Alessandra Riccio – America, non solo Nord

Hanno spaccato il capello in quattro: la rimonta, i sondaggi sbagliati, il numero dei voti …. E poco rilievo al numero di persone che è voluta andare a votare in un paese dove questo o quello per me pari sono, dove la politica è delegata, dove votare è un diritto da acquisire, dove esistono i grandi elettori come ai tempi di Martin Lutero. Trump ha avuto molti voti, Biden molti di più, due più due fa quattro. Ora vuole che si ricontino le schede, è ammesso, si faccia, ma, come ha ricordato Anna Maria Crispino, giornalista attenta alla politica internazionale (questa cenerentola dei nostri media) che ci fa notare sommessamente: “vi risulta che in qualsiasi competizione a due – come nei referendum peraltro o da noi nelle elezioni dei sindaci – non ci si trovi davanti a una spaccatura? Il sì e il no, chi vince e chi perde non sono una divisione binaria? Avreste mai pensato che uno dei due contendenti avrebbe potuto vincere con il 90% dei voti? La logica dello scontro a due produce SEMPRE un vincitore e un perdente”, elementare, Watson; ma non fa sensazione, non urla la notizia, non nuova, che negli Stati Uniti d’America c’è maretta, ci sono divisioni, odi razziali, contrasti ideologici, contraddizioni fra stato e stato e anche fra stato e nazione, agiscono divieti non detti, ma persistenti come quello che ha impedito, fino a ieri, di far coprire da una donna le massime cariche di Vice Presidente e di Presidente, e all’interno dello stesso schieramento (non oso chiamarlo partito), come è stato dimostrato dalla scelta di Biden, dalla bocciatura di Sanders, ecc.

In politica interna gli Stati Uniti sono nel caos e non da oggi; divisi, molto divisi, contrastanti spesso. Ma in politica estera non è così: la politica della Sicurezza Nazionale, la vocazione imperialista, il “destino manifesto” della loro superiorità, la convinzione assoluta di essere i gendarmi del mondo, mi sembra sia comune a repubblicani e democratici. Non posso dimenticare che con Reagan o con Clinton, con i Bush o con Obama, il Medio Oriente, l’America Latina, l’Asia e l’Africa non sono mai state lasciate tranquille. Finita per esaurimento la guerra fredda, i nemici sono stati scovati ovunque e talvolta persino creati.

Negli stessi momenti in cui si gioiva (e con ragione) per la sconfitta di Trump, in cui si spendevano fiumi d’inchiostro per i nobili discorsi di Harris (vestita di bianco, in simbolico ricordo delle suffragette) e Biden (che come vicepresidente di Obama è stato parte di quella politica estera prepotente), nella Bolivia del “cortile di casa” degli Stati Uniti avveniva qualcosa di veramente sensazionale: un brutale colpo di stato sovranista veniva spazzato via dall’esito di una consultazione elettorale che non lascia dubbi grazie alla quale tornavano al governo quello stesso partito e quegli stessi uomini che le forze armate e la destra sovranista avevano scacciato con la forza.

Quanto a simbologia, la presa di possesso del Presidente Arce e del suo vice Choquehuanca, preceduta da una ancestrale consacrazione a Tiahuanaco, è stata davvero potente, dimostrando tutta la vitalità di una complessa cultura multirazziale che ha resistito per più di cinquecento anni alla dominazione bianca, alla sua inferiorizzazione, alla segregazione, allo sfruttamento e all’estrattivismo. Nel Terzo millennio la resistenza indigena ha trovato un linguaggio in cui esprimere i valori delle proprie tradizioni, articolare l’inclusione, con cui comunicare e rinsaldare la solidarietà e difendere il territorio e la terra, la Madre Terra. Hanno capito che gli antichi saperi si rivelavano attualissimi per difendere un pianeta depredato e agonizzante, che alle loro pratiche di rispetto verso chi li nutriva non si poteva rinunciare. Sotto la guida di un cocalero aymara sindacalizzato, Evo Morales, hanno dato vita a una Costituzione davvero unica al mondo, che non è sbagliato definire rivoluzionaria, completamente al tempo, valida nella contemporaneità.

Il 7 novembre scorso, nel suo discorso di presa di possesso, David Choquehuanca ha detto: “Per secoli i canoni civilizzatori di Abya Yala sono stati destrutturati, risemantizzati e molti di loro sterminati, il pensiero originario è stato sistematicamente sottoposto al pensiero coloniale, ma non sono riusciti a spegnerci, siamo vivi, siamo di Tiwanaku, siamo forti. Siamo come la pietra, siamo kala wawa, siamo cholque, siamo sinchi, siamo rumi, siamo jenecherú, fuoco che non si spegne mai, siamo tutti per la cultura della vita, risvegliando il nostro larama, larama uguale a ribelle con saggezza.”

L’anno scorso, Evo Morales, minacciato di morte insieme ai familiari, fortunosamente sfuggito ai militari infedeli, protetto dal popolo, aveva potuto imbarcarsi su un aereo mandato a salvarlo dal Presidente del Messico. Quel volo fu drammatico, Perù, Brasile, Uruguay si rifiutavano di rifornirlo di benzina; finì bene, per fortuna, e adesso, dopo un anno in esilio in Argentina, dopo aver organizzato la campagna elettorale che ha portato alla vittoria il MAS e il tiket Arce – Choquehuanca, è rientrato a piedi dalla frontiera argentina per ritrovare il suo popolo e il suo paese.

Ma che c’entra la Bolivia con il tripudio per la sconfitta di Trump e la vittoria del democratico Biden? C’entra, perché dove si dice colpo di stato, disobbedienza al Washington Consensus, Sovranità Nazionale, si dice automaticamente Segreteria di Stato, Servizi Segreti.

10 novembre 2020, “Il Faro di Roma”

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