Juan Diego Quesada – Maduro, entusiasta ma prudente

22 febbraio 2019 Posto di frontiera fra Colombia e Venezuela

Il Presidente del Venezuela ha ricevuto con toni scherzosi, lunedì scorso, il nuovo ambasciatore  colombiano, Armando Benedetti, incaricato di ristabilire le relazioni fra i due paesi che da tre anni non si parlavano. Vestiva di bianco da cima a piedi. L’ospite, in giacca e cravatta, ha regalato all’anfitrione un tipico cappello vueltiao e lui ha corrisposto con un quadro di Simón Bolívar. L’arrivo al potere di Gustavo Petro ha aperto una nuova era fra la Colombia e il Venezuela. Benedetti ha sottolineato con lo stesso spirito di conciliazione, che la notizia della loro fratellanza doveva essere una festa, un carnevale, dopo la piccola guerra fredda di cui erano stati protagonisti.

Questo tono disteso, però, non farà precipitare la tabella di marcia che si sono imposti per tronare alla normalità. “Si deve fare in maniera ordinata”, ha detto Maduro. La Colombia ha l’intenzione di aprire quanto prima la frontiera, chiusa in maniera intermittente dal 2015. Per questo propongono di usare un sistema biometrico d’identificazione per controllare il passaggio delle persone. Il chavismo si dimostra più cauto e preferisce farlo in maniera progressiva. Maduro propone, in cambio, di effettuare una riunione di governatori di un lato e dell’altro della frontiera con la presenza dei ministri degli Esteri. Adesso tocca a Petro dare l’assenso.

Sul tavolo ci sono molti temi da discutere, come la sicurezza alla frontiera dove agiscono i cartel della droga e gruppi guerriglieri colombiani, o il processo di pace con la guerriglia dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), in cui Petro non vuole involucrare il chavismo ma nel quale, sicuramente il Venezuela vorrà avere voce in capitolo. Compreso il tema migratorio, visto che la Colombia ha accolto due milioni e mezzo di rifugiati venezuelani. E compreso anche il futuro di Monómeros, l’impresa venezuelana con sede in Colombia che produce un terzo dei suoi fertilizzanti per l’agricoltura. “Se non lo facciamo bene, sarà un fallimento”, ha ripetuto Maduro davanti a Benedetti che era accompagnato dalla moglie Adelina Guerrero. E ha aggiunto, ricordando il reciproco distanziamento: “Non avrebbe mai dovuto succedere. Se esistono due popoli simili e fraterni, quelli siamo noi”.

Il successore di Hugo Chávez, accompagnato dalla moglie Cilia Flores, ha parlato della sua preoccupazione per il narcotraffico, per il contrabbando, per le tasse di dogana alla frontiera e per la guerriglia. Il contrabbando di benzina, che sembra preoccupare anche il Governo di Petro, vorrebbe controllarlo aprendo un distributore a prezzi venezuelani dalla parte colombiana, come aveva proposto in passato l’ex presidente Juan Manuel Santos. Il tema della sicurezza è molto più delicato. Negli ultimi mesi, quattro guerriglieri colombiani storici sono stati assassinati nella frangia di frontiera senza che si siano, per adesso, chiariti del tutti i motivi della loro morte. La teoria sostenuta da fonti della sicurezza colombiana è che un gruppo di mercenari realizza operazioni chirurgiche in questa zona dove a stento vi è un qualche controllo di qualche stato –la Colombia o il Venezuela – per incassare la ricompensa milionaria offerta dagli Stati Uniti per le loro teste. Questo territorio viene considerato come una zona d’ombra, un vespaio.

Maduro ha preso la mano che gli ha teso Petro ma ha detto chiaramente che funziona secondo i suoi tempi e le sue logiche, senza pressioni esterne. Il Presidente ha vissuto anni d’isolamento internazionale per le sue politiche repressive e ciò nonostante è rimasto saldo al potere. Il tempo gioca a suo favore. Neanche tutta la batteria di sanzioni degli Stati Uniti è riuscita a fargli tremare la poltrona. Joe Biden sta provando adesso la via diplomatica, come fa anche Petro. L’opinione generale fra i governanti attualmente al potere è che il Venezuela ha bisogno di un’uscita negoziata alla sua crisi istituzionale, dove l’opposizione possa avere possibilità reali di poter accedere alle istituzioni. Non sarà facile. Maduro ricorda spesso che non gli piace che altri paesi si immischino nei suoi affari interni e non farà un’eccezione con la Colombia.

L’incontro è servito anche per ricordare buoni momenti. Maduro ha ricordato quando aveva una relazione fluida con Santos assicurando che si telefonavano quasi ogni giorno. Poi, secondo lui, tutto si è guastato per l’ingerenza degli Stati Uniti. Adesso, ha aggiunto, vorrei avere questo tipo di rapporti con Petro. Benedetti, che ha ascoltato con attenzione, sarà l’intermediario. Si sono trovati faccia a faccia due nuovi soci che si sono incontrati con piacere ma che vogliono fare le cose poco a poco.

(“La Jornada”, 30.8.2022)

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Iroel Sánchez – Amnesty International parla dell’Ucraina: doppia morale e delitti senza castigo

Amnesty International è un’organizzazione non senza qualche tratto pro occidentale che da decenni gode del favore dei grandi media e dei governi del Nord sviluppato e ricco per la denuncia delle violazioni dei diritti umani, spesso coincidenti con le agende di questi ultimi. Tuttavia, recentemente, ha fatto uno scivolone che ha messo in una situazione di conflitto questa relazione sinergica.

Lo scorso 4 agosto, Amnesty International ha pubblicato un rapporto intitolato “Le tattiche di combattimento ucraine mettono in pericolo la popolazione civile” che documenta l’uso, da parte dell’esercito ucraino, di scuole, ospedali e zone residenziali come sedi di basi militari, denunciandolo come violazioni del Diritto Internazionale Umanitario. Secondo il rapporto, questa pratica dei militari ucraini ha provocato numerose vittime civili. Benché l’obbiettivo dell’indagine fosse quello di indagare sugli attacchi russi e per quanto il rapporto stia ben attento a segnalare che “queste violazioni non giustificano in nessun modo gli attacchi indiscriminati della Russia che hanno causato la morte e le ferite di innumerevoli civili”, i dati e le testimonianze raccolti da Amnesty International provano che “le forze ucraine mettono la popolazione civile a rischio piazzando basi e operando sistemi di armi in zone abitate da civili, perfino nelle scuole e negli ospedali”.

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Alessandra Riccio – Nicolás Guillén, giovane, mulatto e provinciale

La morte di Nicolás Guillén (Camagüey 1902, La Habana, 1989) ha lasciato vuoto lo scanno di “poeta nazionale” che aveva occupato dalla rivoluzione in avanti e che nessuno aveva mai messo in discussione poiché la sua voce, più di qualunque altra, aveva saputo riassumere con coerenza la rabbia dell’emarginato, la prepotenza del padrone, l’allegria della vita, la commozione e il gusto del trionfo.

Militante del vecchio Partito Comunista cubano fin dal 1937, Guillén ha denunciato lo sfruttamento e il razzismo, l’imperialismo ed il terrore della repressione ma anche il trionfo di una nuova storia. Quando, nel 1975, fu celebrato il Primo Congresso del Partito Comunista Cubano, toccò a Guillén concludere quell’assise solenne leggendo con voce emozionata e calda il poema “Tengo” che in breve si convertiva in una specie di dichiarazione dei diritti dei cittadini della società cubana in rivoluzione.

La sua militanza gli era costata cara: la persecuzione, l’esilio, la lotta. E se nella drammatica “Elegía a Jesús Menéndez” il poeta elevava una vibrante protesta contro l’assassinio di quel leggendario dirigente sindacale, una gran parte della sua poesia appartiene alla straordinaria corrente avanguardista della poesia del primo novecento. Negli anni venti e trenta, quando a Cuba politica ed arte andavano di pari passo e l’una non sembrava trovare spazio senza l’altra, Nicolás Guillén ebbe l’ardire e il coraggio di portare il nuovo e genuino tema del “negrismo” nella poesia contemporanea e seppe comunicarne i miti, i ritmi, la vitalità. Con “Sóngoro cosongo” o “West Indies Ltd.” arricchì la poesia cubana di una sensualità più corposa e viva di quella dei grandi poeti del modernismo o dei rappresentanti più accaniti delle avanguardie. Il suo contributo fu di freschezza e vita, di impegno e di eleganza, di una semplicità sapiente né primaria né primitiva. Poeta del Caribe e dell’incrocio di razze, poeta del sesso e della tradizione africana ha saputo rappresentare nei suoi versi tutti gli aspetti di quel coacervo di tradizioni e di contrasti che convivono nella gente mulatta. Del miscuglio di razze ha saputo dare un’immagine poetica affermativa: un contributo “al profilo definitivo dell’uomo”. Un verso dal ritmo prepotente, sempre vitale, allegro e sensuale, quello di Guillén, capace di suscitare anche l’impegno e la coscienza, e la sua prosa, coltivata in generi e cammini secondari, presenta la stessa piacevolezza, soprattutto nei testi autobiografci  come “Prosas de prisa” o “El diario que a diario”. Con humor e simpatia Guillén ha consegnato a quelle pagine il racconto di una vita densa, vissuta con impegno e radicalità, una vita vissuta con vorace curiosità.

Nel terzo millennio, scomparsa un’epoca di violente passioni politiche e di radicale rivendicazionismo, resta per i più giovani, la voce segreta dell’ancestro africano, il ritmo sotterraneo dell’ossessivo tamburo, il richiamo prorompente alla vita e all’amore.

E’ stato poco conosciuto in Italia, eppure qui Guillén ha vinto il Premio Viareggio nel 1972, ed ha pubblicato “Canti Cubani” per gli Editori Riuniti, “Elegia e Canti Cubani”, per Accademia-Sansoni e “In qualche punto della primavera” per Feltrinelli, tutti nella traduzione di Dario Puccini, e per qualche anno, a Piacenza, nella rassegna “Carovane”, a Nicolás Guillén è stato intitolato un premio attribuito, fra gli altri, a Gino Strada e a Roberto Fernández Retamar.

LA VOZ ESPERANZADA

….

Yo que amo la libertad con sencillez,

como se ama a un niño, al sol, o al árbol plantado

frente a nuestra casa;

que tengo la voz coronada de ásperas selvas milenarias,

y el corazón trepidante de tambores,

y los ojos perdidos en el horizonte,

y los dientes blancos, fuertes y sencillos para tronchar raíces

y morder frutos elementales;

y los labios carnosos y ardorosos

para beber el agua de los ríos que me vieron nacer,

y húmedo el torso por el sudor salado  y fuerte

de los jadeantes cargadores en los muelles,

los picapedreros en las carreteras,

los plantadores de café y los presos que trabajan

desoladamente,

inutilmente en los presidios sólo porque han querido

dejar de ser fantasmas;

yo os grito con voz de hombre libre que os acompañaré,

camaradas;

que iré marcando el paso con vosotros,

simple y alegre,

puro, tranquilo y fuerte,

con mi cabeza crespa y mi cuerpo moreno,

para cambiar unidos las cintas trepidantes de vuestras

ametralladoras,

y para arrastrarme, con el aliento suspendido,

allí, junto a vosotros, allí donde ahora estáis, donde estaremos,

fabricando bajo un cielo ardoroso agujereado por

la metralla,

otra vida sencilla y ancha,

limpia, sencilla y ancha,

alta, limpia, sencilla y ancha,

sonora de nuestra voz inevitable.

(da España, poema en cuatro angustias y una esperanza – 1936)

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Naji Makarem *– Il Messico apre la strada a un nuovo modello di sviluppo

[…] Siamo nel bel mezzo di un re-inizio per trasformare le nostre città e tutti i settori della nostra economia in fabbriche di produzione e catene di valore a bassa emissione di carbonio, zero residui e rispettose dell’ambiente, con particolare attenzione a NetZero (zero emissione di gas a effetto serra).

Tuttavia c’è il pericolo che la risposta venga orientata dalla stessa agenda politica che ha creato per prima il problema: lo sviluppo stimolato dalle esportazioni per cui le grandi corporazioni multinazionali dominino tutti i mercati, lasciando poche opportunità commerciali per migliaia di milioni di persone in tutto il mondo, spingendo sempre di più gli agricoltori verso il debito, la povertà e la bancarotta. Fino a dovere, eventualmente, abbandonare la terra e trasferirsi in città prive di servizi pubblici e/o di opportunità.

Invece dobbiamo ripensare al nostro modello di sviluppo. Per fortuna, c’è una soluzione emergente legata all’essenza dello sviluppo regionale, che sembra essere popolare al giorno d’oggi: sviluppare economie regionali inclusive, ecologiche e circolari. Il commercio internazionale e l’interconnessione mondiale possono scaturire da un punto di vista regionale e non al contrario. Prendiamo come esempio il settore degli alimenti e delle bevande.

I piccoli imprenditori stanno sviluppando applicazioni e piattaforme che connettono gli agricoltori indipendenti comuni con i mercati urbani. Fortunatamente (per il pianeta), i mercati più redditizi per i piccoli agricoltori sono quelli organici e quelli regionali. Perché in queste piccole ma in crescita nicchie di mercato i consumatori scelgono prodotti regionali organici, senza plastica, al posto di prodotti agricoli globalizzati. I prezzi sono sempre alti, per cui questi mercati sono attraenti per gli agricoltori, ma i prezzi e i costi si andranno riducendo man mano che si espande il mercato. Ma questo non può succedere senza due elementi: la domanda dei consumatori e l’appoggio del governo.

I governi hanno appoggiato l’agricoltura della monocoltivazione su grande scala dalla metà del ventesimo secolo. Oggi devono spostare la loro attenzione verso l’agricoltura rigenerativa e per la rinascita degli agricoltori organici ed ecologici a piccola scala. Le tecnologie per questa transizione sono accessibili nelle economie collaborative e conducono a più alti rendimenti se ben gestiti. Tuttavia, la transizione è rischiosa e richiede del tempo. Proprio qui la politica industriale può aiutare gli agricoltori a capire che cosa funziona, in che luogo, e per accedere a nicchie di mercati organici regionali in crescita.

Mentre i governi della maggioranza dei paesi stanno centrando l’attenzione sull’energia e la mobilità ecologiche orientate verso l’emissione zero di carbonio, il Messico sta adottando una posizione differente.

Il Governo messicano, guidato dal suo primo presidente progressista, Andrés Manuel López Obrador, sta trasformando l’agricoltura e i mercati nella penisola dello Yucatán grazie al suo programma “Piantando vita” e al progetto “Tren Maya”, il famoso treno che mette in comunicazione 19 fermate intorno alla penisola con trasporto passeggeri (turisti e prezzi locali sovvenzionati) e merci.

“Piantando Vita” invita i piccoli agricoltori ( con circa due ettari e mezzo di terra) a unirsi al programma offrendo a ogni agricoltore l’equivalente di 250 dollari mensili di base, sviluppo di capacità e appoggio tecnico per la transizione verso un’agricoltura rigenerativa, organica ed ecologica. Questo progetto include uno dei programmi di riforestazione più grandi e ambiziosi del mondo che si propone di piantare circa 500 milioni di alberi e privilegia gli agricoltori che piantano alberi da frutta a breve e medio termine, nonché cedro e caoba di alto valore per la rendita a lungo termine.

“Piantando Vita” offre agli agricoltori indipendenti e ai produttori di alimenti e bevande una marca condivisa di cui si possono servire per far crescere i mercati regionali, ecologici e organici della penisola. Il Tren Maya agevolerà la distribuzione di questa produzione agricola nella regione e permetterà che i lavoratori migranti dei principali centri turistici di visitare più frequentemente i loro familiari in altri luoghi della penisola (un territorio della grandezza del Regno Unito). Presumibilmente i turisti sceglieranno di comprare prodotti organici locali invece di cibi e bevande importati come si fa a Cancun.

La prospettiva del presidente per un grande re-inizio, che lui chiama la Quarta Trasformazione, è estremamente popolare fra gli elettori. Il 10 aprile, più del 90% dei votanti che hanno partecipato a una consultazione popolare hanno confermato di approvare che López Obrador completi il suo mandato presidenziale (che finisce nel 2024), e quattro dei sei Stati hanno votato recentemente per il partito di López Obrador nelle elezioni regionali, rafforzandone ancora di più la popolarità.

Se si chiede alla gente che ha votato per López Obrador perché vogliono che rimanga al potere, i messicani qualunque elencheranno una serie di politiche, tutte rivolte ad aumentare l’autosufficienza  nazionale e ad appoggiare i cittadini comuni: la messa in opera del nuovo aeroporto di Città del Messico e l’uso dell’esercito perché venga costruito in tempo e nei limiti del bilancio, il progetto di pensione universale, l’aumento del salario minimo, la costruzione della raffineria di Dos Bocas per ridurre la dipendenza dalle importazioni di petrolio messicano raffinato e, naturalmente, “Piantando Vita” e il famoso Tren Maya nella Penisola dello Yucatán; tutto ciò senza ricorrere al Fondo Monetario Internazionale o alla Banca Mondiale in cerca di prestiti.

Vi sono opinioni contrastanti sullo sviluppo del Treno Maya, comprese le preoccupazioni molto legittime dei popoli indigeni. Tuttavia, il governo insiste a sostenere che il progetto porterà un tipo di sviluppo diverso nella regione, uno sviluppo inclusivo, socialmente giusto e ambientalmente sostenibile, rispettoso della cultura e del patrimonio maya preservando e rigenerando il bello e vasto paesaggio naturale. In ogni modo, alcuni settori della società sono critici rispetto al Tren Maya e alcuni capi delle comunità maya sono profondamente preoccupati che il treno possa perpetuare la forma consueta di fare affari (spargendo il modello di sviluppo di Cancun nel resto della penisola).

Tuttavia, la grande maggioranza dei cittadini comuni, compresi gli indigeni maya, dicono di approvare il progetto perché permetterà ai lavoratori migranti di tornare con maggior frequenza in famiglia in altre parti della penisola, aumenterà la domanda delle loro piccole imprese (grazie ad un aumento previsto del turismo) facilitando il trasporto dei loro prodotti nella penisola.

Fra i critici che hanno fatto sentire più forte la loro voce c’è un campagna condotta da gruppi ambientalisti e di artisti con lo slogan #selvamedeltren, che sostiene che il treno minaccia di distruggere tutto il sistema di antichi pozzi, i “cenotes”, e di grotte attraversando i letti dei fiumi sotterranei che scorrono verso la costa nel tratto fra Cancun e Tulum. Anche così, questa prospettiva apocalittica non è ampiamente condivisa dagli ambientalisti ed è stata messa in discussione dai membri delle terre comunitarie (ejidos) che traggono benefici dai turisti che visitano i cenotes nel territorio dove passerà il treno.

Mentre scrivo questo articolo, uno Studio di Impatto Ambientale su questo controverso tratto del treno –il tratto 5 Sud- è stato pubblicato dal Fondo Nazionale per il Turismo (Fonatur) che dirige il progetto del Tren Maya ed è stato sottoposto a un consulto pubblico fra il 23 maggio e il 17 giugno. L’8 giugno c’è stata una riunione pubblica sullo Studio di Impatto Ambientale in cui si sono sentite voci molto diverse.

Una preoccupazione davvero legittima è che il modello di investimento e sviluppo di Cancun e l’espansione urbana mal amministrata associata si estendano nella penisola permettendo che i grandi interessi corporativi e finanziari multinazionali estraggano una parte sproporzionata del valore generato dal turismo mentre causano contaminazione, degrado ambientale e segregazione sociale come hanno fatto a Cancun. Tulum ne è un esempio.

Dal 2008 la speculazione immobiliare ha messo in pericolo le aree naturali protette. Nonostante i programmi di sviluppo urbano a grande scala, una gran  parte degli sviluppi turistici non rispondono alle leggi di pianificazione municipale e pochissimi esibiscono piani di valutazione ambientale. E’ ancora più preoccupante che il vorace sviluppo alberghiero nella regione comporta enormi problemi di scarsezza di acqua per i residenti di Tulum mentre sovraccarica l’infrastruttura urbana che non può far fronte alla quantità di rifiuti solidi e di acque residuali non trattate che contaminano l’ambiente.

Questi problemi non faranno che peggiorare se il Treno Maya attrae più turisti a Tulum senza un’attenta programmazione e un investimento socialmente responsabile. Il rischio è che questi problemi potrebbero riguardare molti più paesi e villaggi della penisola dopo la costruzione del Treno. Comuni come quello di Tulum devono sfruttare l’opportunità del treno per capitalizzare l’imminente crescita delle economie locali in modo da risolvere le proprie sfide (come l’accesso all’acqua e ai servizi di base) ed essere all’altezza del proprio potenziale di luoghi belli per viverci, lavorare e visitare.

Il presidente e il suo governo scommettono che il Tren Maya scatenerà una nuova epoca di sviluppo inclusivo e sostenibile nella Penisola. Ma se questo governo vuole mantenere tale promessa deve permettere che i governi municipali e le parti locali interessate sviluppino i loro progetti per affrontare le sfide dell’espansione urbana in concordanza con i propri valori e aspirazioni, d’accordo con una visione nazionale condivisa di inclusione e sviluppo sostenibile.

La buona notizia per i residenti e per i governi municipali è che per la prima volta nella loro vita hanno un governo progressista che cerca di trasformare e rimodellare radicalmente il futuro del Messico grazie a quello che il presidente chiama Quarta Trasformazione.

Mentre il mondo si concentra sul cambio climatico e sulla strada verso l’emissione zero carbonio, prestando meno attenzione allo sviluppo di sistemi alimentari più resilienti e rigenerativi, il Messico sembra aver sviluppato un suo punto di vista innovatore, centrato principalmente sulla sicurezza alimentare e sull’agricoltura rigenerativa attraverso il programma “Piantando Vita”. E’ un programma ambizioso che ha un bilancio equivalente a 1.200 milioni di dollari all’anno, sempre senza bisogno di chiedere l’elemosina al FMI o alla Banca Mondiale.

“Piantando Vita” è probabilmente quello di cui tutti hanno bisogno: un appoggio affinché i semplici agricoltori facciano una transizione rigenerativa e la sostituzione di importazioni di alimenti e bevande con prodotti organici generati localmente per creare sicurezza alimentare in un mercato globale sempre più fragile che è di aiuto per pochi e che obbliga gli agricoltori ad abbandonare le loro terre.

L’esempio innovativo del Messico è contagioso. Il Messico si è impegnato ad appoggiare e a finanziare parzialmente l’espansione di questo programma nei paesi vicini come il Guatemala. E’ un momento emozionante per l’America Latina, dove il Messico e la sua presidenza giocano un ruolo guida.

Non c’è dubbio che questo modello di sviluppo alternativo è pieno di sfide. C’è un rischio grande che i governi locali adottino o perseguitino una prospettiva di affari a lungo termine per il capitale internazionale, permettendo investimenti in progetti di estrazione su grande scala come i mega hotel a Cancun e il sito di Vulcan Materials Company (noto come CALICA) vicino Tulum, che continua a distruggere il bosco per produrre materiale di costruzione  per le strade in Texas.

Il governo federale messicano e le sue agenzie Fonatur, Semarnat, Sedatu, Sedena (ingegneri dell’Esercito) e la Segreteria del Bienestar sono decisi a farne una realtà. Forse sarebbe ora che l’opposizione di lunga data allo Stato messicano si impegni invece di attaccare la Quarta Trasformazione.

Sempre più gente di tutto il mondo sta imparando ad allineare modelli e pratiche commerciali alle necessità delle persone e dell’ambiente. C’è bisogno di avere un ambiente regolatore propizio e politiche governative per procedere alla transizione verso un tipo chiaramente diverso di economia che metta le persone e l’ambiente al primo posto. L’intenzione del governo messicano e delle sue numerose agenzie è proprio questa.

In Messico è sorta una nuova era di governabilità. La strada da percorrere è piena di sfide ed esige che tutti i settori della società messicana si uniscano ad un governo ben intenzionato e a un presidente molto popolare. Si tratta di un sito di interesse per persone di tutto il mondo profondamente preoccupate del futuro del nostro pianeta; è straordinario che la transizione verso uno sviluppo regionale inclusivo ed ecologico non sia guidata dai paesi sviluppati dell’occidente ma da un paese in via di sviluppo che fino a poco tempo fa era considerato una causa persa. Occhi sul Messico che guida la strada verso il grande re-inizio!

(El País, 3 luglio 2022)

*Naji Makarem è professore di Economia Politica dello Sviluppo all’University College of London. E’ un esperto di sviluppo inclusivo e sostenibile.

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Giuseppe Cassini – Finlandia e Svezia nella Nato, cercando l’improbabile sicurezza

Non svanirà mai la memoria di cos’era la Finlandia nel dopoguerra, dopo due epici scontri con le armate sovietiche e la perdita di parte della Carelia perché “troppo” vicina a Leningrado. Grazie a un danese amico di famiglia che presiedeva la missione della Croce Rossa Internazionale nella guerra lassù, ebbi modo di viaggiare da sud a nord lungo il nuovo confine, invalicabile, dove famiglie ormai divise si salutavano commosse attraverso le recinsioni. La Finlandia che ricordo era povera e periferica; averla «neutralizzata» ha contribuito a renderla prospera come pochi altri in Europa e centrale nella distensione Est-Ovest. Helsinki è diventata una seconda Ginevra, deputata ad ospitare conferenze al vertice. Se anche l’Ucraina, alle prime avvisaglie di ciò che era prevedibile accadesse, fosse stata «neutralizzata», sarebbe diventata un florido ponte con la Russia – come proponeva Kissinger – invece che un cimitero.

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Luís Hernández Navarro – Rarámuri

Più di sei secoli fa, nel 1589, assetati d’oro e di minerali preziosi, gli spagnoli giunsero sul territorio rarámuri. Cercavano miniere in quello che oggi è il municipio di Chínipas, distante poco più di 100 chilometri dal distretto di Cerocahui, dove sono stati assassinati i sacerdoti gesuiti Javier Campos e Joaquín César Mora, e la guida turistica Pedro Palma.

I tarahumara li ricevettero con regali, ma gli proibirono l’entrata nella comunità. I cercatori di ricchezza non badarono a quel veto. Entrarono nella miniera esibendo gli archibugi. Sulle colline –ha scritto il gesuita Ricardo Robles- duemila guerrieri li sfidarono.

E’ cominciata così una storia di colonialismo, espoliazione, sfruttamento e oppressione, ma anche di resistenza, che dura fino ai nostri giorni. I vecchi conquistatori adesso sono parte del crimine organizzato e le loro vecchie armi da fuoco adesso sono dei moderni AK-47 o AR- 15.

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Editorial – “La Jornada”, 18.6.2022

La sottosegretaria agli Interni del Regno Unito, Priti Patel, ha autorizzato l’estradizione negli Stati Uniti del comunicatore australiano Julian Assange, recluso nella prigione londinese di massima sicurezza di Belmarsh dall’aprile del 2019, vittima di persecuzione giudiziaria da parte dei governi degli Stati Uniti, Svezia e Gran Bretagna fin dal 2010. Washington lo reclama per processarlo con 17 imputazioni di spionaggio e una per presunti delitti cibernetici.

Anche se decine di organizzazioni internazionali hanno denunciato le arbitrarietà e le violazioni dei diritti fondamentali nel processo in corso contro il fondatore di WikiLeaks –fra cui la Commissione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Tortura e Amnesty International- e nonostante gli appelli di diverse personalità mondiali affinché Assange sia messo in libertà, un comunicato dell’ufficio di Patel afferma che l’estradizione “non può essere oppressiva, ingiusta o un abuso giuridico” e che “non è stato neanche provato che sia incompatibile con i suoi diritti umani, compreso il suo diritto ad un processo giusto e alla libertà d’espressione”.

L’ipocrisia e la falsità di queste espressioni balzano alla vista per le rivelazioni sullo spionaggio illegale che la statunitense Agenzia Centrale di Intelligenza (CIA) ha condotto su Assange, durante il quale ha intercettato le sue conversazioni con gli avvocati al fine di indebolire le strategie di difesa legale dell’accusato. Non bisogna neanche dimenticare che dal 2019 più di un mezzo centinaio di medici di Svezia, Australia e  Regno Unito hanno certificato in un messaggio pubblico a Patel la loro preoccupazione per il grave deterioramento fisico e mentale causato su Assange dalle condizioni eccezionalmente dure della reclusione.

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Giuseppe Cassini – Guerra ucraina, il fallimento della diplomazia istituzionale

Quanti sono i diplomatici nel mondo? Una moltitudine. A loro si chiede di mediare fra contrapposti interessi per prevenire scontri letali tra Stati avversari. Il segreto del successo sta nel capire bene le «ragioni dell’altro» e farle convergere con le «ragioni della pace», prima che la situazione s’incancrenisca e sfoci in conflitto armato. Le diplomazie hanno avuto quindici anni di tempo per capire le frustrazioni della Russia e farle convergere con le ragioni della pace.

CHI ASSISTÉ NEL 2007 alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco notò con quale sufficienza i delegati ascoltavano il cahier de doléances presentato da Putin. Il quale, l’anno dopo, venne umiliato a Bucarest dalla disinvolta proposta di George W. Bush di spingere la Nato fino all’Ucraina e alla Georgia, ossia al «ventre molle» della Russia. Fu Obama a tentare un reset con Mosca; ma quando Putin offrì una bozza di Trattato sulla Sicurezza Europea con misure di prevenzione delle crisi, gli venne opposta una fin de non recevoir.

Nel 2014, abbattuto a Kiev il governo filo-russo, il nuovo governo firmò un accordo con l’Ue, accolse tecnici della Nato e decretò l’ucraino unica lingua ufficiale, quasi che il russo non fosse la lingua comune. Intanto Mosca aveva reagito: si riprese senza colpo ferire la Crimea russofona. Quindi fomentò la secessione di due provincie del Donbass a maggioranza russa; una mediazione franco-tedesca provò a placarla con due Protocolli firmati a Minsk (2014 e 2015) che concedevano ampie autonomie al Donbass: mai implementati.

A dicembre scorso Mosca ha proposto alla Nato un pacchetto di Misure di Sicurezza e agli Usa un Trattato sulle Garanzie di Sicurezza. Offerte strumentali, con l’esercito che si stava già schierando, ma averle archiviate è stato l’ennesimo affronto, sfruttato abilmente dal Cremlino. Chi ha incontrato Putin negli ultimi anni è rimasto colpito dalla sua paranoia sull’Ucraina (uno per tutti William Burns, direttore della Cia: «l’ho visto nutrirsi sempre più di un’esplosiva miscela di rancore, ambizione e insicurezza»). L’Ucraina nella Nato – ha scritto Putin in un articolo nel luglio 2021 – «sarebbe come un’arma di distruzione di massa usata contro di noi».

QUANTE SONO STATE in quindici anni le occasioni perdute dalla diplomazia? Tante, troppe, nonostante l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione Europea, l’Osce, nata nel 1995 proprio per prevenire o risolvere controversie come questa. L’Osce è composta di ben 57 Paesi e di un segretariato a Vienna. Dispone di centinaia di diplomatici, a cui andrebbe chiesto come hanno operato per convincere i propri governi a disinnescare quella miccia a lenta combustione. I diplomatici non sono dei passacarte; ci si aspetta che sappiano leggere i segni dei tempi, capire le ragioni dell’avversario e convincere i propri governi a negoziare. I margini negoziali c’erano.

Con qualche sofferto compromesso la soluzione era a portata di mano: 1° neutralità protetta dell’Ucraina; 2° referendum nel Donbass; 3° rinuncia alla Crimea. Si è preferito rinunciare alla pace, in nome di un’autodistruttiva coazione a guerreggiare. Come sempre, la curva dell’orgasmo bellico raggiunge l’acme durante i raid aerei, le incursioni, le avanzate a bandiere spiegate nella certezza di essere accolti da liberatori. Poi le truppe si impantanano in scontri d’usura, imboscate, cadaveri in putrefazione fra le rovine di città in rovina. Inizia la fase calante, scemano i fremiti eroici ed erotici, si insedia uno stato depressivo.

IRONIZZA JEFFREY SACHS, avveduto economista americano: «Che significa “sconfiggere la Russia”? I nostri leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino! Sarebbe meglio far la pace che distruggere l’Ucraina in nome della “sconfitta” di Putin» (Corriere della Sera del 2 maggio). Sachs sa di cosa parla.

Il 7 maggio, mentre Zelensky ammetteva di poter un giorno rinunciare alla Crimea, il Segretario della Nato Stoltenberg proclamava: «L’annessione illegale della Crimea non sarà mai accettata dalla Nato», aggiungendo – bontà sua – che spetterà agli ucraini decidere. A parte il fatto che la parola «mai» non esiste in politica, era bene ribattere che gli europei, abituati da sempre a modifiche di confini, preferiscono salvare la vita degli ucraini piuttosto che la intangibilità delle frontiere (che intangibili non sono mai state).

Col senno di poi c’è da chiedersi: la nostra indifferenza alle richieste di Mosca ha influito sulla sua deriva verso l’autocrazia neo-zarista? Ciò non assolve Putin dai suoi crimini orrendi né la Russia post-sovietica dalla sua incapacità di attrarre i vicini. Tuttavia, non esime l’Occidente dal riflettere sulla propria hubris verso una Russia indebolita, che spende per la difesa 17 (diciassette!) volte meno dei Paesi Nato.

LA RUSSIA FA COMUNQUE parte dell’Europa ed è imprescindibile tendere una mano alla sua gente, in particolare ai giovani – oggi silenziati, quasi fossero sequestrati dietro le mura del Cremlino. Le tecniche moderne offrono ai giovani vari modi di comunicare fra loro messaggi non propagandistici: resistete, alleatevi con i giovani europei contrari alla guerra e alla voragine di spese per armamenti. Se la diplomazia istituzionale ha fallito, proviamo con la “people to people diplomacy”.

La Federazione Mondiale della Gioventù Democratica vanta al suo attivo 19 Festival della Gioventù: gli ultimi tre a Pretoria (2010), Quito (2013) e Soci (2017) con migliaia di giovani venuti da mezzo mondo. L’Austria, nazione neutrale ed accogliente, potrebbe ospitare il prossimo. Non sembri un’idea velleitaria: immaginiamo pure che Mosca tenterà di appropriarsene politicamente. Ma voi – voi giovani – resterete uniti dal senso di un comune destino: salvare la vostra generazione dai disastri della guerra e dei cambi climatici.

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Raúl Zibechi* – La sterile illusione di un cambiamento dall’alto

La Colombia, l’Ecuador e il Cile ci stanno mostrando processi relativamente simili. Governi della destra neoliberale affrontati da grandi rivolte popolari di lunga durata, che hanno aperto brecce nella dominazione e messo sotto scacco la governabilità. Il sistema politico ha risposto indirizzando la disputa verso il terreno istituzionale, con il beneplacito e l’entusiasmo delle sinistre.

Durante le rivolte si rafforzano le organizzazioni di base e se ne creano di nuove. In Cile, più di 200 assemblee territoriali e più di 500 mense comunitarie a Santiago quando scoppia la pandemia. In Ecuador, il Parlamento Indigeno e dei Movimenti Sociali, con più di 200 organizzazioni. In Colombia, decina di punti di resistenza, territori liberi dove i popoli creano nove relazioni fra di loro.

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Angel Guerra Cabrera – Un Summit contro la democrazia

Il IX Vertice (Summit of the Americas) convocato a Los Angeles per la prossima settimana è un’altra prova evidente del carattere autoritario e antidemocratico delle élite che reggono gli Stati Uniti. L’esclusione dalla riunione di Cuba, Nicaragua e Venezuela lo conferma chiaramente. Si tratta di una questione di grande gravità che ci porta ad esclusioni anch’esse molto gravi. Gli Stati uniti hanno disprezzato il consenso di non-esclusione a cui si era giunti, per cui Cuba aveva partecipato alle edizioni VI e VIII in Panama e a Lima, obbedendo a una richiesta generale dei governi e dei popoli della regione. Ciò significa che Washington non capisce o non vuole rendersi conto del fatto che è finita quell’epoca dell’egemonia neoliberale in cui faceva e disfaceva a suo piacere. Non sopporta neppure che riprenda forza –come nel decennio fra la fine degli anni novanta e la fine del 2000- ma con maggiore profondità, il rifiuto dei popoli verso il neoliberismo e una chiara tendenza alla scelta di governi progressisti, presenti in Messico, Bolivia, Honduras, Perù, Argentina, Cile e, ormai sulla soglia, la Colombia con Petro, che ha appena vinto il primo turno, e in Brasile con Lula che tutte le statistiche danno come vincitore assoluto. Naturalmente dobbiamo aggiungerci anche Cuba, Venezuela, Nicaragua e i sei coraggiosi Stati del Caribe Orientale che fanno parte del ALBA, i quali tutti condividono non poche idee e proiezioni in politica estera con i paesi prima ricordati e che mostrano di avere un limpido e sicuro sguardo sul mondo attuale nel XXI Vertice del ALBA.

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