Eduardo Galeano – Per il ventesimo anniversario della Rivoluzione cubana

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Avevo dieci anni al tempo dell’assalto alla Caserma Moncada, sedici quando ci fu lo sbarco del Granma, diciotto quando i guerriglieri entrarono, vittoriosi, all’Avana. Gli uomini della mia generazione hanno avuto la fortuna di coincidere nel tempo con la Rivoluzione Cubana. Si è mescolata subito alla nostra vita ed è entrata nella nostra anima.

Insieme a molti milioni di persone, celebro questa rivoluzione come se fosse mia.

Mi ha trasmesso forza quando stavo per cadere. Mi ha contagiato energia, giorno per giorno, anno per anno, lungo il processo che l’ha messa in salvo dalla sconfitta o dal tradimento. Cuba ha fatto a pezzi la struttura dell’ingiustizia e ha confermato che lo sfruttamento di certe classi sociali da parte di altre e di alcuni paesi da parte di altri, non è il risultato di una tendenza “naturale” della condizione umana e non è implicita all’armonia dell’universo. Molte muraglie ha fatto crollare questo vento di bella furia popolare. La colonia è diventata patria e i lavoratori padroni del proprio destino. La donna non è stata più una passiva cittadina di seconda classe. Basta con lo sviluppo diseguale che in tutta l’America Latina castiga la campagna e riempie alcune città babiloniche e parassitarie. E’ stata cancellata la frontiera che separa il lavoro intellettuale dal lavoro manuale, risultato delle tradizionali mutilazioni che ci riducono a una sola dimensione e incrinano la nostra coscienza.

Questa impresa non è stata una passeggiata, e il percorso non è stato lineare. Quando sono vere, le rivoluzioni vengono fatte nelle sole condizioni possibili. In un mondo che non ammette Arche di Noè, Cuba ha creato una società solidale a un passo dal centro del sistema nemico. In tutto questo tempo, io ho amato molto questa rivoluzione. E non solo nei suoi successi, il che sarebbe facile, ma anche nei suoi capitomboli e nelle sue contraddizioni. Anche nei suoi errori io mi ci riconosco: questo processo è stato fatto da gente semplice, di carne e ossa, e non da eroi di bronzo o da macchine infallibili.

La Rivoluzione Cubana mi ha offerto un’incessante fonte di speranza. Stanno lì, più potenti di qualunque dubbio o riserva, le nuove generazioni educate alla partecipazione e non all’egoismo, per la creazione e non per il consumo, per la solidarietà e non per la concorrenza. Sta lì, più forte di qualunque momento di scoraggiamento, la prova vivente che la lotta per la dignità dell’uomo non è una passione inutile, e la dimostrazione palpabile, quotidiana, che il mondo nuovo può essere costruito nella realtà e non solo nell’immaginazione dei profeti.

(“Casa de las Améericas”, n. 294, enero-marzo 2019)

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