Alessandra Riccio – L’isola che c’è

Fidel

L’episodio mi è tornato in mente in questi giorni in cui foto e cronache degli scontri fra manifestanti e polizie di varie parti del mondo non ci sono mancate, specie dopo l’orribile condanna a morte lenta e coram populi di George Floyd per mano di un poliziotto coadiuvato da altri tre colleghi che mantenevano fermo il detenuto già ammanettato. E il ricordo si è materializzato in una foto sfuocata, in bianco e nero, dove tuttavia è facile identificare Fidel Castro con la sua uniforme verde olivo circondato da una folla disordinata. Era l’agosto del 1994, un anno fra i più duri vissuti da Cuba, l’isola ribelle mai perdonata e continuamente sotto attacco. Fu quello un anno durissimo, il più duro del “periodo especial”, un periodo di economia di guerra in tempo di pace in conseguenza della rovinosa caduta del campo socialista in Europa e perfino dell’Unione Sovietica, determinante partner politica e commerciale dell’isola. Erano mesi che le copertine dei giornali, gli strilli dei quotidiani, gli annunci dei tele e radio giornali davano la Rivoluzione per morta e Fidel Castro arrivato alla sua “hora final”. Si sbagliavano tutti, come ha dimostrato la storia: il “tiranno” è morto nel suo letto, a circa novant’anni, una decina di anni dopo aver lasciato la guida del paese e la Rivoluzione è ancora là, a infastidire chi non riesce a farsi una ragione di un’insubordinazione al Washington consensus. Le hanno provate tutte, come è noto, ma una delle più affilate ed astute è quella di fare come se l’isola non esistesse, mettere sotto silenzio tutto ciò che non conviene sapere, di cui non è utile discutere. Per questo, quando la regione Lombardia e poi il Piemonte hanno chiesto l’aiuto della brigata di medici Henry Reeve, si è passato sotto silenzio il grande lavoro svolto, l’incongruenza di utilizzare l’aiuto di un personale sanitario la cui laurea non è riconosciuta in Italia, di glissare sulle sanzioni che tutt’ora l’Unione Europea e l’Italia mantengono su Cuba in obbedienza alle ingiunzioni di Washington. Finalmente, da qualche giorno, un drappello di coraggiosi parlamentari ha chiesto al nostro governo di lavorare per l’abolizione del blocco commerciale, economico e finanziario che soffoca Cuba da sessant’anni, un atto dovuto, a mio parere, e non solo per la prontezza disinteressata dell’intervento dei sanitari cubani, intervento che, comunque, non ha granché interessato i nostri mass-media con la logica eccezione dei giornali locali.

Se tu fai silenzio, l’isola non c’è, scompare; non c’è, non esiste, non interessa, la sparatoria contro l’ambasciata cubana a Washington e il silenzio di tomba delle autorità statunitensi sull’attentatore e sui suoi legami che –gira e volta- risalgono sempre alla famigerata CIA in uno qualunque dei suoi molti travestimenti in fondazioni o società benefiche.

Fai silenzio, non ti interessa raccontare del dibattito popolare per giungere alle modifiche della Costituzione, ignori i successi nel campo delle biotecnologie, la battaglia contro il coronavirus e le sue modalità che hanno consentito un rapido controllo dell’epidemia e così, poco a poco, l’isola affonda, scompare, non c’è più. Salvo ritornare alle luci della ribalta non appena qualcuno degli sparuti dissidenti che la CIA ha disseminato nell’isola, mette in atto una provocazione, annuncia uno sciopero della fame o gira per il mondo a diffondere menzogne, ricevuto in Europa con onore. E’ una lunga storia e non è certo cominciata adesso, ma adesso, in tempi di epidemia nel mondo intero, la presenza delle brigate mediche cubane in 25 paesi del mondo ha scosso il muro del silenzio, non quello dei mass media, certo, ma il senso di gratitudine, di lealtà, il desiderio di verità, ha mosso tante realtà del mondo intero a candidare quelle brigate al Premio Nobel per la Pace. Una meta ambiziosa che difficilmente sarà raggiunta ma, come affermava un grande scrittore cubano, “Solo ciò che è difficile è stimolante” e, per questo, vale la pena di tentare.

Ma ritorno alla foto di cui sopra: quell’agosto torrido come sempre, con la popolazione che, costretta a grandi privazioni, montava su imbarcazioni precarie per lanciarsi in mare dove il Presidente Clinton aveva ordinato ai suoi guardacoste di raccogliere i naviganti e portarli nella base di Guantánamo, un esodo che la storia ricorda come “la crisis de los balseros”. Sembrava il momento ideale per inscenare qualcosa che non era ancora mai avvenuto, una manifestazione di piazza contro il governo. Il disordine era cominciato presso l’Hotel Deauville, sul celebre lungomare dell’Avana assaltato da un gruppo di manifestanti che ne ha distrutto le vetrine. La voce si è subito diffusa nella città ma, contrariamente a quanto si aspettavano i manifestanti, non per correre a rafforzare le loro sparute fila. Al contrario, mentre risalivano lungo l’ampio Paseo del Prado, già i lavoratori di varie centrali, primi fra tutti i giornalisti e il personale del quotidiano “Juventud Rebelde”, scendevano in senso contrario verso gli avversari, decisi a fronteggiarli. Non appena avvisato di quanto stava succedendo, a scendere prontamente in piazza furono Fidel Castro e la sua guardia del corpo a cui il “líder máximo” aveva ingiunto di lasciare le armi. In verità fu una scena epica e fuori dal comune: non appena si sono resi conto che Fidel era alla testa di chi li contrastava, i manifestanti hanno rapidamente cambiato atteggiamento e al grido di Fidel, Fidel, hanno deposto mazze e bastoni. C’è chi non ci crede, ma molti lo hanno visto.

Quella foto con Castro in mezzo alla sua gente contrasta con la notizia di Trump con Melania e figlio nel bunker della Casa Bianca sia pure per pochi minuti.

(Il Faro, 6.6.2020)

 

 

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