Alessandra Riccio – Combattono insieme Mariela e Miguel

Jorit e Mariela

Durante tutto il 2018, il parlamento di Cuba ha discusso una proposta di modifica costituzionale che, tra altre importanti questioni, doveva codificare il matrimonio come un’unione legale fra persone senza includere/escludere specificità di sesso e di genere. La battaglia è stata molto aspra e combattuta, esponenti religiosi di varie confessioni hanno sparato a zero, tradizioni sociali secolari si sono dimostrate molto dure da scalzare, il paternalismo si è fatto sentire e, alla fine del dibattito, il parlamento cubano ha riformulato l’art. 68, includendolo nell’ art. 82 che, secondo la stessa Mariela Castro, prima firmataria della proposta di modifica costituzionale, è “in totale sintonia con il principio di uguaglianza e di non discriminazione a causa degli orientamenti sessuali o di identità di genere”.

Guardando le foto della sala consiliare dove siedono i rappresentanti del popolo di Cuba ho riconosciuto le facce di due amici, uno che non esito a definire storico, visto che ci conosciamo e stimiamo dagli anni settanta del secolo scorso, anni duri per lui e per l’intellettualità cubana, gli anni del quinquennio grigio o, secondo i più impietosi, del decennio nero; anni di discriminazione. Lui, Miguel Barnet, scrittore, è sempre stato tenace, resistente e fedele alla storia rivoluzionaria del suo paese. L’altra, che conosco da data più recente, mi ha interessato immediatamente per il suo temperamento di combattente, per la sua grinta, per il suo lavoro di lungo respiro. Si chiama Mariela Castro, è sessuologa, lavora da anni al Centro Nacional de Educación Sexual (CENESEX) che adesso presiede. Oggi sono entrambi membri dell’ Asamblea Nacional del Poder Popular dove hanno sostenuto una modifica per non escluda più l’unione fra persone dello stesso sesso, e per avanzare sui diritti umani in tutti gli aspetti, per l’abolizione di ogni discriminazione, in particolare quelle sessuali.

Mariela, impegnata anche nella lotta per l’inclusione sociale delle persone transessuali, è nata nel 1962, è una studiosa della materia ed è determinata a rimuovere tabù obsoleti in una società sessualmente molto libera, disordinata e promiscua ma, per tradizione, morigerata ed escludente. Per Mariela si tratta principalmente di una questione di democrazia: ogni esclusione è una ferita incompatibile in una società che ambisce di arrivare a un socialismo pieno e che pratica la difesa dei popoli discriminati, delle minoranze etniche, esercita il sostegno di chi è stato sfavorito dalla natura, dal destino o dalla prepotenza dei potenti. Da anni si occupa di educazione sessuale nelle scuole, ha scritto anche un libretto pubblicato in Italia nella traduzione di Bianca Pitzorno,[1] senza mai far languire una lodevole tradizione rivoluzionaria degli anni sessanta, quando la televisione di Stato si azzardava perfino a istruire dallo schermo, in modo illustrativo, sull’uso del preservativo.

Eppure, la battaglia intrapresa non è di poco conto; la modifica costituzionale proposta dalla parlamentare incontra ancora molta ostilità in una società che ha vissuto tradizionalmente il tabù della diversità sessuale. Il pregiudizio è profondamente radicato anche in parte della vecchia dirigenza ed è molto diffusa l’opinione che la questione del matrimonio nelle sue possibili declinazioni dovrebbe essere affrontata nel nuovo Codice di Famiglia e non nella carta costituzionale.

Queste argomentazioni suonano familiari anche qui da noi, dove il pregiudizio esiste ma dove la questione non viene posta nei termini politici con è stata proposta alla riforma costituzionale cubana. Mariela Castro ha molti nemici ma anche molti sostenitori e non soltanto nella comunità Lgbt che da anni ha trovato nel Centro da lei diretto ascolto, supporto e avanguardia: mentre combatte sul fronte del matrimonio ugualitario, continua la sua lunga battaglia a favore dell’integrazione sociale delle persone transessuali,[2] avendo già ottenuto che lo stato si faccia carico delle lunghe e costose operazioni per le modifiche genitali.

A chiudere quella prima fase dello spinoso dibattito parlamentare, è stato Miguel Barnet, Miguelito, il più giovane di una straordinaria generazione di artisti, che a poco più di venti anni era già uno scrittore di successo a Cuba e nel mondo. Oggi, anziano parlamentare, Presidente dell’Unione degli Scrittori e Artisti di Cuba, Presidente della Fondazione Fernando Ortiz, ha sostenuto in assemblea, a favore dell’art. 68, che rompere una tradizione è un atto rivoluzionario ricordando che “nel socialismo non c’è posto per nessun tipo di discriminazione degli esseri umani”, e ha terminato con questa affermazione: “l’amore non ha sesso”, che mi ha profondamente commosso, conoscendolo come credo di conoscerlo.

Quando L’Avana è stata liberata dai barbudos, nel 1959, Barnet aveva diciannove anni, gli piaceva la poesia, era attratto dalla cultura afrocubana, affascinato dal suo maestro, l’antropologo Fernando Ortiz , e travolto letteralmente dall’ondata di euforia e di giovinezza che attraversava tutta l’isola ma particolarmente la capitale, seducente, viziosa, godereccia, ora sommersa da sogni, utopie, libertà; da un clima in cui tutto sembrava possibile. Per Miguel arrivò subito il successo nazionale ed internazionale con il suo libro più famoso, Biografía de un cimarrón,[3] la sorprendente storia di Cuba narrata da Esteban Montejo, un ex schiavo africano sopravvissuto a tanti tormenti ed arrivato, indenne e saggio, a contemplare l’isola nell’euforia rivoluzionaria dell’uguaglianza, della libertà e degli uguali diritti. Dalla pubblicazione in Italia presso Einaudi, voluta personalmente da Italo Calvino, Barnet aveva riportato uno scooter prezioso, una Vespa, oggetto esotico all’Avana ma straordinario strumento di libertà. E aveva riportato anche nuove e importanti amicizie fra cui quella con il compositore tedesco Hans Werner Henze, la cui casa di Marino frequentò nel tempo che servì a Henze per trarre in musica l’essenza dell’avventura umana di Esteban Montejo, El Cimarrón, affidando la traduzione dei testi in tedesco ad Hans Magnus Henzensberger.

Henze soggiornava nella tenuta di Marino dove poteva liberamente vivere la sua omosessualità, castigata in Germania. Barnet ben conosceva questa doppia morale che, anzi, a Cuba, proprio negli anni settanta, diventava disprezzo sociale e repressione; induceva, obbligava a non esibire le proprie preferenze sessuali, spingeva a un mimetismo concordato: se tu non dai scandalo, io non vedo. C’era chi a questo patto ipocrita non ci stava e chi manteneva, come si era abitualmente fatto, una discrezione attenta e comunque umiliante, a patto di poter partecipare ad una trasformazione politica rivoluzionaria che aveva molte urgenti priorità e molti cambiamenti per cui combattere. Le donne, per esempio, destinatarie di leggi che ne garantivano la parità e l’emancipazione da subito, hanno posposto per molti anni le loro più specifiche rivendicazioni. Due questioni hanno rallentato e spesso addirittura bloccato, rivendicazioni sacrosante: la difesa della rivoluzione contro nemici insidiosi anche interni, e la permanente ostilità degli Stati Uniti. Doversi difendere costantemente da un nemico subdolo sviluppa un’etica del sospetto e un’abitudine alla difensiva che contrasta ed impedisce il pieno realizzarsi di enunciati politici e di grandi utopie. Punti di vista che non mi erano familiari, ma usuali per chi viveva e partecipava dell’agitata, incerta, inebriante avventura di una rivoluzione fatta sotto il naso degli Stati Uniti. In un anno lontano, verso la fine dei settanta, Miguel Barnet venne a Napoli, invitato dalla mia Università. Era inverno, il momento migliore per portarlo a Capri, vuota di turisti e nuda nella sua bellezza. Miguel aveva un giaccone marinaro e un berretto blu e si era piazzato a prua del traghetto, godendosi l’uscita dal porto di Napoli, ma qualcosa andò storto perché all’improvviso l’ho visto turbato: il molo di destra del nostro porto era completamente occupato da navi della VI flotta USA, cosa normale per noi napoletani, abituati al grigio di quegli artefatti da guerra, prima che Ermanno Rea ci aprisse gli occhi su quel che aveva significato il furto del nostro porto per opera dei potenti alleati. Per Barnet, le navi da guerra in un porto straniero potevano significare una sola cosa: l’invasione. L’invasione che per Cuba era la minaccia costante e niente affatto fantasiosa, ma realmente possibile. Ho viva l’impressione suscitata in me dallo slittamento di senso che una stessa visione suscita dalla tranquillità della consuetudine all’allarme per una cosa temuta. Credo di aver capito, in quel momento, cosa volesse dire vivere sempre sotto minaccia.

Come ha poi sempre fatto ogni volta che è venuto in Italia, Barnet ha preso l’abitudine di innaffiare il mio giardino come un gesto beneaugurante ma anche superstizioso perché lui è stato sempre pieno di fede nell’impossibile. In quello stesso inverno, passeggiando per il centro storico non ancora invaso dal turismo, nel momento stesso in cui mise piede nella cappella della cattedrale, si realizzava la liquefazione del sangue di San Gennaro, miracolo che ha sempre attribuito alla sua ipersensibilità in materia. Credente, oltre che studioso, del mondo degli orisha, le divinità africane che, al seguito degli schiavi tradotti nelle piantagioni, si sono radicati a Cuba con forza e tenacia attraverso la fondazione Ortiz sostiene lo studio delle religioni afrocubane e della loro pratica popolare. Da un suo lontano viaggio in Africa ricordava una formula di benvenuto ancora in uso a Cuba nelle cerimonie del rito e assolutamente corrente in Senegal. Ha avuto due straordinari maestri, Fernando Ortiz per l’antropologia e Nicolás Guillén per la poesia; dirige adesso l’Unione degli Scrittori e Artisti di Cuba, per molti anni presieduta dal grande poeta mulatto. Per i suoi libri di narrativa, invece, non c’è un maestro da cercare, è lui l’iniziatore di un genere, il romanzo-testimonianza, che ha poi fatto fortuna in tutto il mondo. Quando l’ho conosciuto, era giovane, famoso ed entusiasta e viveva ancora nella borghesissima casa dei suoi genitori nel Vedado, come un buon figlio di famiglia accompagnandoli spesso a passeggiare nella vicina Avenida de los Presidentes. Ha poi vissuto da solo, come è ovvio, mantenendo sempre la sua riservatezza. Un giorno gli ho chiesto il perché della sua sia pure allegra solitudine. La risposta che mi pare di ricordare era scherzosa –nessuno mi merita- ma nascondeva un dolore, quello di sapere che l’amore non ha sesso e di non poter vivere liberamente questa verità.

[1] Mariela Castro Espín, Cosa succede nella pubertà?, a cura di Bianca Pitzorno, Giunti Junior, 2012.

[2] E’ questo il titolo di un suo libro del 2017, ora in traduzione in Italia, in cui insiste sempre nel far precedere alla parola transessuale, il vocabolo “persona”, (Mariela Castro Espín, La integración social de las personas transexuales en Cuba, Editorial Cenesex, La habana, 2017).

[3] Muguel Barnet, Autobiografia di uno schiavo, Torino, Einaudi, 1968.

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