Dora Salas – Una porta per la vita. L’esilio in prima persona

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Eravamo, siamo, sopravvissuti delle dittature che dal 1930 fino al 1983 hanno detenuto il potere in Argentina durante sei periodi, di differente durata e incremento della violenza. La mia generazione, nata dopo la Seconda Guerra Mondiale, fra gli anni 70 e 80 si è opposta ai due ultimi golpes militari e ha subito il carcere, la maggioranza di noi senza accuse e senza processo, la sparizione forzata di persone, gli omicidi e l’ esilio. Molti di noi hanno trovato rifugio in Europa, soprattutto in Spagna e in Italia, da dove erano partiti nei decenni precedenti le nostre famiglie in cerca di pace e di lavoro lontano da genocidi, bombe, miseria e morte. Lo spettro del nazismo, della Shoa e delle leggi razziali italiane del 1938 era stato il quadro di riferimento per chi sperava di avere una possibilità di vita dignitosa in Argentina. Purtroppo, non si trattava di un “letto di rose”, ma di un paese nel quale si scontravano progetti popolari e progetti conservatori, e dove le forze armate erano il braccio che eseguiva le politiche repressive di questi ultimi. In questa situazione, alcuni prigionieri che avevano la doppia cittadinanza poterono essere espulsi verso la terra delle loro famiglie, passando direttamente dalla cella a trasvolare l’Atlantico. Altri sono arrivati in Europa dopo essere scampati ai massacri della Triplice A e anche ai sequestri del Terrorismo di Stato. Sono riusciti a scampare dalla repressione anche i familiari e le madri dei “desaparecidos” che combattevano perché riapparissero vivi i loro cari. L’Italia e la Spagna erano delle scelte privilegiate, sia per i vincoli familiari che per la vicinanza culturale. A Roma, gli esiliati hanno creato il Cafra (Comitato di Solidarietà con i Familiari) per denunciare le atrocità della dittatura e cercare appoggi per un ritorno della democrazia. Seguivamo le vicende politiche dell’Argentina in maniera costante e specialmente le elezioni del 31 ottobre del 1983. Fra la fine di gennaio e i primi di febbraio di quell’anno, Ricardo Alfonsín, che allora aveva 55 anni ed era candidato e presidente della UCR, è venuto in visita in vari paesi europei, fra cui l’Italia, insieme ad un gruppo di personalità politiche come l’avvocato ed ex esiliato Hipólito Solari Yrigoyen. Il presidente socialista Sandro Pertini, ex partigiano che aveva combattuto contro il fascismo ed era stato in carcere, la presidente della Camera, Nilde Iotti, fra gli altri, ricevettero Alfonsín che, in Vaticano aveva incontrato il papa Giovanni Paolo II. Il 9 febbraio, in una conferenza stampa, Alfonsín dichiarò di essere “convinto che la democrazia in Argentina avrebbe favorito la democratizzazione di tutta l’America Latina”. Una speranza condivisa dai suoi compatrioti esiliati. Mesi dopo, a fine settembre, in occasione della quinta edizione del premio letterario “Vittime e martiri di Sant’Anna di Stazzema”, in memoria di una strage di 560 persone commessa nel 1944 dalle SS tedesche, gli organizzatori del Premio hanno deciso di organizzare una manifestazione di solidarietà con l’Argentina. Invitata speciale, Angela “Lita” Boitano, all’epoca presidente del COSOFAM di Roma, italiana, i cui due unici figli sono stati vittime del terrorismo di Stato. Alla “Negra” Mercedes Sousa fu affidato il recital che si è tenuto al Teatro Politeama di Viareggio, con canzoni attinenti alla tematica del Premio: la lotta contro l’oppressione. In una platea gremita di argentini e italiani, c’era il calciatore Ricardo Daniel Bertoni che all’epoca giocava nella Fiorentina. Durante il viaggio da Roma a Viareggio, nell’autobus che portava i membri del CAFRA e del COSOFAM, organizzammo una “elezione dell’esilio” visto che il tema dominante era quello del voto di ottobre; quel giorno, nella nostra piccola comunità non vinse né il radicale Alfonsín, né Italo Luder, il suo oppositore giustizialista. Con sorpresa di tutti, ha vinto Il Bisonte, Oscar Alende, del Partito Intransigente. I mesi che seguirono la vittoria di Alfonsín hanno cambiato la vita di molti esiliati, alcuni decisi a tornare il più presto possibile in Argentina, come Lita Boitano mentre altri, volevano restare in Italia. Altri non sapevano neanche quando avrebbero potuto riattraversare l’Atlantico. Ma tutti con la speranza di un “Nunca más” alle dittature. La porta alla vita che si riapriva nel paese era rappresentata simbolicamente con l’apertura del palazzo di Piazza dell’Esquilino,2, sede dell’Ambasciata Argentina in Italia, nel cuore di Roma. Hipólito Yrigoyen, nominato Ambasciatore itinerante da Alfonsín, venuto a Roma poco dopo l’insediamento del presidente, aveva organizzato, per noi ex esiliati, una cena nel palazzo. Adesso, a 35 anni di distanza, continuiamo a credere nella Democrazia e nella Memoria.

(In “Ideas”, 7.12.2018)

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