Homero Quiroz – Le ribellione dei paria e l’abisso dei mancati incontri

Il Perù attuale è un paese rotto, senza direzione ma è anche un paese zoombi e snob. “Attrazione dell’abisso”, “salto nel vuoto”, “la minaccia comunista”, “senderista” sono le prime reazioni ai risultati di domenica quando un maestro delle elementari, dal lontano paese di Cajabamba a Cajamarca ha scompigliato lo scacchiere politico degli ultimi decenni.

Sono le reazioni tipiche di determinati gruppi sociali privilegiati, di una classe media timorata, di una certa stampa ligia al sistema e di una sinistra liberale incapace di leggere il presente. Ma è anche la paura del grido popolare e dei volti emarginati degli umili che cercano di scalare il potere attraverso le urne per costruire finalmente questa promessa di una nazione rimandata fin dai primi tempi della repubblica, come direbbe lo storico Jorge Basadre.

Alla luce dei risultati, quello che più risalta è la confluenza d’incontri mancati. Mancati incontri in cui più di un partito di sinistra, centrato su Lima, che cerca di mettersi in relazione con l’altro Perù che gli è estraneo, fallisce. L’impotenza generata da questa assenza di chimica si esprime anche in acide prese di posizione. Una candidata al Congresso della Repubblica del partito Juntos por el Perú (guidato dalla socialdemocratica Verónika Mendoza) descrive così il suo mancato incontro con quest’altro Perù: “…ho bisogno della vostra volontà non per fare una campagna di merda andando solo a visitare insediamenti umani dispersi per il mondo dove la gente ci guarda dicendo si signorina, si signorina, e poi si dimentica di noi votando, maledizione, per il primo che gli regali un tapper were. Capisci? Il tuo voto, il tuo voto, ti piaccia o no, sta nella classe media…”

Effettivamente, Juntos por el Perù ha cercato di conquistare il voto della classe media in queste elezioni: l’insuccesso è stato spettacolare. Con il passare dei giorni la loro campagna ha avuto un effetto simile ai fuochi d’artificio: rumoroso, pomposo, pieno di luci ma che ha lasciato solo molto fumo prodotto dalle reti sociali e dall’impulso delle ONG, coronata dal pateracchio proposto dal Fondo Monetario Internazionale per i tempi di crisi. La svolta liberale di Verónika in questo 2021 l’ha portata a indossare troppo presto una casacca bianca abbandonando il discorso radicale. Risultato: un 8% (principalmente fra la classe media) perdendo in tutto il territorio nazionale, compresa la sua città natale, Cuzco.

Il maestro elementare José Pedro Castillo Terrones, che aveva diretto lo storico sciopero dei maestri nel 2017, ha saputo capitalizzare quei voti grazie a tre principi basilari: nazionalizzazione delle risorse naturali, rinegoziazione dei contratti minerari e un cambio della Costituzione di Fujimori del 1993 per porre fine al neoliberalismo in Perù.

Dall’altra estremità, la destra peruviana ha tre rappresentanti che in questo momento si disputano il secondo (Keito Fujimori: 14,5%), il terzo (Rafael López Aliaga: 12,2%) e il quarto posto (Hernando de Soto: 10,7%). Tutti e tre questi candidati sostengono il modello economico neoliberale e la Costituzione Politica del 1993 che privilegia un’economia sociale di mercato. Questo è  il fujimorismo e i suoi derivati che, trenta anni dopo aver impiantato il modello, ha una serie di rappresentanti che potrebbero diventare presidenti del Perù. Il suo regno non sembra poter avere una fine a medio termine.

Quali condizioni hanno permesso al maestro Pedro Castillo di fare del suo partito Perù libre la prima forza politica del paese? Le profonde spaccature in un paese in lutto a causa di un’ecatombe sanitaria. Il Perù soffoca letteralmente per mancanza di ossigeno, ma soprattutto per l’abbandono sistematico di uno Stato che privilegia il mercato invece del benessere umano. Eppure, la difesa del modello è diventata l’unica religione laica che deve essere rispettata senza discutere. Un modello che si è portato via, secondo dati ufficiali del Sistema Informatico Nazionale di Defunti, più di 150.000 persone per il Covid-19 è ha messo il Perù al primo posto nel mondo per numero di morti per milione di abitanti secondo il Financial Times (6.4.2021).

Juntos por el Perù si è impegnato a cambiare la Costituzione per dare una svolta al modello ma lo ha fatto in maniera così tiepida che è stato incapace di convincere la sua stessa militanza. Così, non solo si è allontanato dalle proposte di José Carlos Mariátegui e dalla radice ideologica socialista, ma anche dalle masse che nel 2016 avevano dato a Verónika Mendoza il 18,8%. Oggi, questa sinistra liberale corre dietro agli avvenimenti cercando di capirli, mostrandosi molto moderna e progressista ma incapace di sentire il polso della società. Ciò spiega come e perché non sono stati capaci di leggere che la crisi economica ha potenziato la crescita di un elettorato radicale distribuito fra il fascismo capeggiato da López Aliaga, un personaggio legato alla banca e all’Opus Dei (!2,2%) e questa sinistra “marginale” capeggiata da Pedro Castillo.

A questo punto, è ovvio che Perù Libre ha avuto più naso per percepire lo scontento popolare e portarlo alle urne dove, quasi una ribellione dei paria, gli elettori hanno espresso il loro rifiuto al modello. Invece Juntos por el Perú è caduto nella folclorizzazione e nell’esotizzazione antropologica. Invece di forgiare una forza popolare hanno esibito attaccamento alla terra e vesti colorate allontanandosi sempre di più dal clamore dei bisognosi. L’insuccesso è stato talmente evidente da non poter neppure superare i voti di Acción Popular, guidato da Jonny Lescano, un liberale che scommetteva di diventare il candidato del centro democratico ma la cui candidatura è crollata per l’effetto Castillo. Con il passare dei giorni, Juntos por el Perú è andato assomigliando sempre di più ad Acción Popular, allontanandosi dal discorso di trasformazione sociale propugnato da Perú Libre.

Pedro Castillo e Perú Libre hanno ottenuto un importante 18,1% e hanno vinto in 17 dei 26 distretti elettorali. Nelle regioni più povere del paese come Apurimac e Huancavelica hanno raggiunto addirittura il 50% e più del 30% ad Ayacucho (47%), a Madre d Dios (31%) e a Cajamarca (37%). Ciò dimostra che Perú Libre, senza grandi intellettuali fra i suoi quadri, ha saputo leggere questo scenario di radicalizzazione nella popolazione più umile e flagellata dalla pandemia, la disoccupazione, la precarietà e l’abbandono storico.

In previsione della seconda tornata, è evidente che Castillo deve tendere ponti se vuole sconfiggere il solido votante fujimorista che ha il vantaggio di potersi appoggiare perlomeno a 12 gruppi politici. Fino ad ora, le prime voci conosciute di Perú Libre hanno rifiutato di firmare un possibile foglio di intenti come aveva fatto Ollanta Humala per vincere le elezioni del 2011. Pur se questo può far piacere a quanti si sentono rappresentati da Castillo, potrebbe costituire il principale impedimento per vincere al ballottaggio. L’approfondirsi della crisi e l’enorme astensionismo che in questo primo turno ha raggiunto il 26%, potrebbe giocare a suo favore.

Dall’altra parte, il fujmorismo si appellerà al terrorismo mediatico e alla memoria di un passato di guerra per seminare terrore psicologico e raccogliere voti nelle urne. Ci aspettano mesi di demonizzazione che faranno di queste elezioni le più polarizzate di questi primi anni del XXI secolo in Perù.

(“Crisis”, 12 de abril del 2021)

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