Alessandra Riccio – Lottare, vincere, cadere, rialzarsi…

Ho aspettato di leggere/sentire notizie sulle elezioni in Bolivia fin verso mezzogiorno: niente di niente. La trasmissione di Radio3 dedicata alla politica internazionale e dalla quale ormai non ci aspettiamo altro che conformismo, non ha ritenuto importante comunicare i risultati di una tornata elettorale delicatissima in una paese del Terzo Mondo e –per di più- a maggioranza india. Il seriosissimo “La Stampa” ce ne parla in una nota non firmata che esordisce con queste parole: “Colpo di scena nelle elezioni in Bolivia”; evidentemente, in quella redazione non avevano mai saputo di sondaggi, minacce, rinuncia di candidati, inclusa Janine Añez (proto: non Agnes, come si legge nel testo!), la “presidente interina” che aveva sancito il colpo di Stato giurando su Bibbia e crocifisso.

C’è silenzio sui nostri media i quali sono eco di parole d’ordine che vengono da altrove. E’ un silenzio che vorrebbe cancellare proprio il trionfo della democrazia elettorale tanto cara all’Occidente, ormai rassegnato a considerare maggioranza chi ottiene più voti anche quando i votanti sono meno della metà degli aventi diritto.

Ma in Bolivia il trionfo di Lucio Arce e David Choquehuanca non lascia dubbi. I circa venti punti che li distaccano da Carlos Mesa avrebbero meritato l’epiteto di “votazione bulgara” se non fossero arrivati dopo questo lungo drammatico anno in cui una destra aggressiva e senza scrupoli si è servita dell’esercito per annullare le elezioni regolari che avevano decretato il quarto mandato di Evo Morales, presidente dal 2006 al 2019. Hanno invece meritato il trionfale saluto indigeno, “Jallalla”, molto più del nostro “Viva” essendo un’espressione di consenso, di celebrazione e di equilibrio, da un popolo che, in questo Terzo Millennio, ha messo in pratica uno dei cambiamenti sociali più sorprendenti, originali e avanzati ricavandone una serie di successi  che hanno dimostrato la praticabilità e l’utilità di politiche inclusive sia in campo economico che sociale che culturale, politiche inclusive che figurano nella bella costituzione che regge la società boliviana, plurietnica, multiculturale, ben rappresentata dalla bella whipala, la bandiera multicolore ammainata lo scorso novembre, da Añez.

Añez ha rinunciato, l’ex presidente Carlos Mesa non ce l’ha fatta, al terzo candidato sono rimaste le briciole, il trionfo è andato al MAS di Evo Morales. Il Presidente del Venezuela, Nicolás Maduro che, naturalmente, ha subito partecipato la notizia, ha sottolineato l’importanza politica, strategica e carismatica dell’esiliato Evo Morales ed ha twittato : “Grande vittoria! Il popolo boliviano, unito e cosciente ha sbaragliato con il voto il colpo di Stato che avevano effettuato contro nostro fratello Evo. Complimenti al presidente eletto Luis Arce, al vicepresidente David Choquehuanca e al nostro Capo Indio del Sud, Evo Morales. Jallalla Bolivia! La figlia prediletta del Libertador [Simón Bolívar]”.

La Storia dovrà un giorno rendere conto dell’importanza dell’esperimento boliviano al tempo di Morales, un indio lavoratore, sindacalizzato, lottatore sociale, impegnato per il suo paese. Sindacalisti e militanti della nostra sinistra di anni fa lo ricordano certamente, umile e rispettoso, nei suoi viaggi intorno al mondo per portare la verità del suo paese martoriato; la sua vittoria e la conquista della Presidenza è avvenuta in un momento d’oro per l’America Latina, quando Fidel , Chávez, Kirchner, Correa e compagnia, progettavano un’America Latina unita e solidale, forte contro l’imperialismo nordamericano, autorevole con la Comunità Europea, solidale con il Terzo Mondo, pronta a completare il mondo con una politica di sovranità e inclusione. Quel momento d’oro è stato demolito pezzo per pezzo da un implacabile e continuo bombardamento operato con tutti i mezzi possibili e immaginabili. Evo e la Bolivia resistevano miracolosamente; c’è voluto l’esercito, il terrore e qualche strage per avere ragione del popolo, e c’è voluta la solidarietà dei presidenti di Messico e Argentina, per permettere a Evo e al suo vice García Linera di salvare la pelle, imbarcandosi fortunosamente su un aereo a cui successivi paesi “fratelli” negavano il rifornimento di combustibile. Non era la prima volta per Evo: tornando dalla Russia dove era andato per un viaggio di Stato, gli fu negato l’atterraggio e il rifornimento da vari paesi europei, Francia, Portogallo e Italia, per il sospetto che la “talpa” Edward Snowden fosse proprio a bordo dell’aereo di Stato del Presidente della Bolivia.

García Linera, a fianco di Evo al Governo e nell’esilio, ha scritto: “Lottare, vincere, cadere, rialzarsi, lottare, vincere, cadere, rialzarsi. Fino alla fine della vita, questo è il nostro destino”. Cosa accadrà in Bolivia da ora in poi? Possibile che le nazioni del mondo la lasceranno massacrare in obbedienza al Washington Consensus? Lì c’è un popolo che ha espresso chiaramente la sua volontà di cambiare le regole del gioco, di intraprendere nuove strade, di difendere la natura, le diversità, le millenarie conoscenza, la solidarietà e la giustizia.

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Alicia Castro – L’unione del Sudamerica è la chiave della nostra sovranità politica

Alicia Castro, nominata ambasciatrice della Repubblica Argentina a Mosca, non aveva ancora potuto presentare le sue credenziali a causa del Covid-19 quando ha presentato le sue dimissioni, indignata per il voto del suo Governo al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite in cui, insieme al Gruppo di Lima, mostrava preoccupazione per le violazioni dei diritti umani in Venezuela. Alicia Castro che è ha rappresentato il suo paese a Caracas e a Londra, ha spiegato le ragioni delle sue dimissioni in questo testo, riassumibili in una frase: “Mi è chiarissimo, alla luce del pensiero dei nostri liberatori San Martín, Bolívar, Artigas, che l’unione del Sudamerica è la chiave della nostra sovranità politica e della nostra indipendenza economica”.

“Oggi presento le mie dimissioni da ambasciatrice perché non sono d’accordo con l’attuale politica del Ministero degli Esteri.Il 6 ottobre, nel 45° periodo di sedute del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, il voto dell’Argentina uguale alla Risoluzione del Gruppo di Lima costituisce una drammatica svolta per la nostra politica estera e non differisce assolutamente da quello che avrebbe votato Macri. Il Gruppo di Lima è stato creato durante la restaurazione neoliberale da un gruppo di governi di estrema destra, incoraggiati e finanziati dagli Stati Unii con due obbiettivi espliciti: promuovere un “Cambio di Regime” in Venezuela –con lo stesso modello di quelli realizzati dagli Stati Uniti in medio Oriente- e disarticolare il blocco regionale. Nel decennio passato ho avuto l’onore di partecipare –come deputata e come ambasciatrice- al meraviglioso processo di formazione dell’unità regionale insieme a Néstor Kirchner e a Cristina Fernández de Kirchner e ai presidenti progressisti della regione, Hugo Chávez, Lula da Silva, Fidel Castro, Pepe Mujica, Rafael Correa, Evo Morales, Daniel Ortega, uniti nella diversità. Ci è chiarissimo, alla luce del pensiero dei nostri liberatori San Martín, Bolívar, Artigas, che l’unione del Sudamerica è la chiave della nostra sovranità politica e della nostra indipendenza economica. Nell’UNASUR avevamo conseguito un’istituzionalità sovranazionale densa ed efficace che ha evitato due colpi di stato nella Regione e abbiamo costituito la Comunità di Stati Latinoamericani e del Caribe (CELAC). E’ franato tutto con l’arrivo di Temer, Macri, Bolsonaro, Lenin Moreno, i golpes in Brasile e in Bolivia con la manipolazione del Lawfare e delle truffe mediatiche. Nessuno è stato più esposto al linciaggio mediatico del governo del Venezuela. E’ ben noto il modo in cui le Agenzie Governative degli Stati Uniti orchestrano i loro piani di Regime Change –mentendo hanno giustificato le loro invasioni militari in Iraq, la distruzione della Libia- e le loro pretese di ingerenza diretta nella politica latinoamericana. C’è da chiedersi perché il governo degli Stati Uniti e il Gruppo di Lima non si preoccupano delle flagranti violazioni dei Diritti Umani in Cile, in Bolivia, in Brasile, in Honduras o in Colombia –dove sono stati assassinati 250 operatori sociali firmatari degli Accordi di Pace, -Accordi che, mi ricordo con orgoglio, furono voluti da Néstor Kirchner, Hugo Chávez e Fidel Castro. Oggi nessuno può ignorare che il Venezuela è sotto assedio, sottoposto a un blocco criminale che priva il popolo di medicine, alimenti, ingredienti essenziali. Aggiungersi per intensificare questo assedio è, per lo meno, irresponsabile.

Dal colpo di Stato perpetuato contro Hugo Chávez nell’aprile del 2002, non sono mancati i tentativi di golpe, magnicidio, sabotaggio, mancanza di forniture, azioni violente organizzate per promuovere il caos.

La maggioranza dei partiti di opposizione non presentano candidati alle elezioni per non convalidare la vittoria del voto popolare, come ha spiegato, prove alla mano, l’ex presidente Rodríguez Zapatero da Caracas quando è stato rieletto Nicolás Maduro nel 2018. Visto che non sono riusciti a invalidare Nicolás Maduro, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a un presidente “autoproclamato”, Juan Guaidó, che gode dell’appoggio di varie nazioni europee.

Pur considerando che in un Fronte non tutti la pensano allo stesso modo, sappiamo che fra di noi ci sono dei dirigenti che sono sempre stati avversi al socialismo venezuelano –senza aver mai messo piede in Venezuela- e che qualcuno ha addirittura celebrato la proclamazione di Guaidó.

Ma credevamo che, indipendentemente dalle preferenze, il governo del Frente de Todos avrebbe rispettato i principi rettori del Non Intervento negli affari interni di altri stati, della Risoluzione Pacifica delle Controversie e del sacro principio dell’Uguaglianza Giuridica degli Stati. L’Argentina ha fatto dottrina di questi principi fondanti del Diritto Internazionale, la Dottrina Drago, la dottrina Calvo.

I paesi dell’Unione Europea hanno tanto diritto a immischiarsi nelle elezioni del Venezuela quanto il Venezuela di immischiarsi nelle elezioni francesi.

L’anticolonialismo è anche un imperativo etico.

Il 6 ottobre nel Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite sono state votate due risoluzioni. La Res. L.55 che sottolinea l’importanza di mantenere il dialogo costruttivo e la cooperazione col Venezuela al fine di “rafforzarne la capacità di ottemperare ai suoi obblighi in materia di diritti umani”; “mostra preoccupazione per le notizie relative a presunte restrizioni dello spazio civico e democratico, incluse le denunce di supposti casi di detenzione arbitraria, intimidazione e diffamazione di manifestanti, giornalisti, difensori dei diritti umani”; loda la visita dell’ Alta Commissione alla Repubblica Bolivariana del Venezuela, realizzata dal 19 al 21 giugno 2019 e gli impegni presi in accordo con il Governo per migliorare la situazione dei diritti umani nel paese; esorta il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela ad applicare le raccomandazioni raccolte nel Rapporto dell’Alta Commissione presentata al Consiglio per i Diritti Umani nei suoi periodi di assemblea 41° e 44° e chiede all’Alta Commissione di continuare a collaborare con la Repubblica Bolivariana del Venezuela  per far fronte alla situazione dei diritti umani nel paese prestando un appoggio forte sotto forma di assistenza tecnica e sviluppo di capacità”. Questa Risoluzione che promuove e incoraggia la partecipazione democratica è stata votata da vari paesi, fra gli altri il Messico.

Poi è stata messa in votazione la Risoluzione L.43 presentata dal Gruppo di Lima.

Questa risoluzione, otre a condannare energicamente il Venezuela in consonanza con le espressioni delle opposizioni, promuove francamente l’ingerenza negli affari interni. Decide di prorogare per altri due anni il mandato di una Missione Internazionale Indipendente costituita da tre persone senza nessuna rappresentatività designate dal Gruppo di Lima, che si è limitata a ricevere dal Panama rapporti via mail dell’opposizione venezuelana che non sono mai stati suffragati da prove e che inoltre suggerisce di considerare nuove misure.

Dimostrando ancor più cinismo, esprime preoccupazione per il trattamento della pandemia Covid-19 in Venezuela dove, con 30 milioni di abitanti, ha –secondo la OMS- 80.000 contagiati di Covid-19 e un totale di 653 morti, il che dimostra chiaramente un miglior modo di affrontare, monitorare e curare la salute pubblica di quello dei paesi che appoggiano la Risoluzione 43, compreso il nostro.

Tutto ciò dimostra chiaramente la mancanza di rigore degli argomenti esposti in questa Risoluzione che tendono a demonizzare la Repubblica Bolivariana del Venezuela, le sue autorità legittime e il suo popolo che resiste eroicamente all’assedio degli Stati Uniti d’America e dei suoi alleati.

L’Argentina avrebbe potuto decidere di astenersi se non avesse voluto impegnarsi con nessuna delle due Risoluzioni. Invece ha votato con i paesi europei che riconoscono l’autoproclamato Guaidó come presidente senza un voto, una modalità che mette a rischio le democrazie dell’America Latina. Ha votato insieme al Regno Unito quando il Venezuela è stato un alleato costante ed esemplare della Repubblica Argentina nella nostra battaglia per la sovranità nelle Malvinas. Ha votato insieme al gruppo di paesi latinoamericani che hanno seguito pedissequamente le istruzioni degli Stati Uniti per demolire il Venezuela. L’Argentina ha votato con Bolsonaro, con Piñera, con la golpista Añez, con Lenin Moreno riconoscendoli come difensori dei Diritti Umani.

Per tutto quanto esposto, presento le mie dimissioni da ambasciatrice plenipotenziaria presso la Federazione Russa declinando l’alto onore e i privilegi che comporta una così alta e importante carica.

Ma non lascio il Frente de Todos y Todas a cui il Kirchnerismo ha dato tanta energia, tanti sforzi e la maggior parte dei voti, costruendolo con tanti sogni! Mi tornano in mente, adesso, vividamente le masse di giovani e di vecchi militanti felici e coscienti nello storico Vertice di Mar del Plata, dove abbiamo festeggiato il rifiuto dell’Accordo di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), il grande successo di cui sono stati protagonisti “i tre moschettieri”, come Hugo Chávez ha battezzato l’alleanza indistruttibile con Néstor Kirchner e Lula da Silva.

Non potrei seguire le istruzioni del Ministero degli Esteri che non condivido e che considero contrarie all’interesse della Nazione. Voglio agire in maniera responsabile e trasparente; nessuno dovrà preoccuparsi o avere un danno dalle mie dichiarazioni né avere preoccupazioni in off da parte dei media di stampa commerciale.

La mia posizione e il mio ideale di costruzione della Patria Grande oggi, come lo era durante i due governi Kirchner, è e continuerà ad essere fermo e saldo. Sempre.”

Alicia Castro

ambasciatrice della Repubblica Argentina

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Angel Guerra Cabrera – Democrazia neoliberale

L’inabilitazione di Evo Morales come candidato a senatore e la condanna a otto anni con la proscrizione politica a vita per Rafael Correa, entrambe del 7 settembre, confermano che i neoliberali giocano alla democrazia solo fino a quando cominciano a perdere le elezioni. Mi riferisco, è chiaro, alla democrazia formale dato che il neoliberalismo è l’antitesi della democrazia sostantiva, partecipativa, generatrice di potere popolare, come quella che si pratica a Cuba e in Venezuela. Monumentali esempi di questa incompatibilità sono l’imposizione nei così detti paesi democratici –fra i quali, naturalmente, il Cile della Concertazione, erede entusiasta della politica economica di Pinochet e anche il Messico della transizione “democratica”-, dei trattati di libero commercio (TLC) con gli Stati Uniti, evidentemente contrari agli interessi popolari e volti ad aumentare la soggezione dei nostri popoli all’impero. A partire dal TLC e dalle privatizzazioni si è rafforzata come mai la tirannia del mercato su milioni di persone alle quali la mafia mediatica ha nascosto le conseguenze impoverenti di quelle politiche per le loro vite, la cui applicazione non è stata mai oggetto di consultazione.

Non userò questo breve spazio per argomentare contro l’inconsistenza giuridica delle spurie misure imposte ad Evo e a Correa da giudici venali o intimiditi. Questi sgorbi giuridici formano parte della stessa famiglia dei colpi di Stato contro i presidenti Zelaya (Honduras, 2009), Lugo (Paraguay, 2012), Dilma Roussef (Brasile, 2016) ed Evo Morales (Bolivia, 2019). Tutti giustificati dai mezzi di comunicazione egemonici; in alcuni casi promossi o approvati dai parlamenti o addirittura convalidati dagli organi si amministrazione della “giustizia”, come nel caso brasiliano. Hanno anche una stretta parentela con l’offensiva mediatica che ha linciato il kirchnerismo in Argentina e ha aperto la porta, in gran misura, al governo rapinatore di Macri e all’accanimento giudiziario contro Cristina Fernández e la sua famiglia. In più, con la scontata farsa del giudice Moro per impedire la candidatura di Lula alla presidenza che ha spianato la via alla privatizzazione del ricco giacimento petrolifero presal e all’irruzione di Bolsonaro. Questo tipo di operazioni, quando interviene l’apparato amministrativo della giustizia per perseguire o inabilitare dei politici di radice popolare, essendo diventate così ripetitive hanno dato vita al vocabolo inglese lawfare (guerra giudiziaria) per indicarle. Un caso scandaloso è stato il tentativo di illegalizzare López Obrador. Ma deve essere chiaro che il lawfare è solo una linea di azione, indubbiamente importante, nel repertorio di violazioni che la destra è andata perfezionando per interrompere i processi di cambiamento o per evitare che arrivino o ritornino al governo i candidati che li promuovono.

In Ecuador, Paola Pabón, Virgilio Hernández e Christian González, noti militanti del Movimento della Revolución Ciudadana, costituiscono un caso paradigmatico di persecuzione giudiziaria esclusivamente per motivi politici. Tutti e tre sono stati accusati di ribellione armata quando c’è stata la grande rivolta indigena in Ecuador nell’ottobre 2019 che è costata più di mille prigionieri e undici morti. E’ vero che si erano identificati con le richieste del movimento ma non avevano partecipato all’organizzazione e avevano fatto un appello per dibattere politicamente le richieste attraverso l’Assemblea Nazionale. Le “prove” presentate contro quei tre sono solo dei tweets, uno firmato da Paola, appellandosi al non esercizio della violenza; ad ogni modo, il loro contenuto sta nei limiti del campo del diritto a dissentire. Paola, ineccepibilmente eletta nella provincia di Pichincha, è stata arrestata all’alba e la sua casa perquisita brutalmente. Tutti e tre sono stati condannati a carcerazione preventiva e solo il 25 dicembre scorso gli è stata commutata come misura sostitutiva, grazie alla pressione esercitata con una risoluzione della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, all’obbligo di presentazione settimanale in tribunale e gli è stato imposto il braccialetto elettronico. L’accusa è stata declassata a semplice ribellione poiché l’aggettivo “armata” metteva in difficoltà gli stessi giudici. In questi giorni il processo sta andando avanti e adesso Paola deve presentarsi al tribunale tre volte alla settimana invece di una finché durerà il processo. In una straordinaria intervista (https://ctxt.es/es/20200901/Politica/33352/Ecuador-paola-pabon-rafael-correa-lula-america-latina-revolucion-ciudadana-marcelo-exposito.htm) in cui dimostra l’integrità e le convinzioni che la animano, Paola afferma: “Qui ci sono anche degli interessi transnazionali che … non si sentivano comodi con i nostri regimi progressisti e le ambasciate degli Stati Uniti hanno giocato un ruolo in questi processi che abbiamo chiamato Nuovo Plan Cóndor”. Dunque, adesso non si tratta del caso Paola Pabón, non è più il caso Lula o di Rafael Correa. Il problema è che ormai non si tratta più di Stati democratici e col tempo si parlerà e si scriverà su come hanno operato i regimi neoliberali-autoritari in quest’epoca in America Latina.

(La pupila insomne, 9 sett. 2020)

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Alessandra Riccio – L’Uruguay attraverso “Marcha”. Intervista con E. Galeano

Eduardo Galeano

 

È un febbraio inclemente. A Perugia nevica· quando usciamo dal cinema dove

si proiettano Los inundadns, dell’argentino Fernando Birri. Una delle più celebri

piazze d’Italia si trasforma in uno scenario irreale dove in pochi minuti gli abbondanti

e silenziosi fiocchi ricoprono il cappellaccio nero di Birri, la sciarpa svolazzante

di Galeano e le braccia di Helena, allargate in un atteggiamento di statica

meraviglia difronte ad uno spettacolo cosi inconsueto e magico. Continua a leggere

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Alessandra Riccio – Giustino di Celmo

 

Siamo alla fine del 2010. Napoli affoga sotto un diluvio di pioggia e di immondizia, il suo selciato di pesanti lastre di lava vesuviana restituisce il riflesso delle luci della città offuscato dal grigio cupo della pietra. Ma quando si alza lo sguardo, è la bella facciata neoclassica del teatro San Carlo a riempire gli occhi di luce e di armonia. Sotto il porticato si aprono le porte del nostro Massimo nell’abbagliante tripudio di stucchi e di oro che un restauro recente ha esaltato e riportato all’opulenza originaria. Nel Palco Reale, immerso nell’oscurità, due spettatori fuori dell’ordinario seguono i passi vivaci che esaltano la gioventù dei danzatori del Balletto Nazionale di Cuba impegnati nell’esecuzione di Elegia per un giovane, una coreografia in memoria di Fabio Di Celmo, l’uomo d’affari italiano vittima di un attentato terroristico a Cuba nel 1997. Continua a leggere

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Alessandra Riccio – Stare nella Rivoluzione: Eusebio Leal

Eusebio Leal

Nella sequela di morti che questo 2020 sta trascinando, quella di oggi mi è particolarmente dolorosa: è morto uno di quegli esseri insostituibili e indispensabili che si affacciano di tanto in tanto sulla terra, Eusebio Leal Spengler, Historiador della Città dell’Avana, l’artefice della grandiosa opera di restauro che ha restituito all’umanità il patrimonio di una straordinaria città. La portata del suo lavoro è davvero complessa,  avviluppata in un intreccio di artigianato, cultura, ingegneria, restauro, sociologia, politica, belle arti, conservatoria, ricerca di fondi, relazioni nazionali e internazionali di livello altissimo. L’ho conosciuto quando cominciava ad immaginare quello che poi avrebbe davvero realizzato. L’ho visto crescere, combattere, perdere e vincere e ricominciare sempre a lavorare. Ho intravisto la sofferenza fisica degli ultimi anni e la sua tenacia. Ne avevo parlato in un articolo della bella rivista “Belfagor” nel 2011. Lo saluto oggi, riproponendola a chi non lo avesse conosciuto. Lo saluto con tutta l’ammirazione di chi riconosce in lui un maestro del fare, un grande patriota e un cubano esemplare. Continua a leggere

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Alessandra Riccio – Minà dal backstage

Redazione di Latinoamerica

 

Lo si vedeva comparire un po’ dappertutto, nelle sue vivaci e innovative trasmissioni televisive solo o insieme a Buoncompagni, nello sport e nella musica leggera e perfino sul grande schermo irrompeva fra Sofia Loren e Marcello Mastroianni impegnati nel più divertente streap-tease del nostro cinema, con i suoi baffi e il sorriso simpatico di chi, lavorando, se la godeva davvero. E c’è un tango argentino che gli calza a pennello: La vita è una milonga, bisogna saperla ballare. Sembra frivolo, ma è serio e Gianni Minà ha saputo ballarla questa milonga. Cioè ha saputo interpretare il suo mestiere di giornalista nel modo più completo, innovativo, rispettoso ed etico. L’impiego di questi aggettivi non è casuale e non c’è da meravigliarsi se li uso; il quarto potere va gestito con il massimo della consapevolezza e del rigore e non te lo insegna nessuno: lo impari praticandolo e spiando i grandi maestri, come ha fatto lui. Ha cominciato con lo sport, scuola di giornalismo rigorosissima che esige memoria e studio. Continua a leggere

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Karima Oliva Bello* – Cuba e la complessa relazione fra l’individuale e il collettivo

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Pochi giorni fa sono stati ricordati i 59 anni delle storiche parole di Fidel agli intellettuali cubani. Mi interessa molto un passaggio di quel discorso. Fidel ha detto: «La Rivoluzione (…) deve agire in maniera che tutti quegli artisti e quegli intellettuali che non sono genuinamente rivoluzionari, possano trovare dentro la Rivoluzione un campo dove poter lavorare e poter creare; e dove il loro spirito creatore, pur non essendo scrittori o artisti rivoluzionari, abbia l’opportunità e la libertà di esprimersi. Cioè dentro la Rivoluzione». E subito dopo aveva aggiunto: “Questo significa che dentro la Rivoluzione, tutto; contro la Rivoluzione, niente!». I discorsi non devono essere interpretati al margine del momento storico e del contesto in cui sono stati pronunciati, ma in queste parole Fidel affronta una contraddizione che è ancora vigente, forse una delle più significative con cui si scontra un processo rivoluzionario: la relazione fra l’individuale e il collettivo. Continua a leggere

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Alessandra Riccio – La storia di Elián

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Raccontare una bella storia dopo che ne ha scritto Gabriel García Márquez, è davvero un gesto ardito. Ci provo motivata dai venti anni appena celebrati del ritorno del piccolo Elián González, fra le braccia del padre, nella sua Cuba, il 28 giugno del 2000. Continua a leggere

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Camilo Katari – Un paese recidivo

 

12.10.14 rielezione di Evo

Facciamo ridere il mondo, come ha scritto un collega. Da paese esempio nel continente siamo passati ad essere, di nuovo, un paese che chiede l’elemosina per superare i suoi problemi. Sono più di duemila milioni di dollari quelli che il governo ha ricevuto come entrata per frenare il Covid 19, ma non si è visto neanche un solo piano nazionale per restituire la tranquillità a un popolo che sta vivendo in uno stato d’insicurezza fisica e psicologica.

La fotografia del Governo ci mostra un Ministro che gioca pubblicamente con le bambole, una Ministra degli Esteri criticata dal suo ambasciatore, la stessa Ministra che non si pronuncia quando un Console dello Stato deposita la sovranità nazionale in un altro Stato, una Presidente che non osserva la Costituzione Politica dello Stato, un altro Ministro con una personalità paranoica che vede i fantasmi, per giustificare il suo delirio di grandezza, un Tribunale Costituzionale muto mentre non vengono rispettati i diritti costituzionali, detenuti e detenute che non hanno diritti, Ministri la cui unica attività è quella di emettere dichiarazioni contro il governo precedente, le Forze Armate che scendono in piazza per combattere il Covid19 con armi da fuoco, un Ministro che minaccia di fare scomparire in 10 secondi un cittadino … infine, e per concludere, un paio di giornalisti che trasformano in un “reality” la morte di un essere umano. Continua a leggere

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