sia chiaro, la mia protesta non è contro il calcio, è contro il governo nazionale (quello che se ne è andato e quello che sta arrivando) e contro i mezzi di comunicazione poiché disgraziatamente questi ultimi “educano” più di quanto faccia la scuola, loro hanno vinto, la loro vittoria è la normalizzazione della morte, il ritorno della guerra, l’odio verso chi pensa diversamente, le donne, i giovani, i gay, ecc. La storia che ci raccontano quotidianamente non è mai la nostra storia, questa narrazione unica ci sottomette al passato e apre di nuovo il capitolo del conflitto interno Colombia contro Colombia.

La pulsione che mi porta a scrivere quello che sto scrivendo non è la rabbia ma una profonda tristezza per la morte ma anche per la naturalezza con cui i colombiani registrano queste morti. Mi chiedo se davvero alla società non interessa o se i mezzi di comunicazione hanno imposto un modulo di opinione per cui ciò non importa e dobbiamo continuare a vivere come se la sola cosa accaduta sia la sconfitta al calcio mentre stiamo assistendo alla sconfitta della vita e della speranza.

(Resumen Latinoamericano, 4.7.2018)

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