Gennaro Carotenuto – Venezuela, l’opposizione si spacca e fa arrabbiare El País

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Dopo il gran tam-tam estivo il Venezuela è sparito dai giornali italiani. Eppure, nel giro di tre giorni, El País di Madrid, che da una ventina di anni sta alla versione ufficiale delle destre neoliberali sull’America latina come la Pravda stava al PCUS e all’URSS, e come tale merita di essere letto con la massima attenzione, ha pubblicato ben due articoli significativi di un cambiamento in atto. Questi infatti dimostrano grande frustrazione, e un filino di rabbia, rispetto al comportamento dell’opposizione venezuelana, appoggiata fino a ieri con trasporto nella sua lotta contro la “dittatura castrochavista” di Nicolás Maduro.

Il primo è firmato dal giornalista venezuelano Ewald Scharfenberg, di fatto corrispondente dalla capitale caraibica, il secondo è un editoriale del cattedratico argentino di stanza a Georgetown, Héctor Schamis, che da Washington è sempre stato durissimo con tutti i governi progressisti latinoamericani. Per entrambi l’opposizione sarebbe rea di non aver dato la spallata finale al regime chavista che, come ripetuto per mesi, era ormai cosa fatta.

In particolare per Schamis l’opposizione sarebbe incomprensibilmente più volte andata in soccorso del governo. Nonostante citino eventi noti, come e perché ciò sarebbe successo, i due articoli evitano di spiegarlo. Architrave della linea editoriale resta l’illegittimità del chavismo e il suo non diritto a esistere. Spiegare la dialettica della politica interna di una democrazia in crisi non è possibile perché metterebbe in discussione se stessi, millanterie e informazioni false volte a rappresentare la severa crisi venezuelana in una lotta tra bene e male con Maduro nei panni di Pol Pot e l’opposizione neoliberale formata da dame di San Vincenzo e paladini dei diritti umani.

Giustamente Schamis ricorda che per creare le condizioni per la caduta di una “dittatura” (attraverso una “rivoluzione colorata” parrebbe, ma lasciamo il beneficio del dubbio) sono necessari tre requisiti: 1) l’unità dell’opposizione; 2) le manifestazioni di piazza verso un regime odioso e repressivo (più morti ci sono meglio è); 3) la pressione internazionale. Queste tre condizioni si sarebbero date più volte in Venezuela e in particolare da aprile fino all’elezione della Costituente chavista a fine luglio quando il regime sarebbe stato al collasso. La tesi è che da allora, inopinatamente, visto che secondo la grande stampa internazionale la Costituente sarebbe stata un fallimento e i pochi votanti lo avrebbero fatto con una pistola alla tempia, l’opposizione avrebbe claudicato, tradito, trattato col mostro “castrochavista”.

A questo si aggiunga lo scemare delle proteste popolari. È il punto due di tre della teoria del “regime change”, quello che ha fatto trepidare una parte rilevante dell’opinione pubblica progressista internazionale, scioccata dalle molte morti di manifestanti, tutte addebitate al governo dai media. È un qualcosa che la linea di El País non sa ed evita di spiegare: “le strade si sono svuotate, una volta di più”, si legge e si va oltre, malcelando la delusione. Quell’opposizione democratica che aveva orgogliosamente tenuto la strada per quattro mesi, pagandone un prezzo di sangue, proprio al momento di cogliere il frutto della caduta del regime è evaporata.

Perso non ha perso la protesta di piazza, nessuno lo potrebbe dire seriamente, anche se il governo di Nicolás Maduro, proprio con la Costituente, è uscito dall’angolo e ha dimostrato di rappresentare ancora milioni e milioni di venezuelani tanto da poter sostenere – strane ste dittature – l’imminente prova delle elezioni amministrative. Neanche si può sostenere quello che la propaganda chavista meno credibile afferma, ovvero che tutti i manifestanti fossero squadracce pagate dai magnati dell’opposizione. È vero che il clima fosse fetido in quelle barricate, e che molti antichavisti genuini non ne potessero più e fossero terrorizzati, ma la fine repentina delle proteste di piazza resta la gamba non spiegata, né da chi scrive, me ne dolgo, né dagli articolisti del Grupo Prisa, a meno di non ammettere che forse questa mano l’ha vinta il governo.

Se tale spiegazione non è ammissibile per El País, il principale oggetto di critica passa a essere la decisione di partecipare alle elezioni amministrative di questo autunno di una maggioranza delle decine di partiti e partitini che compongono (o componevano) la MUD (Tavolo di Unità Democratica). È una decisione giunta in ordine sparso – e che chi scrive da settimane segnala come un punto di svolta – che qualunque osservatore oggettivo ha visto come una rilegittimazione del governo da parte dell’opposizione. I motivi per i quali, dopo il boicottaggio della Costituente, adesso buona parte dell’opposizione accetta di rimandare la soluzione della contesa ad una sfida elettorale col chavismo, sono poco comprensibili per un lettore al quale è stato descritto solo un paese al collasso, una repressione spietata da parte di un regime feroce e isolato, al quale si contrapponeva un’opposizione florida e trionfante sul punto di espugnare il palazzo di Miraflores. Qualcosa non torna.

Il principale motivo per il quale l’opposizione parteciperà alle amministrative è che nella strana “dittatura castrochavista” l’opposizione stessa amministra un gran numero di entità locali, dagli stati ai municipi, e molti amministratori pubblici non vedono alcuna ragione per lasciarne il governo al PSUV in un contesto nel quale, come avviene in qualunque democrazia, a livello locale ideologie e conflitti sfumano. Scharfenberg identifica quelli che, partecipando alle elezioni, riconoscono la legittimità politica di chi le organizza, cioè il governo, come “pragmatici” rispetto ai duri e puri che definisce “etici”. Da Washington Schamis ci va giù più duro: quelli che partecipano alle elezioni sono “collaborazionisti” tout-court e solo i radicali meritano ancora l’appellativo di “democratici”. Questi includono l’estrema destra parafascista e razzista, l’esistenza della quale a Schamis non interessa ricordare, a partire da María Corina Machado, che restano sull’Aventino del monte Avila. Se di là ci sono i collaborazionisti ciò che conta per Schamis è che “la MUD è finita” e la “fine della dittatura, è passata dal non essere mai stata così vicina, a non essere mai stata così lontana”. A chi scrive sembra una drammatizzazione esagerata, quasi un momento di sconforto da parte del partito neoliberale che ha sperato nel rovesciamento definitivo dell’esperienza chavista. Il chavismo ha forse vinto una battaglia, ma è lungi dall’aver vinto la guerra, a meno di non occuparsi solo di semantica: se hai mille volte scritto “dittatura” ed è più evidente che mai che proprio l’opposizione presunta democratica, tornando al voto dimostra che una dittatura il Venezuela non sia, lo sconforto è dovuto alla figuraccia che il cattedratico di Georgetown sta facendo.

Insomma, delle tre gambe necessarie alla rivoluzione colorata sognata a Madrid e a Georgetown, l’unica a ballare ancora, almeno per ora, è il fronte internazionale. Istituzioni internazionali controllate da sempre (l’OEA) e nuovamente (il Mercosur) dai neoliberali, hanno messo alla porta il Venezuela. Sinceri democratici come il presidente di fatto brasiliano Michel Temer o l’ex-messicano Vicente Fox (che dalla televisione colombiana Caracol ha direttamente minacciato di morte Nicolás Maduro) tuonano quotidianamente contro Caracas. Parole severe le hanno dette anche dirigenti politici più credibili come il neo-inquilino dell’Eliseo Emmanuel Macron o l’italiano Paolo Gentiloni. Alla chiamata alle armi rispondono sempre sull’attenti i grandi gruppi mediatici, dal grupo Prisa (El País) a Clarín, da Mercurio a O Globo; quelli quando si tratta di dittature (il più delle volte da appoggiare) non mancano mai. Soprattutto Donald Trump (subito semi-smentito dai suoi) ha minacciato un intervento militare diretto, con i marines pronti a sbarcare al porto de La Guaira, nonostante gli USA, che pure ne hanno fatte di cotte e di crude, mai abbiano avuto l’ardire di mettere gli stivali sul terreno in Sudamerica. Maduro ha subito mandato dei fiori: puro ossigeno per il chavismo e il latinoamericanismo.

Purtroppo per El País, anche sul fronte internazionale ci sono pecore nere che fiancheggiano la “dittatura castrochavista”. No, non solo il solito Evo Morales, l’indio così matto da pensare che a questo mondo siamo tutti uguali o il premio Nobel delle cause perse (i diritti umani), Adolfo Pérez Esquivel che stranamente non sta con l’opposizione venezuelana che di diritti umani si riempie la bocca. Con i chavisti, a settembre 2017, stanno la stragrande maggioranza dei sindacati del Continente: ritengono che in Venezuela vi sia un conflitto soprattutto di classe, argomento totalmente espunto dalle analisi mainstream. Quando uno dei 16 gruppi di lavoro del CLACSO (la principale istituzione latinoamericana per le scienze sociali) ha prodotto un documento contro il governo venezuelano, gli altri quindici gruppi, dei quali fanno parte valentissimi accademici, hanno risposto che no, potevano condividere alcune o parecchie critiche, ma non erano interessati a sottoscriverlo. L’America latina è un posto così fuori giri rispetto all’Europa che da Emir Sader a Boaventura de Sousa, da Ignacio Ramonet ad Atilio Borón, i principali intellettuali della regione, o amici storici della stessa, continuano a sostenere Maduro, al quale magari non lesinano critiche, ma ricordando che il ritorno al neoliberismo promesso dalle destre (e mantenuto dal Brasile all’Argentina) è il contrario esatto della democrazia.

E Francisco? Nessuno ha ben capito da che parte sta il papa gesuita e peronista, ma non certo da quello del “regime change”. Perfino l’Europa claudica tra “dittatura” e “democrazia”. Senza considerare Podemos in Spagna, è apertamente filo-Maduro Jean-Luc Mélenchon, che mesi fa sfiorò il ballottaggio in Francia, e l’appena più prudente Jeremy Corbyn, seduto al centro tra la minoranza di destra blairiana del Labour e la sua maggioranza pro-chavista. Deve suonare paradossale a chi legge “La Repubblica”, ma l’Europa nei mesi scorsi ha sfiorato un’alleanza castrochavista che andava da Downing Street all’Eliseo!

Chiudendo sui nostri articolisti, gli strali, da mesi per la verità, sono ancor più per José Luís Rodríguez Zapatero, l’ex-inquilino della Moncloa, addirittura uomo di Maduro secondo l’arrabbiatissimo Schamis. Scharfenberg ci traccia, facendo bene il suo mestiere, le reti e le complesse trattative intrattenute da Zapatero con l’opposizione, tra chi ci parla (e quindi parla col governo), e chi non ne vuol sapere: Borges sì, Capriles no, Leopoldo sì, Machado no e via seguendo. Crollano i manicheismi insomma e no, il Venezuela non è il paradiso descritto anche in Italia da certa propaganda ultrachavista, ma le cose sono tanto più complicate di come la mettono i suoi esagitati detrattori.

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Marco Teruggi – Le opportunità urgenti del chavismo

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Sembra come se da giorno all’altro le trincee dell’est di Caracas si siano evaporate. Come la nebbia, qualcosa che ci occupava fino alla saturazione, ora non esiste più. Tanto evidente come una sconfitta, tanto veloce quanto il declino iniziato il 25 luglio e divenuto indiscutibile dopo il 30. Si è disfatto lo scenario di guerra di strada che occupava le immagini, i titoli, le dichiarazioni, le reti. Il passato immediato sembra lontano, i corpi in fiamme, gli attacchi notturni vicino al Palazzo Miraflores, il deja vu dell’autostrada Francisco Fajardo con gas, scudi e show, tutto sembra un ricordo con odore di cenere. Continua a leggere

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Maduro, uno fuori serie – Ángel Guerra Cabrera

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Nicolás Maduro è ben lungi dall’essere il dittatore che ci propinano i polipi corporativi “occidentali”, braccio mediatico della guerra di quarta generazione contro il Venezuela. L’espressione è stata coniata anche da alcuni governanti che non hanno la minima morale per giudicare il presidente venezuelano. Continua a leggere

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Luis Hernández Navarro – Se il Venezuela cade, l’umanità cade

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John Pilger è un noto giornalista e documentarista australiano che, tra molti altri riconoscimenti, ha ricevuto in due occasioni il premio Giornalista inglese dell’Anno ed, in due altre, il UN Media Peace Prize. Recentemente intervistato da Telesur ha detto: il mondo dovrebbe appoggiare il Venezuela, ora sottoposto ad una virulenta propaganda che è la guerra attraverso i media. Se il Venezuela cade, l’umanità cade.

 

L’allerta del giornalista australiano è tutt’altro che sproporzionata. Ciò che oggi è in gioco in Venezuela è simile al dilemma che l’umanità visse durante la Guerra Civile spagnola, o quello che l’America Latina soffrì a causa del golpe in Cile contro il presidente Salvador Allende. Nel primo caso, il trionfo del franchismo aprì la strada all’espansione del nazismo e del fascismo in Europa. Nel secondo, la dittatura militare di Augusto Pinochet fu il punto di svolta per la creazione di vari regimi gorilla e l’espansione selvaggia del neoliberismo in America Latina.

 

Se l’opposizione venezuelana, alleata con gli USA, riesce nel suo tentativo di rovesciare il governo democraticamente eletto di Nicolás Maduro si aprirà la porta ad una nuova ondata brutalmente reazionaria nel mondo.

 

L’affinità di importanti settori dell’opposizione venezuelana con il franchismo e il pinochettismo è pubblica, per quanto i suoi designer d’immagine cerchino di nasconderla. Il due volte sconfitto candidato alla presidenza, da parte della Tavola di Unità Democratica (MUD), Henrique Capriles dichiarò, nel luglio 2013, che Pinochet fu un democratico al servizio del popolo cileno. E Lilian Tintori, la moglie di Leopoldo López protetta dalla destra internazionale, giustificò che gli oppositori venezuelani acclamassero Franco, è normale: se egli fosse vivo ci appoggerebbe, come Rajoy.

 

Coloro che sostengono quella parte dell’opposizione venezuelana (egemonica) appoggiano, senza ambiguità, sia forze apertamente fasciste che gli interessi USA nella regione.

 

Senza andare oltre, solo lo scorso 11 agosto, Donald Trump ha minacciato di invadere militarmente quella nazione. Abbiamo molte opzioni per il Venezuela. A proposito, non escludo l’opzione militare. Abbiamo molte opzioni per il Venezuela. Questo è nostro vicino. Voi sapete, siamo in tutto il mondo e abbiamo truppe in tutto il mondo in luoghi molto molto lontani. Il Venezuela non è molto lontano e la sua gente sta soffrendo e stanno morendo. Abbiamo molte opzioni per il Venezuela, tra cui un’opzione militare, se fosse necessario, ha detto.

 

 

E la MUD, invece di affrontare la esplicita minaccia interventista USA, senza menzionare Donald Trump, ha scelto di denunciare che il Venezuela, da anni, ha un intervento, militare e politico, da parte di Cuba, non solo danneggiando la nostra sovranità ed indipendenza, ma costituendo anche una delle principali cause della violenza. Non poteva essere altrimenti. La loro vera scommessa è un intervento bellico straniero.

 

Secondo Pilger, la minaccia di un’invasione militare del Venezuela, da parte di Donald Trump, è tipica delle minacce USA al mondo, negli ultimi 70 anni. E non è nemmeno nuova. “Gli USA – ha aggiunto – hanno già invaso il Venezuela con gruppi sovversivi come la NED, che supportano una cosiddetta “opposizione”, che cerca rovesciare con la forza un governo eletto: un grave crimine secondo il diritto internazionale”.

 

Intervistato anche da Telesur sulle smargiassate del presidente USA il ​​linguista Noam Chomsky ha qualificato le affermazioni di Trump come scioccanti e pericolose. Ed ha aggiunto che: La migliore speranza è che alcuni dei generali che lo circondano, che probabilmente comprendano le conseguenze, riescano a controllarlo.

 

Le minacce di Trump furono precedute dalle confessioni di Mike Pompeo, capo della CIA. Il 20 giugno, nel Forum per la sicurezza di Aspen, il titolare dell’agenzia ha affermato: “ogni volta che si dispone di un paese così grande, e con la capacità economica di un paese come il Venezuela, gli USA hanno un profondo interesse a garantire che il paese sia più stabile e democratico possibile. Quindi stiamo lavorando duramente per fare questo (…) siamo molto ottimisti sul fatto che ci possa essere una transizione in Venezuela (…) sono appena stato a Città del Messico e Bogotà, due settimana fa, a parlare proprio di questo tema, cercando di aiutarli a capire le cose che potranno fare per ottenere un miglior risultato per il loro angolo di mondo ed il nostro angolo di mondo.

 

Come ha recentemente ricordato il filosofo Slavoj Zizek, la guerra economica che soffre il Venezuela e le recenti minacce di invasione militare, fu progettata e realizzata a Washington. Così lo riconobbe, in un’intervista a Fox News, Lawrence Eagleburger, che fu segretario di stato di George W. Bush. “Se ad un certo punto l’economia inizia ad andare male -disse l’ex funzionario- la popolarità di Chávez comincerebbe a diminuire. Queste sono le armi che abbiamo contro di lui e che dovremmo star usando. Cioè, gli strumenti economici per far sì che l’economia venezuelana peggiori, in modo che l’influenza del chavismo nel paese e nella regione vada a picco (…) Qualsiasi cosa possiamo fare per far sì che l’economia venezuelana sia in una difficile situazione è ben fatto; ma dobbiamo farlo in modo tale da non entrare in uno scontro diretto con il Venezuela, se possiamo evitarlo”.

 

Per quanto i suoi alleati intellettuali pretendono presentare l’opposizione venezuelana come i moderni combattenti per la libertà (come lo fecero con la contras del Nicaragua o con i talebani che combatterono, in Afghanistan, l’Unione Sovietica), l’opposizione, che ammira Francisco Franco e Augusto Pinochet, rappresenta, semplicemente e pienamente, gli interessi USA in Venezuela. John Pilger ha ragione. Se il Venezuela cade, l’umanità cade.

 

  1. Alla memoria di Jesús Aranda, eccezionale giornalista e magnifico compagno. Sempre si imparava qualcosa da lui.

 

(pubblicato su La Jornada – trad. di Francesco Monterisi)

 

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Hugo Moldiz Mercado* – Evo sintetizza le agende di tre secoli

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Una revisione critica della lunga storia della Bolivia e un bilancio politico il più obiettivo possibile, dovrebbe portare a riconoscere –nell’accademia, nell’ intellettualità e nella politica- che questo leader indigeno ha spezzato vari miti e ha dimostrato che con l’impegno, il lavoro e la fermezza è possibile dare un giro positivo alla vita del paese e dei boliviani e delle boliviane. Continua a leggere

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Ignacio Ramonet – Le 10 vittorie del presidente Maduro nel 2016

Le 10 vittorie del presidente Maduro nel 2016
 Un articolo che rende giustizia al vituperato Presidente del Venezuela e che lo rivela come un uomo politico di notevole qualità. L’ho ricevuto stamattina 2 agosto dalla Francia e l’ho subito condiviso. A stretto giro i giornalisti de “L’Antidiplomatico” ai quali sono grata, sempre all’erta, mi avvertono che lo hanno già tradotto e pubblicato qualche mese  fa. Oggi mi sembra ancora più attuale.

Tutto si presentava molto complicato, al principio del 2016, per le autorità di Caracas. Principalmente per tre ragioni: 1) l’opposizione neoliberista aveva vinto le elezioni legislative del dicembre 2015 e controllava l’Assemblea Nazionale: 2) i prezzi del petrolio, principale risorsa del Venezuela, erano caduti al livello più basso degli ultimi decenni; 3) il presidente statunitense Barack Obama aveva firmato un ordine esecutivo dove si dichiarava che il Venezuela rappresentava una «minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti» [I]

Vale a dire, in campi decisivi – politico, economico e geopolitico – la rivoluzione boliviariana sembrava essere sulla difensiva. Mentre la controrivoluzione, sia interna che esterna, pensava di avere il potere in Venezuela a portata di mano.

Tutto questo in un contesto di guerra mediatica di lunga durata contro Caracas che ebbe inizio con l’arrivo al potere di Hugo Chávez nel 1999 e intensificatasi dall’aprile del 2013. Raggiungendo livelli inauditi di violenza dopo l’elezione del presidente Nicolás Maduro.

Questa atmosfera d’aggressione e permanente bullismo mediatico produce un’insidiosa disinformazione sul Venezuela che confonde finanche molti amici della rivoluzione bolivariana. In particolare perché, in questa epoca di ‘post-verità’, la pratica della menzogna, dell’imbroglio intellettuale e dell’inganno palese non è sanzionata da nessuna conseguenza negativa, sia in termini di credibilità che d’immagine. Tutto va bene, tutto serve in questa ‘epoca di relativismo post-fattuale’, nemmeno i fatti o i dati più obiettivi sono presi in considerazione. Non viene nemmeno accettato l’argomento – ovvio nel caso del Venezuela – del complotto, della congiura, della cospirazione. A priori, il nuovo discorso mediatico dominante denuncia e ridicolizza il «presunto complottismo» come un argomento inaccettabile di una «vecchia narrativa» che non è accettabile…

Tutto, all’inizio del 2016, sembrava in salita per il presidente del Venezuela. Fino al punto che il bullo oppositore neoliberista Henry Ramos Allup, probabilmente inebriato dalla maggioranza parlamentare, si spinse ad assicurare nel gennaio del 2016, in occasione del suo primo discorso come presidente dell’Assemblea Nazionale, che «in un lasso di tempo non maggiore a sei mesi» avrebbe estromesso dal potere  Nicolás Maduro. Ispirato senza ombra di dubbio dal golpe istituzionale contro la presidente Dilma Rousseff in Brasile, e scommettendo su di una vittoria in un eventuale referendum revocatorio.

Questa era la situazione quando il presidente Maduro, con una magistrale sequenza di mosse da giocatore di scacchi di cui nessuno si è reso conto – perfettamente legali secondo la Costituzione – ha sorpreso tutti. Ha rinnovato, come da suo diritto, i membri del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ), massimo organo del potere giudiziario, la cui Sala Costituzionale ha l’ultima parola in materia di interpretazione della Costituzione.

Satura di superbia, l’opposizione ha commesso due errori eclatanti:

Decise di ignorare gli avvertimenti del TSJ e convocare l’Assemblea Nazionale con tre deputati dello Stato Amazonas la cui elezione nel dicembre 2015, era stata sospesa in via cautelare per irregolarità. Davanti a questo affronto, il TSJ ha stabilito che l’incorporazione dei tre deputati «non eletti regolarmente» ritirava ogni validità alle decisioni dell’Assemblea Nazionale. Di Fatto, il TSJ dichiarò in stato di oltraggio (disobbedienza) l’Assemblea e stabilì che si «consideravano nulle tutte le sue decisioni». Per i propri errori, l’Assemblea non solo non è riuscita a legiferare e controllare il governo, ma, come evidenziato da prestigiosi specialisti in diritto costituzionale, si è annullata, dilapidando il suo potere e auto-dissolvendosi [II]. Questa è stata la prima grande vittoria per Nicolás Maduro nel 2016.

Nel suo ossessivo affannarsi per rovesciare il presidente, l’opposizione antichavista ha anche deciso di ignorare i requisiti legali (art. 72 della Costituzione), in termini di tappe imprescindibili e di passaggi richiesti dalla normativa di legge, per convocare un referendum revocatorio nel 2016 [III]. Anche in questo caso l’opposizione ha fallito miseramente.

Un’altra grande vittoria di Nicolás Maduro.

Eppure, arrivò un momento, verso marzo-aprile del 2016, in cui tutto si complicò enormemente. Perché, ai soliti assalti imbastiti dalle forze ostili alla rivoluzione bolivariana, si aggiunsero una siccità impressionante – la seconda peggiore dal 1950 – e un calore estremo derivante dal fenomeno El Niño. In Venezuela, il 70% dell’energia è generata dagli impianti idroelettrici e la principale centrale idroelettrica dipende dalla diga Guri. Riducendosi le precipitazioni, i livelli di questa diga diminuirono quasi al livello minimo.

La controrivoluzione cercò di approfittare di questa circostanza per moltiplicare i sabotaggi elettrici, cercando di creare caos energetico, rabbia sociale e proteste. Il pericolo era grande perché il problema elettrico si sommava, per gli effetti della persistente siccità, alla mancanza di acqua potabile…

Ma il presidente Maduro agì nuovamente con rapidità adottando drastiche misure: decise la sostituzione di milioni di lampadine incandescenti con lampade a risparmio energetico: ordinò la sostituzione dei vecchi condizionatori d’aria con altri di nuova generazione; stabilì la mezza giornata lavorativa nella pubblica amministrazione; e decretò un piano straordinario per il risparmio di energia elettrica e acqua a livello nazionale.

Grazie a queste audaci misure, il Presidente riuscì ad evitare il collasso energetico [IV]. Ottenne così una delle sue vittorie più popolari dell’anno 2016.

Altro problema importante (forse il più grave) che si è trovato ad affrontare il Governo – conseguenza in parte della guerra economica contro la rivoluzione bolivariana – è l’approvvigionamento di cibo. Bisogna ricordare che prima del 1999, il 65% dei venezuelani vivevano in condizioni di povertà e che solo il 35% potevano godere di un’elevata qualità di vita. Ossia, per ogni dieci venezuelani solo tre consumavano regolarmente carne, pollo, caffè, mais, latte, zucchero… Mentre negli ultimi diciassette anni, il consumo alimentare (grazie al massiccio investimento sociale della rivoluzione) è salito dell’80%.

Questo cambiamento strutturale, spiega perché, la produzione nazionale di alimenti, molto più importante di quello che si crede [V], si è rivelata insufficiente.

Poiché la domanda aumentò in maniera massiccia, esplose anche la speculazione. E di fronte a un’offerta strutturalmente limitata, i prezzi aumentarono vertiginosamente. Il fenomeno del mercato nero o «bachaqueo» si è ampliato. Molte persone acquistavano i prodotti sovvenzionati dal Governo a prezzi inferiori a quelli di mercato per venderli a prezzi molto superiori. Oppure li «esportavano» in maniera massiccia verso i paesi vicini (Colombia e Brasile) dove venivano rivenduti al triplo del prezzo sovvenzionato. In questo modo il Venezuela veniva «dissanguato» dei suoi dollari – che scarseggiavano per via della caduta dei prezzi del petrolio – per alimentare questi ‘vampiri’ che rubano i prodotti di prima necessità ai più umili, mentre si arricchiscono in maniera eccezionale. Una simile immoralità non poteva continuare.

Ancora una volta, il presidente Maduro decise di agire con mano ferma.

Per prima cosa – molto importante – cambiando la filosofia dell’assistenza sociale. E correggendo un grave errore che il Venezuela commetteva da decenni. Decise che lo Stato, invece di sovvenzionare i prodotti, deve sovvenzionare le persone. Affinché solo i poveri, che realmente lo necessitano, possano avere accesso ai prodotti sovvenzionati dal Governo. Per tutti gli altri, il prodotto viene venduto al prezzo stabilito dal mercato. Evitando speculazione e bachaqueo.Come seconda misura decisiva, il Presidente ha annunciato che, d’ora in poi, il Governo si impegnerà per cambiare il tessuto economico del paese con l’obiettivo di passare da un ‘modello rentier state’ a un ‘modello produttivo’. A questo proposito, il Presidente ha stabilito «quindici motori» [VI] per rilanciare l’attività economica sia nel settore privato, così come in quello pubblico e l’economia comunale.

Queste due misure essenziali convergono in una creazione originale immaginata dal Presidente Maduro: i CLAP (Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione) che costituiscono una nuova forma di organizzazione popolare. Casa per casa, i rappresentanti delle comunità organizzate consegnano a prezzo regolato, borse piene di alimenti. Molti di questi alimenti sono di nuova produzione nazionale, I CLAP dovrebbero approvvigionare, nei prossimi mesi del 2017, circa quattro milioni di famiglie umili. Garantendo l’alimentazione del popolo. E siglando così una nuova grande vittoria per il Presidente Maduro.

Altra vittoria non da poco, in questo difficile anno 2016, è quella riguardante il record ottenuto in materia di investimento nel sociale che ha raggiunto il 71,4%. Un record mondiale. Nessun altro Stato del pianeta investe quasi i tre quarti del suo bilancio negli investimenti sociali.

In materia di salute, ad esempio, il numero di ospedali è aumentato di 3,5 volte dal 1999. Gli investimenti in un nuovo modello umano di salute pubblica si sono moltiplicati per dieci.

La Missione Barrio Adentro, il cui obiettivo è quello di curare gli ammalati nelle aree urbane più umili del paese, ha realizzato quasi 800 milioni di visite e salvato la vita di 1.400.000 persone. Le università di medicina hanno formato 27.000 medici. Altri 30.000 otterranno il diploma nel 2017. Otto Stati hanno raggiunto una copertura Barrio Adentro del 100% nel 2016, quando l’obiettivo era di sei.

Altra vittoria sociale fondamentale, non menzionata dai grandi media dominanti, è quella ottenuta in materia di anziani che ricevono una pensione di vecchiaia. Prima della rivoluzione appena il 19% degli anziani riceveva una pensione, il resto sopravviveva nello squallore o a carico dei propri familiari. Nel 2016, la percentuale di anziani che ricevono una pensione (anche se non hanno potuto versare i contributi durante la vita attiva) ha raggiunto il 90%. Un record per il Sudamerica.

Altra vittoria spettacolare – nemmeno menzionata dai media dominanti – è quella ottenuta dalla Misión Vivienda incaricata di costruire alloggi popolari per le famiglie venezuelane umili.

Nel 2016, la Missione ha consegnato non meno di 359.000 case ( a titolo di comparazione, un paese sviluppato come la Francia ha costruito, nel 2015, 109.000 alloggi popolari).

Dall’inizio del suo mandato, nel 2013, il Presidente Maduro ha già consegnato circa un milione e mezzo di alloggi alle famiglie a basso reddito. Altro record mondiale passato sotto silenzio da tutti i media ostili alla rivoluzione bolivariana. E che finanche tanti amici talvolta omettono di menzionare.

Ricordiamo, infine, alcune delle brillanti vittorie conseguite in ambito geopolitico. Per esempio, aver impedito che l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), dominata da Washington, condannasse Caracas come preteso dal Segretario Generale dell’organizzazione, Luis Almagro, che invocava la Carta Democratica contro il Venezuela.

Oppure l’esito del XVII Vertice del Movimento dei Paesi Non Allineati (MNOAL) realizzata a settembre 2016 presso il Centro Congressi Hugo Chávez di Isla Margarita con la presenza di numerosi capi di Stato e di Governo di 120 paesi che hanno espresso solidarietà al Venezuela.

Infine, in questo campo, la vittoria principale del Presidente Maduro, che ha effettuato diverse visite internazionali con questo obiettivo, è stato il risultato senza precedenti di un accordo tra paesi OPEC e non OPEC per la riduzione concertata delle esportazioni di petrolio.

Questo storico accordo, firmato nel novembre del 2016, ha immediatamente fermato la discesa dei prezzi del petrolio crollati dalla metà del 2014 quando superavano i cento dollari al barile.

Grazie a questa vittoria di capitale importanza, i prezzi del petrolio – scesi a 24 dollari al barile – sono giunti a superare i 45 dollari nel finale del mese di dicembre 2016.

Così, nell’anno più duro e più lungo, dove in tanti hanno scommesso sulla sua caduta, il Presidente Nicolás Maduro, evitando tutte le insidie, tutte le trappole e le difficoltà, ha dimostrato la sua eccezionale statura di uomo di Stato. Un leader indistruttibile della Rivoluzione Bolivariana.

 

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[I] Leggi Ignacio Ramonet, «Venezuela candente», ‘Le Monde diplomatique en español’, enero de 2016.  http://www.monde-diplomatique.es/?url=editorial/0000856412872168186811102294251000/editorial/?articulo=2ebf5b30-e930-4492-971c-2fb37aa6e443

[II] Leggi  «BBC Mundo», 24 de octubre de 2016. http://sumarium.com/se-ha-vuelto-irrelevante-la-asamblea-nacional-en-venezuela/

[III] «L’articolo 72 della Costituzione del Venezuela sancisce che il referendum revocatorio può essere realizzato una volta trascorsa la metà del mandato presidenziale. Nel caso di Nicolás Maduro, questo ha avuto inizio il 10 gennaio 2013 e terminerà il 10 gennaio 2019, quindi, i tre anni sono stati raggiunti il 10 gennaio del 2016. La confusione rispetto a quando inizia il diritto a poter richiedere il referendum revocatorio, è stata generata dal fatto che fu necessaria una nuova elezione a causa della morte di Hugo Chávez il 5 di marzo del 2013. Ma, secondo quanto recita l’articolo 231 della Costituzione l’attuale periodo ha avuto inizio il 10 gennaio 2013 e no il 19 di aprile di quest’anno. Dichiarazione di Tibisay Lucena, capo rettore del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), 9 agosto 2016

http://albaciudad.org/2016/08/cne-referendo-revocatorio-para-2017/

[IV] Con il progressivo arrivo delle piogge, da fine maggio, il livello della diga Guri è salito, e il presidente Maduro ha potuto finalmente annunciare che dal 4 luglio sarebbe stato sospeso il razionamento dell’energia elettrica.

[V] Dal 1999, il governo bolivariano ha investito nell’agricoltura come nessun altro ha fatto, dando priorità all’aumento della produzione locale. Il Venezuela si approvvigiona al 10% di patate, peperoni, cipolle, pomodori, sedano, patate dolci, yucca, lattuga, cavolo, coriandolo, prezzemolo, limone, platano, banane, altri ortaggi e frutta. L’80% del riso è di produzione nazionale. Anche formaggi e salumi sono di provenienza nazionale per l’85%. Le importazioni di pollo, maiale e carne rappresentano appena il 24%. La percentuale in riferimento a carote, lenticchie e fagioli non raggiunge il 15%.

[VI] I 15 motori sono: Agroalimentare; Farmaceutico; Industriale; Esportazioni; Economia comunale, sociale e socialista; Idrocarburi, Petrolchimica; Industria Mineraria; Turismo nazionale e internazionale; Costruzioni; Forestale; Industria Militare; Telecomunicazioni e Informatica; Banche pubbliche e private; Industria di base.

 

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

 

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Dichiarazione del Ministero degli Esteri di Cuba

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Insieme alle parole di Papa Francesco, la dichiarazione del Ministero degli Esteri di Cuba dovrebbe far riflettere i fruitori disattenti dei nostri mezzi di comunicazione di massa.

Domenica 30 luglio 2017, durante le elezioni per l’Assemblea Nazionale Costituente nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, il popolo venezuelano ha dimostrato al mondo di essere appieno padrone dei suoi diritti sovrani e di militare decisamente dalla parte della pace, in difesa della sicurezza cittadina, dell’indipendenza e della libera determinazione della sua Patria, come hanno fatto durante tutta la storia dell’America Latina e del Caribe, a cominciare da Bolivar. Continua a leggere

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