Rosa Miriam Elizalde – Colonialismo 2.0 in America Latina e nel Caribe. Che fare?

 

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Da quando Internet è diventato il sistema nervoso centrale dell’economia, della ricerca, dell’informazione e della politica, le frontiere degli Stati Uniti hanno esteso i loro limiti a tutta la geografia planetaria. Solo gli Stati Uniti e le loro imprese sono sovrani, non esiste Stato-nazione che possa rimodellare la rete da solo o frenare il colonialismo 2.0, neanche quando applica normative locali di protezione antimonopolistica o impeccabili politiche di sostenibilità per l’ ordine sociale, ecologico, economico, tecnologico. Quanto a costruire un’alternativa praticabile disconnessa dalla così detta “società informatizzata”, non se ne parla nemmeno.

In tempi non sospetti, l’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro ha avvisato che, attraverso una tecnologia rivoluzionaria, “c’è una vera colonizzazione in corso. Il Nordamerica sta svolgendo il suo ruolo con enorme efficacia nel senso di cercare delle complementarietà che ci rendano dipendenti permanentemente da loro”. E aggiungeva: “Davanti a questa nuova civilizzazione con tutte le sue minacce, ho paura che ancora una volta saremo dei popoli che non sanno realizzarsi, popoli che nonostante tutte le loro potenzialità resteranno come popoli di seconda categoria”.

Un simile scenario è incardinato a un programma per l’America Latina e il Caribe di controllo dei contenuti insieme alla partecipazione della cittadinanza che è avvenuto in totale impunità, senza che la sinistra vi abbia prestato la minima attenzione. Nel 2011, il Comitato per le Relazioni Estere del Senato degli Stati Uniti ha approvato quello che in alcuni circoli accademici è noto come un’operazione di “connettività effettiva”: un piano dichiarato in un documento pubblico del Congresso statunitense per “espandere” i nuovi media sociali nel continente, orientato alla promozione degli interessi nordamericani nella regione.

Il documento spiega quale sia l’interesse delle reti sociali del continente: “Con più del 50% della popolazione mondiale minore di 30 anni, i nuovi media sociale e le tecnologie associate che sono molto popolari in questo gruppo demografico, continueranno a rivoluzionare le comunicazioni nel futuro. I media sociali e gli incentivi tecnologici in America Latina sulla base delle realtà politiche, economiche e sociali, saranno cruciali per il successo degli sforzi governativi degli Stati Uniti nella regione”.

Riassume anche la visita di una commissione di esperti in vari paesi dell’America Latina per conoscere in situ le politiche e i finanziamenti in quest’ area e conclude con specifiche raccomandazioni per ciascuno dei nostri paesi che implicano “aumentare la connessione e ridurre al minimo i rischi critici per gli USA”, che sono il governo leader negli investimenti di infrastrutture. Aggiunge: “Il numero di usuari dei media sociali aumenta esponenzialmente e poiché la novità si trasforma in norma, le possibilità di influire nel discorso politico e nella politica nel futuro, stanno lì”.

Cosa c’è dietro a questo modello di “connessione effettiva” per l’America Latina? Una visione strumentale dell’essere umano, suscettibile di essere dominato dalle tecnologie digitali; la certezza che in nessun caso le piattaforme sociali siano un servizio neutrale che si serve di un servizio generico: si fondano su basi tecnologiche e ideologiche e sono sistemi istituzionalizzati e automatizzati che inevitabilmente progettano e manipolano le connessioni.

Il governo nordamericano, con la sua “operazione” sta calcolando la possibilità che questi strumenti creino una simulazione di base e facciano franare sistemi politici che non gli risultano “convenienti”. Che parte hanno svolto le reti sociali nella situazione che stanno vivendo oggi il Venezuela e il Nicaragua? Già prima avevamo visto lo stesso in Bolivia, in Ecuador e in Argentina.

Quando la politica è tecnopolitica

Solo le grandi imprese hanno la capacità di computo sufficiente a processare le colossali quantità di dati che lasciamo nelle reti sociali, in ogni clic al motore di ricerca, nei telefoni cellulari, nelle carte magnetiche, nelle chats e nella posta elettronica. La somma delle tracce e l’elaborazione dei dati gli permette di creare valore. Quante più connessioni, tanto più capitale sociale. Ma l’interesse fondamentale per l’apertura dei dati e dell’invito a “condividere”, a dare un “like”, o a rispondere a un tweet, ecc. non è dell’usuario, ma delle corporazioni.

Questo potere dà ai proprietari un enorme vantaggio sugli usuari nella battaglia sul controllo dell’informazione. Cambridge Analytica, un ramo londinese di un’impresa contrattista degli Stati Uniti dedicata ad operazioni militari in rete attiva da un quarto di secolo, è intervenuta in circa 200 elezioni in mezzo mondo. Il modus operandi era quello delle “operazioni psicologiche”; il suo obbiettivo: far cambiare opinione alla gente, influenzarla, non attraverso la persuasione, ma attraverso il “dominio informativo”. La novità non è l’uso di manifesti, Radio Europa Libera o TV Martì, ma il Big Data e l’intelligenza artificiale per rinchiudere ogni cittadino che lascia tracce nella rete, in una bolla osservabile, parametrata e prevedibile.

Cambridge Analytica si è intromessa in processi elettorali contro leaders della sinistra in Argentina, in Colombia, in Brasile e in Messico. In Argentina, per esempio, hanno preso parte alla campagna di Mauricio Macri nel 2015, creando profili psicologici dettagliati e identificando persone permeabili ai cambiamenti di opinione per influire, attraverso notizie false e selezioni parziali dell’informazione.

Appena insediato nel potere, Macri ha approvato un decreto che gli ha permesso di appropriarsi dei data-base degli organismi ufficiali per utilizzarli in campagne a suo favore, uno dei tanti strumenti con i quali ha tagliato la testa alla base giuridica e istituzionale della comunicazione forgiata dai governi di sinistra in Argentina.

In America Latina e nel Caribe la politica è diventata tecnopolitica, la sua variante più cinica. Proprio Alexander Nix, CEO di Cambridge Analytica, si vantava con i suoi clienti del fatto che per convincere “non è importante la verità, bisogna che quel che si dice sia credibile”, ed evidenziava un fatto empirico indiscutibile: il discredito della pubblicità commerciale di massa è direttamente proporzionale all’aumento della pubblicità nei media sociali, altamente personalizzata e brutalmente efficace.

Chi volesse riguardare la pagina dei soci di Facebook (Facebook Marketing Partners) scoprirebbe centinaia di imprese che si dedicano alla compravendita di dati che scambiano con la compagnia del pollice blu. Alcune si sono addirittura specializzate per aree geografiche e per paesi, come Cisneros Interative –del Gruppo Cisneros, che ha preso parte al colpo di Stato contro il Presidente Chávez nel 2002-, rivenditore di Facebook che ormai controlla il mercato della pubblicità digitale in 17 paesi della regione.

 

Che fare?

Questi temi sono ancora lontani dai dibattiti professionali e dai programmi dei movimenti progressisti del continente. Abbondano i discorsi demonizzanti o ipnotizzanti che descrivono la nuova civiltà tecnologica, ma mancano strategie e programmi che ci permettano di generare linee di azione per costruire un modello veramente sovrano dell’informazione e della comunicazione e per appropriarci delle così dette nuove tecnologie.

Nella regione non si è riusciti a concretizzare un canale nostro di fibra ottica, che era un sogno dell’Unasur. Non esiste una strategia di sistema e neanche una cornice giuridica omogenea e affidabile che riduca al minimo il controllo nordamericano, assicuri che il traffico della rete si scambi fra paesi vicini, incoraggi l’uso di tecnologie che garantiscano la discrezione nelle comunicazioni, preservi le risorse umane nella regione e sopprima gli ostacoli alla commercializzazione degli strumenti, contenuti e servizi digitali prodotti nel nostro territorio.

Non si sono fatti neanche grandi progressi verso un’agenda comune delle comunicazioni, sovranazionale, e non ci sono spazi dove si possa realizzare. Abbiamo bisogno di reti di osservatori che, oltre ad offrire indicatori basici e allarmi sulla colonizzazione del nostro spazio digitale, permettano di recuperare e di socializzare le buone pratiche nell’uso di queste tecnologie e delle azioni di resistenza nella regione, a partire dalla comprensione del fatto che il successo o il fallimento rispetto a queste nuove disuguaglianze dipende da decisioni politiche.

Nessun paese del Sud da solo –e ancor meno un’organizzazione isolata- può disporre di risorse sufficienti a sfidare il potere della destra che si mobilita alla velocità di un clic.

Il dibattito fra apocalittici e integrati nella cultura di massa è stato superato da tempo. Il mondo stabile che descriveva Umberto Eco non esiste più. Ci sono varie vie d’uscita all’orizzonte e una potrebbe essere di riuscire a creare i nostri propri strumenti liberatori, ma la ricerca e la costruzione di alternative non è solo un problema tecnoscientifico: dipende soprattutto dall’ “operare collettivo” a breve o medio termine, con prospettive tattiche e strategiche nella comunicazione faccia a faccia e virtuali che facilitino lo scambio delle relazioni sociali e le trame tecniche a favore dei nostri popoli. Facciamolo ora, perché non abbiamo molto tempo.

(Granma, 9.8.18)

 

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