Giuseppe Cassini – Finlandia e Svezia nella Nato, cercando l’improbabile sicurezza

Non svanirà mai la memoria di cos’era la Finlandia nel dopoguerra, dopo due epici scontri con le armate sovietiche e la perdita di parte della Carelia perché “troppo” vicina a Leningrado. Grazie a un danese amico di famiglia che presiedeva la missione della Croce Rossa Internazionale nella guerra lassù, ebbi modo di viaggiare da sud a nord lungo il nuovo confine, invalicabile, dove famiglie ormai divise si salutavano commosse attraverso le recinsioni. La Finlandia che ricordo era povera e periferica; averla «neutralizzata» ha contribuito a renderla prospera come pochi altri in Europa e centrale nella distensione Est-Ovest. Helsinki è diventata una seconda Ginevra, deputata ad ospitare conferenze al vertice. Se anche l’Ucraina, alle prime avvisaglie di ciò che era prevedibile accadesse, fosse stata «neutralizzata», sarebbe diventata un florido ponte con la Russia – come proponeva Kissinger – invece che un cimitero.

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Luís Hernández Navarro – Rarámuri

Più di sei secoli fa, nel 1589, assetati d’oro e di minerali preziosi, gli spagnoli giunsero sul territorio rarámuri. Cercavano miniere in quello che oggi è il municipio di Chínipas, distante poco più di 100 chilometri dal distretto di Cerocahui, dove sono stati assassinati i sacerdoti gesuiti Javier Campos e Joaquín César Mora, e la guida turistica Pedro Palma.

I tarahumara li ricevettero con regali, ma gli proibirono l’entrata nella comunità. I cercatori di ricchezza non badarono a quel veto. Entrarono nella miniera esibendo gli archibugi. Sulle colline –ha scritto il gesuita Ricardo Robles- duemila guerrieri li sfidarono.

E’ cominciata così una storia di colonialismo, espoliazione, sfruttamento e oppressione, ma anche di resistenza, che dura fino ai nostri giorni. I vecchi conquistatori adesso sono parte del crimine organizzato e le loro vecchie armi da fuoco adesso sono dei moderni AK-47 o AR- 15.

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Editorial – “La Jornada”, 18.6.2022

La sottosegretaria agli Interni del Regno Unito, Priti Patel, ha autorizzato l’estradizione negli Stati Uniti del comunicatore australiano Julian Assange, recluso nella prigione londinese di massima sicurezza di Belmarsh dall’aprile del 2019, vittima di persecuzione giudiziaria da parte dei governi degli Stati Uniti, Svezia e Gran Bretagna fin dal 2010. Washington lo reclama per processarlo con 17 imputazioni di spionaggio e una per presunti delitti cibernetici.

Anche se decine di organizzazioni internazionali hanno denunciato le arbitrarietà e le violazioni dei diritti fondamentali nel processo in corso contro il fondatore di WikiLeaks –fra cui la Commissione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Tortura e Amnesty International- e nonostante gli appelli di diverse personalità mondiali affinché Assange sia messo in libertà, un comunicato dell’ufficio di Patel afferma che l’estradizione “non può essere oppressiva, ingiusta o un abuso giuridico” e che “non è stato neanche provato che sia incompatibile con i suoi diritti umani, compreso il suo diritto ad un processo giusto e alla libertà d’espressione”.

L’ipocrisia e la falsità di queste espressioni balzano alla vista per le rivelazioni sullo spionaggio illegale che la statunitense Agenzia Centrale di Intelligenza (CIA) ha condotto su Assange, durante il quale ha intercettato le sue conversazioni con gli avvocati al fine di indebolire le strategie di difesa legale dell’accusato. Non bisogna neanche dimenticare che dal 2019 più di un mezzo centinaio di medici di Svezia, Australia e  Regno Unito hanno certificato in un messaggio pubblico a Patel la loro preoccupazione per il grave deterioramento fisico e mentale causato su Assange dalle condizioni eccezionalmente dure della reclusione.

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Giuseppe Cassini – Guerra ucraina, il fallimento della diplomazia istituzionale

Quanti sono i diplomatici nel mondo? Una moltitudine. A loro si chiede di mediare fra contrapposti interessi per prevenire scontri letali tra Stati avversari. Il segreto del successo sta nel capire bene le «ragioni dell’altro» e farle convergere con le «ragioni della pace», prima che la situazione s’incancrenisca e sfoci in conflitto armato. Le diplomazie hanno avuto quindici anni di tempo per capire le frustrazioni della Russia e farle convergere con le ragioni della pace.

CHI ASSISTÉ NEL 2007 alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco notò con quale sufficienza i delegati ascoltavano il cahier de doléances presentato da Putin. Il quale, l’anno dopo, venne umiliato a Bucarest dalla disinvolta proposta di George W. Bush di spingere la Nato fino all’Ucraina e alla Georgia, ossia al «ventre molle» della Russia. Fu Obama a tentare un reset con Mosca; ma quando Putin offrì una bozza di Trattato sulla Sicurezza Europea con misure di prevenzione delle crisi, gli venne opposta una fin de non recevoir.

Nel 2014, abbattuto a Kiev il governo filo-russo, il nuovo governo firmò un accordo con l’Ue, accolse tecnici della Nato e decretò l’ucraino unica lingua ufficiale, quasi che il russo non fosse la lingua comune. Intanto Mosca aveva reagito: si riprese senza colpo ferire la Crimea russofona. Quindi fomentò la secessione di due provincie del Donbass a maggioranza russa; una mediazione franco-tedesca provò a placarla con due Protocolli firmati a Minsk (2014 e 2015) che concedevano ampie autonomie al Donbass: mai implementati.

A dicembre scorso Mosca ha proposto alla Nato un pacchetto di Misure di Sicurezza e agli Usa un Trattato sulle Garanzie di Sicurezza. Offerte strumentali, con l’esercito che si stava già schierando, ma averle archiviate è stato l’ennesimo affronto, sfruttato abilmente dal Cremlino. Chi ha incontrato Putin negli ultimi anni è rimasto colpito dalla sua paranoia sull’Ucraina (uno per tutti William Burns, direttore della Cia: «l’ho visto nutrirsi sempre più di un’esplosiva miscela di rancore, ambizione e insicurezza»). L’Ucraina nella Nato – ha scritto Putin in un articolo nel luglio 2021 – «sarebbe come un’arma di distruzione di massa usata contro di noi».

QUANTE SONO STATE in quindici anni le occasioni perdute dalla diplomazia? Tante, troppe, nonostante l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione Europea, l’Osce, nata nel 1995 proprio per prevenire o risolvere controversie come questa. L’Osce è composta di ben 57 Paesi e di un segretariato a Vienna. Dispone di centinaia di diplomatici, a cui andrebbe chiesto come hanno operato per convincere i propri governi a disinnescare quella miccia a lenta combustione. I diplomatici non sono dei passacarte; ci si aspetta che sappiano leggere i segni dei tempi, capire le ragioni dell’avversario e convincere i propri governi a negoziare. I margini negoziali c’erano.

Con qualche sofferto compromesso la soluzione era a portata di mano: 1° neutralità protetta dell’Ucraina; 2° referendum nel Donbass; 3° rinuncia alla Crimea. Si è preferito rinunciare alla pace, in nome di un’autodistruttiva coazione a guerreggiare. Come sempre, la curva dell’orgasmo bellico raggiunge l’acme durante i raid aerei, le incursioni, le avanzate a bandiere spiegate nella certezza di essere accolti da liberatori. Poi le truppe si impantanano in scontri d’usura, imboscate, cadaveri in putrefazione fra le rovine di città in rovina. Inizia la fase calante, scemano i fremiti eroici ed erotici, si insedia uno stato depressivo.

IRONIZZA JEFFREY SACHS, avveduto economista americano: «Che significa “sconfiggere la Russia”? I nostri leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino! Sarebbe meglio far la pace che distruggere l’Ucraina in nome della “sconfitta” di Putin» (Corriere della Sera del 2 maggio). Sachs sa di cosa parla.

Il 7 maggio, mentre Zelensky ammetteva di poter un giorno rinunciare alla Crimea, il Segretario della Nato Stoltenberg proclamava: «L’annessione illegale della Crimea non sarà mai accettata dalla Nato», aggiungendo – bontà sua – che spetterà agli ucraini decidere. A parte il fatto che la parola «mai» non esiste in politica, era bene ribattere che gli europei, abituati da sempre a modifiche di confini, preferiscono salvare la vita degli ucraini piuttosto che la intangibilità delle frontiere (che intangibili non sono mai state).

Col senno di poi c’è da chiedersi: la nostra indifferenza alle richieste di Mosca ha influito sulla sua deriva verso l’autocrazia neo-zarista? Ciò non assolve Putin dai suoi crimini orrendi né la Russia post-sovietica dalla sua incapacità di attrarre i vicini. Tuttavia, non esime l’Occidente dal riflettere sulla propria hubris verso una Russia indebolita, che spende per la difesa 17 (diciassette!) volte meno dei Paesi Nato.

LA RUSSIA FA COMUNQUE parte dell’Europa ed è imprescindibile tendere una mano alla sua gente, in particolare ai giovani – oggi silenziati, quasi fossero sequestrati dietro le mura del Cremlino. Le tecniche moderne offrono ai giovani vari modi di comunicare fra loro messaggi non propagandistici: resistete, alleatevi con i giovani europei contrari alla guerra e alla voragine di spese per armamenti. Se la diplomazia istituzionale ha fallito, proviamo con la “people to people diplomacy”.

La Federazione Mondiale della Gioventù Democratica vanta al suo attivo 19 Festival della Gioventù: gli ultimi tre a Pretoria (2010), Quito (2013) e Soci (2017) con migliaia di giovani venuti da mezzo mondo. L’Austria, nazione neutrale ed accogliente, potrebbe ospitare il prossimo. Non sembri un’idea velleitaria: immaginiamo pure che Mosca tenterà di appropriarsene politicamente. Ma voi – voi giovani – resterete uniti dal senso di un comune destino: salvare la vostra generazione dai disastri della guerra e dei cambi climatici.

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Raúl Zibechi* – La sterile illusione di un cambiamento dall’alto

La Colombia, l’Ecuador e il Cile ci stanno mostrando processi relativamente simili. Governi della destra neoliberale affrontati da grandi rivolte popolari di lunga durata, che hanno aperto brecce nella dominazione e messo sotto scacco la governabilità. Il sistema politico ha risposto indirizzando la disputa verso il terreno istituzionale, con il beneplacito e l’entusiasmo delle sinistre.

Durante le rivolte si rafforzano le organizzazioni di base e se ne creano di nuove. In Cile, più di 200 assemblee territoriali e più di 500 mense comunitarie a Santiago quando scoppia la pandemia. In Ecuador, il Parlamento Indigeno e dei Movimenti Sociali, con più di 200 organizzazioni. In Colombia, decina di punti di resistenza, territori liberi dove i popoli creano nove relazioni fra di loro.

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Angel Guerra Cabrera – Un Summit contro la democrazia

Il IX Vertice (Summit of the Americas) convocato a Los Angeles per la prossima settimana è un’altra prova evidente del carattere autoritario e antidemocratico delle élite che reggono gli Stati Uniti. L’esclusione dalla riunione di Cuba, Nicaragua e Venezuela lo conferma chiaramente. Si tratta di una questione di grande gravità che ci porta ad esclusioni anch’esse molto gravi. Gli Stati uniti hanno disprezzato il consenso di non-esclusione a cui si era giunti, per cui Cuba aveva partecipato alle edizioni VI e VIII in Panama e a Lima, obbedendo a una richiesta generale dei governi e dei popoli della regione. Ciò significa che Washington non capisce o non vuole rendersi conto del fatto che è finita quell’epoca dell’egemonia neoliberale in cui faceva e disfaceva a suo piacere. Non sopporta neppure che riprenda forza –come nel decennio fra la fine degli anni novanta e la fine del 2000- ma con maggiore profondità, il rifiuto dei popoli verso il neoliberismo e una chiara tendenza alla scelta di governi progressisti, presenti in Messico, Bolivia, Honduras, Perù, Argentina, Cile e, ormai sulla soglia, la Colombia con Petro, che ha appena vinto il primo turno, e in Brasile con Lula che tutte le statistiche danno come vincitore assoluto. Naturalmente dobbiamo aggiungerci anche Cuba, Venezuela, Nicaragua e i sei coraggiosi Stati del Caribe Orientale che fanno parte del ALBA, i quali tutti condividono non poche idee e proiezioni in politica estera con i paesi prima ricordati e che mostrano di avere un limpido e sicuro sguardo sul mondo attuale nel XXI Vertice del ALBA.

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Iroel Sánchez – La politica degli Stati Uniti verso Cuba cambia?

Il 29 giugno 2021 il Segretario di Stato degli Stai Uniti, Antony Blinken, è stato intervistato dalla giornalista Lucia Goracci, del primo canale della televisione italiana RAI TG1 che gli ha chiesto, a proposito del voto di condanna di 189 paesi al blocco statunitense verso Cuba, appena accaduto per la ventinovesima volta nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, come mai Cuba continuasse ad essere il nemico e se il dialogo iniziato dall’ex presidente Obama fosse finito per sempre.

Blinken ha risposto che stavano ripensando alla politica verso Cuba ma che procedevano lentamente perché avevano molto lavoro: le vaccinazioni contro il Covid, il ritorno degli Stati Uniti all’accordo di Parigi sul cambio climatico e l’Organizzazione Mondiale della Salute … e che “alla base di tutto, come questione di principio, qualunque politica seguiremo, avrà al centro la democrazia e i diritti umani”, e quando l’intervistatrice ha ribadito “comunque voi parlate con l’Arabia Saudita, con la Turchia …” ha risposto “non ci siamo mai negati al dialogo in nessuna parte”.

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Alessandra Riccio – Confessione

Ebbene, sì, mi sa che sto diventando putiniana, lo confesso. Non mi va di dire che è pazzo, crudele, spietato, ecc., ecc., ecc. né che la Russia (attenzione: non l’Unione Sovietica, quella non c’è più da trent’anni!), la sua storia, la sua cultura siano da mettere al bando.

Ho appena finito di guardare il video e leggere i sottotitoli in italiano del discorso di Putin del 9 maggio a Mosca e della cerimonia che lì si è svolta. Mi ha sorpreso l’avviso che avvertiva che le parole pronunciate lì potevano contenere falsità. E’ la prima volta che mi capita di vedere un avviso simile che mi ha anche offeso come spettatrice, quasi fossi incapace di giudicare se in quel video, come in tutti, ci fossero falsità.

Intanto, il 9 maggio, in Polonia, sull’ambasciatore russo, presente alla cerimonia che ricordava la vittoria sul nazifascismo, sono piovute pennellate di vernice rossa da parte di qualche eroico cittadino convinto di esercitare così la sua libertà, garantita dallo Stato Polacco, felicemente membro dell’Europa. Un gesto disgustoso. E allora, anche a me viene voglia di fare come Orsini che ha porto le sue scuse a una giornalista russa malamente insultata in trasmissione da antiputiniani di ferro.  Sì, mi scuso per tutte le offese che si stanno riversando su quell’immenso paese. Ma soprattutto mi vergogno di chi, nel mio paese, ricorre a questi mezzi invece di ascoltare, valutare, dubitare, confermare le proprie idee alla luce dei fatti.

Ma la serie di sintomi che denunciano una tendenza alla gogna, al linciaggio (non quello fisico, per carità! No, quello non ancora) si moltiplicano; quello di oggi è l’allontanamento di Solonovich dalla Giuria del Premio Strega, ieri era l’attacco a Bianca Berlinguer per aver invitato in trasmissione voci non del tutto solidali con Zelensky, avantieri e ancora più in là Dostoevskij al bando, Il lago dei Cigni annullato, il Direttore d’Orchestra allontanato e via eliminando, spazzando via, silenziando. La strategia del silenzio è stata sempre molto efficace. Oggi ancora di più: se non parli di un fatto, il fatto non esiste. Ce l’ho col mio paese per questi gesti, laterali, secondari, insignificanti rispetto a uno scontro armato, eppure molto rappresentativi di una degenerazione della società.

La pensa così anche Angelo D’Orsi: “Guai ai Russi, insomma! Che siano vivi o morti, intellettuali o artisti, letterati o musicisti, atleti o felini, devono essere banditi dal consesso della “civiltà”. Ma non ci viene in testa che chi commette simili atti appartiene precisamente a quel mondo di barbarie contro il quale dichiara di schierarsi?”.

 “Le cose che piacciono a me”, come recita una canzone nota anche perché apre da anni una bella trasmissione di Radio3, Fahrenheit, sono Mimmo Lucano, per me sempre sindaco di Riace; Andrea Costa e Baobab Experience a Roma; Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi a Trieste; Letizia Battaglia e le donne di Palermo che hanno reso onore alla giovane, disperata suicida Rita Atria; Ilaria Cucchi per la giustizia e la verità, Gino Strada e la sua azione per la pace nel mondo intero. E chissà quante altre che ho dimenticato o non conosco.

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Sergio Rodríguez Gelfenstein – Stoltenberg e la Norvegia, talento guerriero e ipocrisia totale

Quando a uno scultore verrà in mente di fare una statua all’ipocrisia politica in materia internazionale, il modello da usare sarà, senza dubbio,  quello della Norvegia. Questo paese scandinavo da una parte conferisce annualmente il premio Nobel per la Pace e ospita negoziati e conversazioni in cui si suppone che operi come mediatore, ma contemporaneamente, come membro della NATO partecipa a tutti gli abusi che vengano in mente agli Stati Uniti in qualsiasi posto del pianeta seminando guerra, distruzione, morte. Quanto al Premio Nobel per la Pace, al di là del reale valore di alcuni dei vincitori, tutti sanno che  nel concederlo si tiene conto di calcoli politici che hanno a che vedere con l’inserimento della Norvegia e della sua politica estera nel pianeta. In altre parole, il premio può essere usato come ariete della politica aggressiva dell’Europa e della NATO. Altrimenti come potremmo capire che sia stato dato a noti assassini che hanno causato il dolore di milioni di persone? Possiamo suggerire come sia vergognoso che la Pace sia stata messa in relazione con Teodoro Roosevelt, Henry Kissinger, Menachem Begin, Frederik Le Clerk, Isaac Rabin, Shimon Peres, Barack Obama, e Juan Manuel Santos fra gli altri. In quest’ultimo caso, il calcolo politico è arrivato a un tale livello che, perfino contrariando la stessa pratica politica del Premio, non è stato concesso alle due parti negozianti, ma solo a una di queste. Solo l’ignominia della Norvegia può rendere possibile un tale sproposito.

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Alessandra Anselmi – Batista, Fidel e un giornale che si definisce “quotidiano comunista”

Sono una storica dell’arte e per questo è da tantissimi anni, io ne ho 59, che conosco gli scritti di Álvar Gonzáles Palacios, che ho anche avuto modo di incontrare nella sua bellissima casa romana.

Nato nel 1936 a Santiago de Cuba, da un importante famiglia, lasciò la nativa Cuba nel 1957, per studiare Storia dell’Arte in Italia, diventando uno dei massimi esperti di arti decorative. Gentiluomo d’altri tempi, Álvar Gonzales Palacios è certamente più a suo agio tra musei, collezionisti e case principesche, che non nelle aule universitarie, oggettivamente, non sempre il massimo del glamour. Una vita ricca d’incontri, gli studi, le letture, rendono interessanti anche le sue autobiografie.

Dunque, nonostante Álvar non sia orientato a sinistra e sia decisamente anticastrista, tanto da non essere più tornato a Cuba dopo il 1959, per la sua vasta cultura, può essere accettabile, anche se un po’ stupefacente, che il Manifesto quotidiano comunista ospiti suoi articoli. Certo è che se alcuni suoi scritti, come quelli sulle ville dell’aristocrazia inglese, possono presentare interesse storico, lascia piuttosto perplessi che il Manifesto accolga articoli come quello sull’aristocratica Domietta Del Drago (il Manifesto, 18 luglio 2021). Maria Laudomia (detta Domietta) del Drago Hercolani fu, infatti, icona di eleganza e dotata di vari talenti, tanto da collaborare con Luchino Visconti, ma, onestamente, personaggio di scarso rilievo, al di fuori delle cronache mondane e dei salotti romani o, comunque, italici. Veramente strano, per un quotidiano che “per statuto” non ospita cronache mondane, che si sia dedicata una pagina a questa aristocratica signora. Forse i tempi che corrono – la gente ha più voglia di distrarsi e sognare che di capire – hanno suggerito alla redazione de il Manifesto, di far entrare questo tipo di scritti dalla finestra, ovvero su Alias, inserto culturale del sabato e della domenica.

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