Editorial – “La Jornada”, 18.6.2022

La sottosegretaria agli Interni del Regno Unito, Priti Patel, ha autorizzato l’estradizione negli Stati Uniti del comunicatore australiano Julian Assange, recluso nella prigione londinese di massima sicurezza di Belmarsh dall’aprile del 2019, vittima di persecuzione giudiziaria da parte dei governi degli Stati Uniti, Svezia e Gran Bretagna fin dal 2010. Washington lo reclama per processarlo con 17 imputazioni di spionaggio e una per presunti delitti cibernetici.

Anche se decine di organizzazioni internazionali hanno denunciato le arbitrarietà e le violazioni dei diritti fondamentali nel processo in corso contro il fondatore di WikiLeaks –fra cui la Commissione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Tortura e Amnesty International- e nonostante gli appelli di diverse personalità mondiali affinché Assange sia messo in libertà, un comunicato dell’ufficio di Patel afferma che l’estradizione “non può essere oppressiva, ingiusta o un abuso giuridico” e che “non è stato neanche provato che sia incompatibile con i suoi diritti umani, compreso il suo diritto ad un processo giusto e alla libertà d’espressione”.

L’ipocrisia e la falsità di queste espressioni balzano alla vista per le rivelazioni sullo spionaggio illegale che la statunitense Agenzia Centrale di Intelligenza (CIA) ha condotto su Assange, durante il quale ha intercettato le sue conversazioni con gli avvocati al fine di indebolire le strategie di difesa legale dell’accusato. Non bisogna neanche dimenticare che dal 2019 più di un mezzo centinaio di medici di Svezia, Australia e  Regno Unito hanno certificato in un messaggio pubblico a Patel la loro preoccupazione per il grave deterioramento fisico e mentale causato su Assange dalle condizioni eccezionalmente dure della reclusione.

Al di là delle aberrazioni della persecuzione contro il fondatore di WikiLeaks, la disposizione del governo britannico a consegnare Assange al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, così come l’ostinazione dei governanti di questo paese a fabbricare delitti immaginari –perché non si può accusare di essere una spia uno che non ha servito nessuna potenza, ma che, anzi, ha lavorato per informare l’opinione pubblica internazionale-è chiaro che le manovre fra Washington e Londra per portare a termine la farsa giuridica costituiscono un chiaro messaggio di disprezzo verso il consorzio giornalistico del mondo: il potere pubblico di queste nazioni non tollera di essere esibito nei suoi atti delinquenziali, nella sua corruzione e nella sua indecenza, e si vendicherà di chi osasse metterlo in evidenza. E, per di più, questa decisione impone un’intollerabile limitazione al diritto all’informazione delle società.

Il paradosso balza agli occhi nel caso del video intitolato “Assassinio collaterale”, dove è registrato l’omicidio di 12 civili –fra cui due giornalisti dell’agenzia Reuters- nella Bagdad occupata dalle truppe statunitensi nel luglio 2007: la registrazione, ripresa da un elicottero, mostra il momento in cui un gruppo di pedoni è stato mitragliato dall’equipaggio, il quale, qualche secondo dopo ha perpetrato un altro attacco su una famiglia irachena accorsa in aiuto dei feriti. Le autorità materiali, intellettuali e politiche di quel crimine non hanno mai dovuto renderne conto, ma chi ha comunicato al mondo questo evento –l’ex soldatessa statunitense Chelsea Manning e lo stesso Assange- sono stati vittime da allora di un implacabile assedio giudiziario che, nel caso dell’australiano, è sfociato adesso nell’approvazione della sua estradizione negli Stati Uniti.

Non si deve dimenticare, riguardo al Messico, che Julian Assange ci ha fornito un servizio trascendentale per la trasparenza e l’informazione, consegnando al nostro giornale migliaia di dispacci diplomatici inviati al Dipartimento di Stato dall’ambasciata e dai consolati statunitensi nel nostro paese in cui era evidente, sia pure in maniera involontaria, la decomposizione del governo di Felipe Calderón e la sua indignante sottomissione a Washington, nel contesto dell’iniziativa di Merida. Le relative informazioni, pubblicate su queste pagine nel corso del 2011 e 2012, hanno permesso di penetrare in alcuni degli abissi nei quali furono trascinate le istituzioni in quel periodo.

Infine, WikiLeaks ha annunciato che la difesa del giornalista impugnerà la decisione di Patel. Bisogna sperare che la giustizia britannica dimostri più sensatezza e decenza del governo di Londra e che Assange venga messo in libertà nel minor tempo possibile. Questo sarebbe l’unico lieto fine per un episodio tanto allarmante quanto vergognoso.

(“La Jornada”, Città del Messico 18.6.2022)

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.