Iroel Sánchez – USA versus Cuba: di vittoria in vittoria fino al fallimento finale?

Foto di Roberto Chile

Gli ultimi dieci, dodici anni hanno testimoniato i successivi fallimenti delle oscure previsioni diffuse su Cuba.

La cessazione della direzione dello Stato da parte di Fidel, la sua morte, l’assunzione del Governo da parte di una nuova generazione che non è più quella che aveva portato alla vittoria la Rivoluzione, le difficoltà economiche del Venezuela, hanno favorito pronostici reiterati sulla fine della Rivoluzione nel main stream mediatico.

Alcune delle cose che sono state dette e ripetute in quest’ultimo periodo su Cuba per dichiarare ancora una volta, come pronostico accademico o giornalistico, i desideri per i quali il governo degli Stati Uniti lavora da sessant’anni, sarebbero disinteresse per la politica generalizzato, perdita prevalente dei valori di solidarietà, economia sussidiata dal chavismo.

I fatti dicono qualcosa di diverso: l’uscita di Fidel dalla guida dello Stato cubano non ha significato il collasso della Rivoluzione mentre la sua morte ha portato in primo piano centinaia di migliaia di giovani che gridavano “Yo soy Fidel”; da aprile del 2018 a Cuba c’è un governo guidato da una persona che è nata dopo il 1959 il cui consenso popolare è sempre in crescita; nonostante le aggressioni statunitensi contro il Venezuela e il rafforzamento del blocco contro l’isola, non sono ritornate –come pronosticava l’analisi mediatica- le interruzioni di corrente generalizzate e le penurie del Periodo Speciale che avevano fatto seguito al crollo dell’URSS; il recente dibattito sulla nuova Costituzione per il socialismo cubano ha messo in luce un interesse e una partecipazione politica da fare invidia alle democrazie occidentali, mentre l’impatto di un tornado che ha sferzato duramente quartieri molto popolosi dell’Avana ha reso evidente una grande vocazione di solidarietà nella cittadinanza.

Quel che succede attualmente nel contesto geografico cubano non è una conquista dell’amministrazione Trump. L’offensiva conservatrice in Latinoamerica ha sfruttato gli errori della sinistra, con la sua incapacità di trasformare il governo in potere popolare, e alterare i poteri fattici che sono stati determinanti per riportare l’ “equilibrio” nel sistema in cui l’aspetto mediatico, le maggioranze, ma qualsiasi analisi di come si è arrivati alla situazione attuale non può ignorare il ruolo della strategia di Washington. Cominciando con il golpe contro il presidente Zelaya in Honduras, passando per la guerra economica contro il Venezuela e la dichiarazione che il governo di Caracas era una “minaccia insolita e straordinaria” per la Sicurezza Nazionale statunitense, poi la designazione di Luis Almagro alla segreteria dell’Organizzazione degli Stati Americani e i processi di lawfare contro idee progressiste nella regione, messi in atto grazie a giudici, pubblici ministeri e giornalisti locali ma formati negli Stati Uniti, tutto ha avuto la sua genesi e si è articolato durante la presidenza di Barak Obvama.

Coloro che da Miami dirigono la politica della Casa Bianca rivolta all’America Latina, Marco Rubio e Mauricio Claver Carone, nel marzo 2012 si accordavano nell’ultraconservatrice Heritage Foundation, insieme all’Ufficio di Trasmissioni a Cuba di Barak Obama, e uno dei sostenitori della nuova politica cubana, Carlos Saladrigas, su come utilizzare internet per “scongelare un’isola congelata nel tempo”. Forse i risultati di quegli accordi li abbiamo visti nell’alluvione di false notizie che ha accompagnato l’ultima parte del dibattito della riforma costituzionale cubana e più recentemente nell’impatto del tornado che ha colpito la capitale cubana lo scorso 27 gennaio, il primo fenomeno climatico straordinario arrivato a una Cuba ormai con servizio internet 3G nei telefoni cellulari.

Dopo essere riusciti a tagliare le entrate per la collaborazione medica in Brasile grazie alle impopolari decisioni di Jair Bolsonaro, a suscitare ombre negative sui viaggi dei nordamericani e dei canadesi per nuove sanzioni o per “attacchi acustici” mai dimostrati, diminuire le forniture di petrolio da Caracas all’Avana come risultato della guerra economica antichavista e diminuire l’investimento straniero diretto con la minaccia dell’entrata in vigore del capitolo III della Legge Helms Burton, per gli ottimisti dell’ “ormai sta arrivando”, è molto facile, per chi non conosce Cuba, supporre che un fenomeno naturale imprevedibile e distruttore avrebbe generato una crisi umanitaria con migliaia di persone affamate e assetate dormendo all’intemperie, dipingendo il quadro ideale per chi, come ha pubblicato The Wall Street Journal, pretende di “rompere i legami che uniscono il Venezuela all’Isola e farla finita con i regimi di questi due paesi”; eppure, ancora una volta i desideri hanno preceduto la notizia: la tanto deprecata burocrazia cubana è riuscita a rispondere con maggiore efficacia di quella dell’idealizzata gestione del paese con più risorse al mondo che abbiamo visto all’opera a Portorico dopo l’uragano María e a New Orleans con Katrina.

Mancano pochi giorni al referendum costituzionale del 24 febbraio, sicuramente, in questo breve periodo gli stessi meccanismi cercheranno nuove “vittorie”, sotto forma di “scioperi della fame”, “crisi migratoria” o “attentato alla libertà di espressione”. Chi mai può dubitare che il 25 febbraio cercheranno di giustificare il loro ennesimo fallimento?

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