Alessandra Riccio –   Il Premio Feronia a Roberto Fernández Retamar

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Fiano Romano, 2 giugno 2001 – Nato nel 1930 all’Avana, Roberto Fernández Retamar vi ha trascorso tutta la vita fra i quartieri di Lawton, de La Víbora e del Vedado dove si è trasferito all’età di ventidue anni e dove vive tutt’ora con la compagna di sempre, la storica dell’arte Adelaida de Juan. Fresco di laurea e di matrimonio ha frequentato i corsi di linguistica e filologia di André Martinet alla Sorbona tornando con questa prestigiosa specializzazione all’Avana dove ha pubblicato la sua tesi suLa poesía contemporánea en Cuba (1927-1953) e nella cui Facoltà di Lettere intendeva iniziare la sua carriera universitaria. L’insostenibile clima repressivo instaurato dalla dittatura di Fulgencio Batista lo ha indotto a partire per gli Stati Uniti come professore visitante alla Yale University, dove ha conosciuto e appreso da René Wellek che lo ha messo in contatto con il Circolo Linguistico di Praga. Nel dicembre del 1958, appena qualche settimana prima della fuga di Batista e dell’entrata dei ribelli all’Avana, ha pubblicato Idea de la estilística ed è in procinto di impartire un corso alla Columbia University. Per il giovane linguista, che coltivava da tempo una vocazione poetica ed era stato accolto nelle esclusive pagine della prestigiosa rivista Orígenes di José Lezama Lima, si annunciava una brillante carriera; invece rinuncia all’incarico ed assume in maniera definitiva l’esaltante realtà di un mondo in movimento e del cambiamento radicale indotto a Cuba (e in America Latina, e nel Terzo Mondo) dalla Rivoluzione del gennaio 1959. La “bruciante immediatezza” rivoluzionaria assorbe le energie di quella bella gioventù che aveva opposto una resistenza rigorosa alla volgarità di una società corrotta ed ingiusta e Retamar non solo non si sottrae ai nuovi compiti ma ben presto si rivela attento organizzatore culturale, vibrante poeta sociale e duttile saggista. Sotto la guida di Haydée Santamaría dirige fin dal 1965 la prestigiosa rivista Casa de las Américas che si è rivelata come una delle grandi palestre teoriche dell’America Latina e dell’America tutta. E’ del 1971 il suo fondamentale saggio Calibán dove, forse per la prima volta, si rivendicano le voci, le specificità, i processi identitari di culture che un tempo si chiamavano “emergenti”. Negli anni seguenti, Retamar è andato raffinando sempre più le sue armi intellettuali rivelandosi come uno dei primi sostenitori degli studi culturali e come uno dei teorici che con maggior forza persuasiva hanno portato avanti un serio confronto fra l’Occidente e il resto del mondo rivelando non solo il punto di vista di aree culturali contigue seppure non coincidenti, ma combattendo con veemenze per una degerarchizzazione della cultura.

Attualmente Retamar è un indispensabile maestro americano, erede di una genealogia di cui sono parte fondamentale i suoi amatissimi José Martí ed Ezequiel Martínez Estrada, portabandiera di una lunghissima fila di intelligenze che hanno analizzato e sintetizzato, organizzato e disorganizzato un ordine differente, speculato e comparato diversità, integrato e assimilato alterità poiché il nostro autore è convinto che “l’attenzione al diverso” non frammenta ma moltiplica e somma, che amplia e completa la nostra visione del mondo. Retamar è un maestro non solo per la sua riconosciuta acutezza intellettuale, per la sua lucidità e per la sua cultura, ma anche per il suo instancabile fervore didattico, per la sua testarda insistenza nel cercare di rendere comprensibili ed accessibili i suoi scritti e le idee che vi si dibattono. Il saggista Retamar ha trovato una maniera armoniosa di far dialogare i suoi testi americani, letti e compresi amorosamente, con i testi canonici dell’Occidente capitalista –dai pre-hegeliani ai post-marxisti. E la sua identificazione del capitalismo con l’Occidente (un’idea presente già in Leopoldo Zea e che fa parte di una antica polemica sull’Occidente e gli “occidentalismi”, prima ancora che Edward Said li codificasse) trasforma opportunamente un concetto geografico opinabile (all’Occidente di cosa e di chi è situato l’Occidente?) in un concetto culturale che individua un mondo proveniente dalla Grecia, da Roma e maturato nell’Europa espansionista dell’Età Moderna al quale si adatta perfettamente l’attributo “capitalista”, nel buono o nel cattivo senso della parola. Per questo, con ragione, fin dagli anni sessanta Retamar è considerato come l’iniziatore di un riorientamento del discorso critico latinoamericano che da quegli anni ha assunto una specificità irreversibile.

In questo senso, leggere Retamar ci sprovincializza; sprovincializza i lettori formati e deformati da testi procedenti –geograficamente o intellettualmente– da una visione del mondo occidentalizzata. Le sue acute analisi ci permettono di comprendere che quell’immenso territorio ancora sconosciuto nella sua profondità che è il continente americano all’alba di un nuovo millennio comincia veramente ad essere un Nuovo Mondo la cui novità è analizzata da Retamar e messa in luce a partire da eredità non rinnegabili, dalle tradizioni vive, dallo sviluppo di un pensiero ricco e articolato; riorganizzando questo ampio e poco conosciuto materiale alla luce della nostra confusa contemporaneità, egli lancia il suo lucido appello: ci troviamo nell’ardua vigilia di quello che da alcuni decenni ho chiamato il mondo post-occidentale, nel quale devono confluire le mete non raggiunte, l’audacia epistemologica e l’umiltà ontologica di quell’ ecosistema che è l’umanità, se essa è destinata a sopravvivere (il che, naturalmente, non è detto).

Non posso, però, trascurare -nel tracciare questo breve ritratto di un intellettuale latinoamericano, l’impegno di Retamar nel sostenere e compartire le ardue ragioni di un paese in rivoluzione; a Cuba, alla sua cultura, alla sua straordinaria esperienza è dedicata una parte notevole della sua produzione e non solo per rivendicarne e difenderne il cammino, ma, ancora una volta, per aiutarci a trarre da quella esperienza utili lezioni. Prima fra tutte, una lezione di fede e di ottimismo:

 

Ha sido demasiada la pena, la muerte ha sido demasiada.

Ya está bien. Te toca ser feliz.

Déjanos volver a besarte la frente,

Madre, esperanza, poesia, América,

Entra en el nuevo siglo tan sólo con amor.

(Hace/dentrode/veinte años – 1978)

 

[E’ stata troppa la pena, troppa la morte. / Adesso basta. Ti tocca essere felice. / Lascia che torniamo ancora a baciarti la fronte, / Madre, speranza, poesia, America, Entra nel nuovo secolo soltanto con amore.]

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