Alessandra Riccio – La sinistra latinoamericana per una democrazia rappresentativa, partecipativa e includente

Cominciamo (ricominciamo) dal Foro di San Paolo. È il 1990. Il muro di Berlino è caduto e l’Unione Sovietica sarebbe scomparsa nel dicembre del 1991. Fine di un’epoca, fine del comunismo, fine della sinistra, fine di un secolo? L’Occidente è sotto choc, inebetito. L’esimio Hobsbawm seppellisce “il secolo breve”, lo straordinario novecento, per la pace di molti, ma non di tutti.

Il PT brasiliano (Partido dos Trabalhadores), guidato dal sindacalista, ex operaio metalmeccanico, ex sciuscià, Inacio Lula da Silva, comprende l’importanza e la gravità del momento e il rischio che tutto il patrimonio della sinistra mondiale sia buttato alle ortiche, venga liquidato senza nemmeno tentare di capire cosa fosse avvenuto; convoca un incontro internazionale di grande portata, il primo Foro de São Paulo, nella grande città brasiliana, a cui sono invitati a contribuire con idee ed esperienze partiti, movimenti, società civile, gruppi politici, perfino gruppi armati come le FARC e l’ELN colombiane o il Farabundo Martí de Liberación Nacional (FMLN) di El Salvador, e teologhi della liberazione, preti progressisti, eredi della storica Conferenza episcopale di Medellín (1968), movimenti ecologisti, femministe, movimenti indigeni. E’ urgente favorire un dibattito internazionale, il più ampio possibile, per comprendere, riattrezzare, riorganizzare il pensiero e l’agire della sinistra che in America Latina non è morta e  non si intende seppellire. Anche Europa, Asia e Africa assistono al Foro.

Fra i tantissimi convenuti, l’unico partito al governo è il Partito Comunista di Cuba, che ha prestigio e che vanta come segretario Fidel Castro, un rivoluzionario di lungo corso, fautore dell’internazionalismo, che si è dimostrato anche un politico di grandi capacità e che ha sempre fomentato, aiutato, protetto i movimenti di sinistra in America Latina e nel mondo, l’internazionalismo socialista.

Dal 1990 ad oggi sono passati trenta anni inquieti e contraddittori; il Foro de São Paolo è una fucina di pensieri della sinistra che continua a riunirsi nei diversi stati e città dell’America Latina dove le turbolente vicende politiche permettano agibilità visto che i mutamenti sono all’ordine del giorno e che il Foro è accusato di essere una nuova internazionale comunista intenta a destabilizzare le “democrazie” dell’America Latina,. Lo dicono gli storici avversari della sinistra latinoamericana come la Colombia, il Messico e il Cile, lo dice Washington che non intende mollare il suo controllo sul “cortile di casa”.

Nella sua prima convocazione, solo Cuba vantava un governo socialista, ma negli anni seguenti tutto è cambiato: nel 1998 in Venezuela vince le elezioni Hugo Chávez, nel 2002 tocca a Lula la presidenza del Brasile, nel 2004 è l’Uruguay a votare per il Frente Amplio di Tabaré Vázquez. In Bolivia succede l’incredibile, un operaio aymara, Evo Morales, distintosi nella battaglia per l’acqua bene pubblico vince le elezioni e l’anno dopo tocca all’economista Rafael Correa guidare l’Ecuador e a Daniel Ortega tornare alla guida del Nicaragua. Nelle loro complesse alleanze, contraddizioni e differenze, nei primi dieci anni della sua storia, molte delle realtà presenti nel Foro de São Paulo hanno avuto accesso a posizioni  di governo potendo godere del patrimonio di stimoli, di idee, di interpretazioni della storia, del contributo di tutte le voci partecipanti al Foro che, visto in prospettiva, ha costituito una grande scuola di pensiero nella consapevolezza che nel mondo stanno cambiando anche le norme più elementari dei rapporti fra masse e potere, fra uomini e donne, fra bianchi e neri, fra uomini e natura.

L’arrivo di Hugo Chávez alla Presidenza del Venezuela, con tutto il peso della sua ricchezza petrolifera, ha condotto ad un ulteriore, importante passo verso un progetto che sembra di assoluta importanza per l’America Latina ma anche per l’America tutta: un’alleanza basata su solidarietà e giustizia sociale, sull’inclusione, sul muto sostegno, sull’ autodeterminazione dei popoli e sulla non ingerenza, di ispirazione socialista e contro il neoliberismo. Si tratta dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), proposta da Chávez nel 2001. Nel pensiero del politico venezuelano, l’ALBA sarà garante dei diritti umani, della cultura, di un’economia in armonia con la ricchezza dei territori, di uno scambio solidale del patrimonio energetico. Questo progetto lungimirante e ambizioso gode del contributo di pensiero di Fidel Castro che lavorerà intensamente alla realizzazione di un’alleanza latinoamerica per portare a compimento il pensiero politico fondante di Simón Bolívar e di José Martí.

Nel 2005 le basi teoriche e pratiche sono approntate e c’è un appuntamento che non può andare perduto: a Mar del Plata, nel 2005 si svolge la Cumbre de las Américas, l’incontro continentale guidato da Washington, accompagnato dal Canadà, servito da Cile, Colombia, Perù, Messico, un nucleo fortissimo, abituato a dirigere e imporre la linea dal polo Nord alla Terra del Fuoco. George W. Bush è a disagio: il rappresentante del Canadà propone di inserire il progetto (imperiale e monopolistico) di un’Area di Libero Commercio Americana (ALCA) ma deve scontrarsi con un’opposizione ferrea, motivata, conseguente nei discorsi di Néstor Kirchner, di Lula e di Chávez, opposizione che chiama in causa soprattutto gli Stati Uniti e il presidente Bush, che preferisce tagliare la corda, allontanarsi dalla sala e abbandonare la Cumbre. Il progetto ALCA non passa ma ha sollevato una vera e propria ribellione che trova il luogo per concretarsi nella parallela III Cumbre dei Popoli dove, a dare manforte a Chávez, Lula e Kirchner c’è Evo Morales e c’è Cuba che dal trionfo della sua rivoluzione in poi è stata espulsa da tutti gli incontri governativi continentali. Il documento che viene fuori dalla Cumbre de los Pueblos si intitola “Creare lavoro per affrontare la povertà e rafforzare la Governabilità Democratica”.

La sinistra continentale, in quella data storica ha inflitto una sconfitta storica agli Stati Uniti e ha minato il Washington Consensus, ferreamente imposto. E’ una sinistra molto aggiornata, molto includente, molto complessa, che tiene conto di una diversità di voci inedita, che ha piena consapevolezza del fatto che la vertenza est-ovest non è più all’ordine del giorno e che ormai da tempo lo scontro è sull’asse nord-sud. La nascita del ALBA fu sancita da una marcia a Mar del Plata alla quale parteciparono oltre a Chávez e Kirchner, Morales e Maradona, il cantautore cubano Silvio Rodríguez e le Madri della Plaza de Mayo in rappresentanza di una sinistra inclusiva, disposta ad accettare la sfida di trovare la strada verso un’unità di intenti fra popolazioni indigene e femministe d’avanguardia, classe operaia ed ecologisti, partiti fortemente ideologizzati e movimenti, gruppi armati e pacifisti, governi estrattivisti e ambientalisti.

I quindici anni trascorsi dal quel 2005 di gloria, hanno visto cadere e rialzarsi governi come quello boliviano dove si era visto, per la prima volta nella storia americana, un indio aymara alla massima carica; offensive giuridiche per liquidare leaders come Lula e Dilma in Brasile (lawfare); sanzioni, embarghi e destabilizzazioni contro il Venezuela che resiste con il Presidente Maduro perfino alla grottesca situazione di un secondo Presidente autoeletto (la marionetta Juan Guaidó riconosciuto dalla Comunità europea e da una cinquantina di paesi del mondo);  tradimenti come quello perpetrato dall’attuale presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno, ex vicepresidente di Correa, membro dello stesso partito che lo ha candidato alle elezioni   e che, una volta al potere, ha cambiato completamente le carte in tavola facendosi riammettere nel Fondo Monetario e riconfermando la base militare di Manta Negra agli Stati Uniti. Erano queste, alcune delle misure più significative attuate dall’ex Presidente Rafael Correa per l’indipendenza e la sovranità dell’Ecuador. Cuba, che è stata ispiratrice, animatrice e sostenitrice dell’Alleanza Bolivariana, ha vissuto il breve periodo della Presidenza Obama nutrendo qualche (debole) speranza di un rallentamento del ferreo bloqueo che da sessant’anni l’asfissia ma si trova oggi ad affrontare le conseguenze del rafforzamento dell’embargo, dell’estensione a paesi terzi delle sanzioni perfino in questo periodo in cui l’epidemia di Covid complica drammaticamente la vita dei cittadini.

La sinistra in America Latina ha vita molto difficile ma non è morta, al contrario, percorre strade diverse ma non contrarie, rispetta le particolarità dei circa 30 paesi che ne fanno parte e affronta l’ardua impresa di trovare e lavorare sugli elementi di unità e di rispettare le diversità. La Wiphala, la bandiera boliviana che contiene tutti i colori, ben esprime le diversità e quindi la complessità in cui una nuova e diversa sinistra si muove in America Latina: perseguire l’unità nella diversità.

Questo grande sforzo intellettuale, il tentativo di adeguare ai tempi gli aneliti di giustizia, di equità, di indipendenza, di lotta alla povertà, di difesa del bene comune, di solidarietà, di aspirazione al “buen vivir” si sviluppa contro corrente, contro l’assedio degli interessi economici, contro il neoliberalismo imperante, contro la belligeranza degli Stati Uniti. E’ proprio il gran vicino del Nord il più ostile ai cambiamenti a sinistra del subcontinente e la sua ostilità si vale di tutti i mezzi possibili, dall’invasione dei territori, alle sanzioni, all’embargo, alla destabilizzazione, ai “golpes suaves”, potendo contare sempre sulle classi economicamente dominanti di paesi tradizionalmente guidati da bianchi ricchi.

Per concludere, vorrei suggerire –per meglio comprendere cosa sta accadendo in America Latina in questo nuovo secolo- di guardare i documentati di Oliver Stone e di Gianni Minà, attenti cronisti dello spirito dei cambiamenti e dei loro protagonisti e di osservare con rispetto ed interesse le parole e le azioni di Papa Bergoglio, il primo Papa latinoamericano, che per età ed esperienza ha attraversato tutte le tappe del processo che ho tentato di riassumere fin qui.

Per Oltreilcapitale, Gennaio 2021





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Paloma García – La Cumbre de los Pueblos e l’esercizio della controinformazione

[Paloma García, giornalista della neonata TeleSur, racconta delle prime, impegnative dirette di quella televisione creata su iniziativa di Hugo Chávez per contrastare i monopoli delle grandi catene televisive. Il 4 e il 5 novembre del 2005, a Mar del Plata, la IV Cumbre de las Américas bocciava l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) voluta da Bush e lanciava l’ALBA (Alleanza Bolivariana  per i Popoli della Nostra America). Diego Armando Maradona era fra capi di stato, Premi Nobel, artisti  e dirigenti rivoluzionari protagonisti di quelle giornate storiche per la sovranità latinoamericana]

[…] Come parte dell’impegno di lavorare per TeleSur, insieme a TV Pubblica, trasmettemmo dallo Stadio Mondialista di Mar del Plata, sede della Cumbre de los Pueblos. Ricordo che avevamo bisogno di una nota per trasmettere in vivo via satellite, il tempo stringeva, già c’era stato il grande discorso di Chávez con quelle parole che sarebbero rimaste scolpite: “siamo venuti qui oggi per molte cose, per camminare, per fare una marcia, per saltare, per gridare, per lottare, ma fra le tante cose per cui siamo venuti qui a Mar del Plata –ognuno di noi è venuto con una pala, una pala per seppellire, perché qui, a Mar del Plata, c’è la tomba dell’ALCA.”

Siamo andati nella sala dove stavano le persone che avevano reso possibile la manifestazione nello stadio: il deputato Miguel Bonasso (uno de promotori, in Argentina, dell’incontro che coinvolgeva Cuba, il Venezuela, la Bolivia e l’Argentina), Diego Armando Maradona, il Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, la rappresentante indigena equatoriana Blanca Chancoso, Manu Chao, Silvio Rodríguez e le Madri della Plaza de Mayo. C’era perfino un Evo Morales che non era stato eletto ancora presidente della Bolivia, ma che già, come dirigente boliviano si era unito decisamente al viaggio nel Treno del ALBA, il treno partito dalla stazione Constitución verso Mar del Plata, nel quale viaggiavano centinaia di personalità che partecipavano alle manifestazioni di ripudio alla presenza del presidente nordamericano George W. Bush. Evo viaggiava con Bonasso, Pérez Esquivel, Maradona, il regista Emir Kusturica. Fra le persone che viaggiavano in quel treno c’erano Paco Guevara, nipote del Che e il regista Tristán Bauer, che ora è Ministro della Cultura argentina. All’arrivo a Mar del Plata, i passeggeri del Treno avevano marciato fino allo stadio dove, prima di quel discorso antologico del Comandante Hugo Chávez, aveva cantato Silvio Rodríguez insieme ad altri noti musicisti latinoamericani. La marcia aveva occupato una trentina di isolati dalla stazione fino a via Juan B. Justo, angolo Independencia dove c’è lo stadio. C’è un documentario del regista e musicista serbo, proiettato nel 2008 intitolato “Maradona” che racconta i particolari di questo viaggio e le scene nel vagone del treno dove viaggiava il calciatore. Sono indimenticabili le immagini dello stadio di Mar del Plata strapieno prima del discorso storico di Hugo Chávez con quel grande “ALCA, ALCA, al carajo (Alca, Alca, vaffà)… così tassativo ed emblematico.

La storia iniziale di quella manifestazione, da quando sorse l’idea, è materia per un libro che certamente porterà la firma di Bonasso, anche TVPubblica Argentina trasmise in vivo questa cerimonia, oltre le indicazioni dei dirigenti e oltre l’accordo dei due paesi e delle rispettive televisioni; c’era lì gli occhi del mondo e tutti i giornalisti del mondo. Bisognava arrangiarsi a trovare dove piazzare le telecamere quando ormai non c’era più posto. Ho dovuto passare tutto il pomeriggio a battagliare con gli agenti della Casa Militar venezuelana (la scorta di Chávez) per non far togliere le telecamere dal traliccio improvvisato perché altrimenti non avremmo potuto fare la trasmissione. Lì dove la professione che si sceglie e quello che si pensa si danno la mano per poter ottenere quello che si crede giusto: bisognava fare in modo che quelle parole arrivassero in vivo dovunque! Missione compiuta!

Evo ci ha detto di sì, che ci dava l’intervista live e che sarebbe venuto con noi fin dove avevamo piazzato il satellite, ci siamo guardati sapendo che voleva dire attraversare lo stadio con tutta quella gente che stava ancora sfollando … da lì nasce l’aneddoto che forse ormai è distorto non solo dal tempo, ma dalla dimensione che con il passare degli anni ha assunto la figura di Evo e di molti che sono stati protagonisti di quei fatti. Quell’Evo camminava insieme a noi attraverso il prato di uno stadio che portava ancora evidenti segni della quantità di gente che ci era stata, ma lui camminava tranquillo, salutando tutti. Quando siamo dovuti salire sulla scala che portava dove avevamo istallato il microonde satellitare, visto che gli scalini non finivano mai, Evo si era girato verso di noi e aveva detto: “come sta lontano questo satellite”. Sembra un aneddoto senza importanza ma se pensiamo alla semplicità di quest’espressione scopriamo un nuovo tipo di dirigente, di uomo semplice e al tempo stesso grande, come Evo, come Chávez che stavano lì con noi a difendere la libertà dei nostri popoli … ci sentivamo pieni di orgoglio, ci sentivamo così … lavoravamo carichi dell’adrenalina propria della copertura delle notizie e dei grandi momenti che sapevamo che stavano marcando la storia. La semplicità di espressioni come quella di Evo collocavano i dirigenti al nostro fianco, sentendoli e vedendoli così umani, combattendo per le cose nostre e ripudiando come facevamo noi.

Quella sera stessa ho avuto il privilegio di far parte di una comitiva invitata da Hugo Chávez a un ricevimento nella residenza di Chapadmalal dove era ospitata un’importante delegazione cubana presente alla Cumbre de los Pueblos; c’erano Abel Prieto e Ricardo Alarcón. Il Comandante Chávez in persona ci ringraziò uno per uno per l’impegno con cui ci eravamo preoccupati di far giungere la sua voce a tutte le organizzazioni sociali che si erano date appuntamento allo stadio mondialista.

Su questa giornata ci sono tanti aneddoti, non solo il lavoro alla Cumbre de las Américas per il telegiornale di TVPublica, ma anche per la copertura speciale che stava eseguendo TeleSur.

Stavamo smontando i macchinari quando ci arriva una richiesta di Hugo Chávez che voleva che il suo abituale programma della domenica “Aló Presidente” si facesse da Balcarce, nella sede dell’Istituto Nazionale di Tecnologia Agropecuaria argentina (INTA) per informare dell’accordo firmato fra Venezuela e Argentina per l’acquisto di macchine agricole, fra gli altri argomenti.

Sembrava davvero impossibile farcela, invece Chávez andò in onda il giorno dopo da Balcarce, nella trasmissione “Aló Presidente”, un programma di televisione che, moderato da lui, veniva trasmesso la domenica mattina ora del Venezuela ma che non si sapeva mai a che ora sarebbe finito.

Quella volta trasmettere “Aló Presidente” è stato possibile non solo grazie al team di Venezuelana de Televisión che viaggiava con Chávez ma anche per l’appoggio di TVPublica. Quel programma era anche nostro, per aver mantenuto quell’impegno iniziato quando Chávez aveva trasmesso il suo programma dalle terrazze di TVPublica nella sua visita del 2003.


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Alessandra Riccio – America, non solo Nord

Hanno spaccato il capello in quattro: la rimonta, i sondaggi sbagliati, il numero dei voti …. E poco rilievo al numero di persone che è voluta andare a votare in un paese dove questo o quello per me pari sono, dove la politica è delegata, dove votare è un diritto da acquisire, dove esistono i grandi elettori come ai tempi di Martin Lutero. Trump ha avuto molti voti, Biden molti di più, due più due fa quattro. Ora vuole che si ricontino le schede, è ammesso, si faccia, ma, come ha ricordato Anna Maria Crispino, giornalista attenta alla politica internazionale (questa cenerentola dei nostri media) che ci fa notare sommessamente: “vi risulta che in qualsiasi competizione a due – come nei referendum peraltro o da noi nelle elezioni dei sindaci – non ci si trovi davanti a una spaccatura? Il sì e il no, chi vince e chi perde non sono una divisione binaria? Avreste mai pensato che uno dei due contendenti avrebbe potuto vincere con il 90% dei voti? La logica dello scontro a due produce SEMPRE un vincitore e un perdente”, elementare, Watson; ma non fa sensazione, non urla la notizia, non nuova, che negli Stati Uniti d’America c’è maretta, ci sono divisioni, odi razziali, contrasti ideologici, contraddizioni fra stato e stato e anche fra stato e nazione, agiscono divieti non detti, ma persistenti come quello che ha impedito, fino a ieri, di far coprire da una donna le massime cariche di Vice Presidente e di Presidente, e all’interno dello stesso schieramento (non oso chiamarlo partito), come è stato dimostrato dalla scelta di Biden, dalla bocciatura di Sanders, ecc.

In politica interna gli Stati Uniti sono nel caos e non da oggi; divisi, molto divisi, contrastanti spesso. Ma in politica estera non è così: la politica della Sicurezza Nazionale, la vocazione imperialista, il “destino manifesto” della loro superiorità, la convinzione assoluta di essere i gendarmi del mondo, mi sembra sia comune a repubblicani e democratici. Non posso dimenticare che con Reagan o con Clinton, con i Bush o con Obama, il Medio Oriente, l’America Latina, l’Asia e l’Africa non sono mai state lasciate tranquille. Finita per esaurimento la guerra fredda, i nemici sono stati scovati ovunque e talvolta persino creati.

Negli stessi momenti in cui si gioiva (e con ragione) per la sconfitta di Trump, in cui si spendevano fiumi d’inchiostro per i nobili discorsi di Harris (vestita di bianco, in simbolico ricordo delle suffragette) e Biden (che come vicepresidente di Obama è stato parte di quella politica estera prepotente), nella Bolivia del “cortile di casa” degli Stati Uniti avveniva qualcosa di veramente sensazionale: un brutale colpo di stato sovranista veniva spazzato via dall’esito di una consultazione elettorale che non lascia dubbi grazie alla quale tornavano al governo quello stesso partito e quegli stessi uomini che le forze armate e la destra sovranista avevano scacciato con la forza.

Quanto a simbologia, la presa di possesso del Presidente Arce e del suo vice Choquehuanca, preceduta da una ancestrale consacrazione a Tiahuanaco, è stata davvero potente, dimostrando tutta la vitalità di una complessa cultura multirazziale che ha resistito per più di cinquecento anni alla dominazione bianca, alla sua inferiorizzazione, alla segregazione, allo sfruttamento e all’estrattivismo. Nel Terzo millennio la resistenza indigena ha trovato un linguaggio in cui esprimere i valori delle proprie tradizioni, articolare l’inclusione, con cui comunicare e rinsaldare la solidarietà e difendere il territorio e la terra, la Madre Terra. Hanno capito che gli antichi saperi si rivelavano attualissimi per difendere un pianeta depredato e agonizzante, che alle loro pratiche di rispetto verso chi li nutriva non si poteva rinunciare. Sotto la guida di un cocalero aymara sindacalizzato, Evo Morales, hanno dato vita a una Costituzione davvero unica al mondo, che non è sbagliato definire rivoluzionaria, completamente al tempo, valida nella contemporaneità.

Il 7 novembre scorso, nel suo discorso di presa di possesso, David Choquehuanca ha detto: “Per secoli i canoni civilizzatori di Abya Yala sono stati destrutturati, risemantizzati e molti di loro sterminati, il pensiero originario è stato sistematicamente sottoposto al pensiero coloniale, ma non sono riusciti a spegnerci, siamo vivi, siamo di Tiwanaku, siamo forti. Siamo come la pietra, siamo kala wawa, siamo cholque, siamo sinchi, siamo rumi, siamo jenecherú, fuoco che non si spegne mai, siamo tutti per la cultura della vita, risvegliando il nostro larama, larama uguale a ribelle con saggezza.”

L’anno scorso, Evo Morales, minacciato di morte insieme ai familiari, fortunosamente sfuggito ai militari infedeli, protetto dal popolo, aveva potuto imbarcarsi su un aereo mandato a salvarlo dal Presidente del Messico. Quel volo fu drammatico, Perù, Brasile, Uruguay si rifiutavano di rifornirlo di benzina; finì bene, per fortuna, e adesso, dopo un anno in esilio in Argentina, dopo aver organizzato la campagna elettorale che ha portato alla vittoria il MAS e il tiket Arce – Choquehuanca, è rientrato a piedi dalla frontiera argentina per ritrovare il suo popolo e il suo paese.

Ma che c’entra la Bolivia con il tripudio per la sconfitta di Trump e la vittoria del democratico Biden? C’entra, perché dove si dice colpo di stato, disobbedienza al Washington Consensus, Sovranità Nazionale, si dice automaticamente Segreteria di Stato, Servizi Segreti.

10 novembre 2020, “Il Faro di Roma”

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Itzamná Ollantay – Dimensione politica delle spiritualità indigene

Le comunità aymara e quechua, il 6 novembre (alla vigilia del giuramento ufficiale del nuovo governo), hanno organizzato e celebrato, nonostante le limitazioni in tempo di pandemia, una cerimonia di purificazione e di legittimazione spirituale per il presidente eletto di Bolivia, Luis Arce e per il vicepresidente David Choquehuanca, nell’apoteosico luogo sacro di Tiwanaku. Il meticcio Arce e l’aymara Choquehuanca sono stati simbolicamente investiti del ruolo di governanti a Tiwanaku.

Nelle lotte dei movimenti indigeni e contadini della Bolivia, la pratica di cerimonie spirituali è una costante che si costituisce in elemento centrale della mistica della resistenza e della perseveranza individuale e collettiva nelle battaglie.

Durante il governo di Evo Morales, i riti spirituali indigeni (integrati da elementi cristiani) acquistano centralità negli atti protocollari governativi, al punto che questa scelta viene interpretata dai settori conservatori come l’ “espulsione della Bibbia e dei crocifissi” dal Palazzo di Governo.

Questa epifania rituale ascendente negli spazi politici, proposta da soggetti sociopolitici del Movimento Al Socialismo (MAS), è duramente riprovata da conservatori cattolici ed evangelici, e anche dai presunti indianisti.

I cristiani conservatori qualificano queste pratiche come paganesimo, stregoneria, ecc. Gli indianisti anti MAS li qualificano come  “pachamamismo”, folklore … Ce ne è uno che, nelle sue reti sociali, ha addirittura qualificato i suoi fratelli aymara come “ignoranti” perché realizzano/celebrano cerimonie rituali con Arce e Choquehuanca a Tiwuanaku.

A quel che sembra indianisti, anti-masisti e cristiani fondamentalisti hanno la stessa caratteristica di essere abitati da ciechi dogmatici, da ansia di protagonismo. “Se gli indios non fanno o non praticano le verità che noi insegniamo, sono degli ignoranti pagani”, questo sembra essere il punto di convergenza fra conservatori e indianisti.

A differenza di una religione, la spiritualità è libertà e creatività senza limiti. Pertanto, nella prassi spirituale non c’è posto per l’essenzialismo culturale. Non ci sono riti puri o impuri, né per origine, né per metodo, né per i suoi elementi. La spiritualità e la sua ritualità, a differenza della religione, è creatività, trasgressione, innovazione rispetto delle dottrine o dei dogmi stabiliti.

Nelle spiritualità i rituali si creano e si ricreano costantemente. Per questo non ha senso squalificare la prassi rituale indigena proprio perché fa quello che deve fare: reinventarsi per infondere calore alle lotte libertarie dei popoli, in sintonia con i tempi.

In questo senso, la spiritualità è e dovrebbe essere un elemento costitutivo delle azioni e delle aspirazioni dell’emancipazione dei popoli. La spiritualità è il nucleo della mistica emancipatrice dei popoli subalternizzati.

Esiste sempre la possibilità che la spiritualità, indigena o no, evolva in spiritualismo (prassi rituale sradicata dalla realtà e dalle lotte di emancipazione dei popoli, manipolata da chi detiene il potere). Ma non è questo che constatiamo nel caso della spiritualità plurale dei movimenti indigeni e contadini della Bolivia.

(Resumen Latinoamericano – TeleSUR)

9 novembre 2020


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Miguel Díaz-Canel* – Il blocco imposto dagli Stati Uniti arriva a forme estreme e senza precedenti

[…]

Durante l’anno in corso e sotto le dure e straordinarie condizioni imposte dalla pandemia, l’imperialismo ha deciso di rafforzare il blocco in forma estrema e senza precedenti.

Anche se la reazione al flagello ha avuto successo, in questo periodo affrontiamo serie difficoltà per ottenere gli strumenti di alta tecnologia che permetta una maggiore precisione nelle diagnosi e nel trattamento per il recupero dei pazienti. Il danno si avverte non solo nelle gestioni commerciali associate alla lotta contro l’epidemia, ma anche nell’arrivo dell’aiuto solidale e umano procedente da vari paesi.

E’ una realtà che noi cubani non possiamo ignorare.

Proprio in questo periodo gli Stati Uniti hanno incrementato la persecuzione delle multinazionali finanziarie, intensificando gli sforzi per impedire le forniture di combustibile con azioni non convenzionali improprie in tempo di pace.

Hanno attaccato direttamente il settore dei viaggi, ben prima che ci vedessimo obbligati a chiudere le frontiere come misura di protezione. Allo scopo hanno imposto restrizioni unilaterali e ingiustificate al trasporto aereo fra i due paesi arrivando al colmo di consigliare ai propri cittadini  dove alloggiare a Cuba e dove no.

Sono riusciti, nei mesi scorsi, a limitare al massimo l’invio di rimesse come parte del proposito di evitare qualsiasi entrata di divisa nel paese. Poco fa hanno annunciato nuove misure che annullano nella pratica le possibilità di chi vive negli Stati Uniti di mandare rimesse ai familiari a Cuba attraverso canali legittimi, sicuri e istituzionali.

I pretesti usati e le menzogne del Governo statunitense per giustificare questo modo di fare sono sempre più cinici e svergognati. Non ci si può ingannare, si tratta di un operare che danneggia un numero considerevole di compatrioti e il loro vincolo con le famiglie e i congiunti che vivono nel paese vicino.

Abbiamo insistito e conviene sottolinearlo: il blocco economico è privo di giustificazione politica, giuridica e morale, e continua ad essere il principale ostacolo al progresso dei rapporti bilaterali di Cuba con gli Stati Uniti.

Il danno che provoca nel benessere della popolazione, nella capacità del paese di soddisfare tanti bisogni e nel mantenere la garanzia dei servizi basilari, è innegabile. Danneggia la vita di tutti i cubani in un modo o nell’altro.

Il Governo nordamericano deve affrontare la realtà indiscutibile che pur se il blocco danneggia il popolo cubano nel suo insieme, non è, però, capace di piegare la nostra capacità di resistenza.

Castiga le famiglie, i cubani residenti all’estero, viola i diritti umani, rende difficili le comunicazioni, i viaggi, i visti e la riunificazione familiare; però non riesce né ci riuscirà mai, a soggiogare la società cubana al dominio imperialista.

L’ostilità di quel Governo verso l’isola, in un periodo così complesso per la comunità internazionale, comprende l’attacco spietato contro la cooperazione medica internazionale offerta da Cuba. Le pressioni e le minacce esercitate contro molti paesi per farli desistere dal sollecitare o accettare l’aiuto cubano, hanno raggiunto livelli vergognosi e senza precedenti.

Nel contesto della crisi generale provocata dalla pandemia COVID-19 e dalle sue sequele, noi paesi del Sud stiamo affrontando una situazione economica internazionale molto sfavorevole.

Costerà molto discernere a fondo l’impatto sulla stabilità economica e produttiva a livello globale, sull comportamento dei flussi commerciali e di rifornimento, sui progressi tecnologici, sulla struttura delle comunicazioni e del trasporto.

Bisogna ancora fare una stima dell’effetto sulle prospettive del turismo internazionale e dei viaggi, delle matrici energetiche di molti paesi, dei prezzi e della disponibilità dei prodotti di base, gli alimenti, le materie prime e le tecnologie avanzate.

Sono tutte realtà che si ripercuotono su Cuba e su altre nazioni. E’ difficile che un paese possa affrontarle da solo.

Abbiamo difeso strenuamente l’impegno di preservare e promuovere il multilateralismo, specialmente mediante il rafforzamento del ruolo centrale delle Nazioni Unite e lo sviluppo della cooperazione internazionale, cosa imprescindibile per affrontare le sfide e le minacce globali.

La nostra traiettoria di promozione e sviluppo del multilateralismo è nota ed apprezzata. Le brutali pressioni esercitate dagli Stati Uniti per impedire che Cuba, ancora una volta, venisse eletta come Membro del Consiglio per i Diritti Umani, si sono infrante contro il riconoscimento di cui gode il nostro paese nella comunità internazionale.

Con l’approvazione dell’88% degli Stati Membri dell’ONU, Cuba è stata eletta, a testimoniare il suo contributo costruttivo a questa organizzazione della quale siamo fondatori, e il prestigio raggiunto nella difesa e nella promozione dei diritti umani.

Pochi giorni fa sono stati raggiunti i requisiti che assicurano l’entrata in vigore del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari che sarà esecutivo il 22 gennaio 2021. Si tratta di un evento di grande importanza per la pace e la stabilità mondiale e sancisce il successo dello sforzo di numerosi paesi del Sud che reclamano instancabilmente il disarmo nucleare, dove abbiamo avuto una partecipazione attiva. Si materializza anche un sogno di Fidel Castro Ruz che, con la forza delle sue idee è stato un combattente invincibile a favore del disarmo e della pace mondiale.

Nelle vicinanze immediate, la resurrezione della Dottrina Monroe è un’offesa per tutti gli Stati sovrani dell’emisfero il cui diritto alla libera determinazione viene chiaramente messo in discussione dall’ambizione imperialista.

Contro questa minaccia combatte il popolo venezuelano che ingaggia una battaglia eroica contro l’aggressione, l’intromissione nelle sue faccende interne e contro una guerra economica incessante. Ribadisco che la solidarietà e l’appoggio di Cuba alla Rivoluzione Bolivariana e Chavista, all’unione civico-militare del suo popolo e al suo Presidente Nicolás Maduro Moros, che guida il governo costituzionale di questa fraterna Repubblica, sono irremovibili.

A pochi giorni dal 20° anniversario della firma di Fidel Castro e di Hugo Chávez dell’Accordo Integrale di Cooperazione Cuba-Venezuela, ribadisco che, nonostante le pressioni e le minacce degli Stati Uniti, Cuba non rinuncerà a mantenere i suoi rapporti di cooperazione con i fratelli venezuelani.

La straordinaria vittoria del popolo boliviano che ha eletto i compagni Luis Arce e David Choquehuanca nelle elezioni in Bolivia dimostra che non vi fu nessuna frode nel 2019, bensì un colpo di Stato contro il compagno Evo Morales, orchestrato dagli Stati Uniti in complicità con la OEA e l’oligarchia locale.

Sentite congratulazioni al MAS per questa vittoria. Condividiamo la gioia per il ritorno della speranza di recuperare le conquiste sociali strappate al popolo boliviano.

Il popolo del Cile ha ottenuto una grande vittoria popolare che contribuisce molto alla lotta per le rivendicazioni sociali di milioni di cileni e della regione.

Mando un messaggio di solidarietà alla terra di Sandino e di condanna alle pressioni esterne che cercano di indebolire la stabilità e i progressi sociali ed economici della Repubblica del Nicaragua, ottenuti dal Governo di Riconciliazione e di Unità Nazionale presieduto dal Comandante Daniel Ortega Saavedra.

La difesa della dignità e dell’integrazione dell’America Latina e del Caribe trova nei Governi del Messico e dell’Argentina dei fedeli rappresentanti.

Ribadisco l’impegno invariabile con i postulati del Proclama dell’America Latina e del Caribe come Zona di Pace.

(Stralcio del discorso pronunciato il 28 ottobre 2020 all’Assemblea Nazionale del Poder Popular)

* Presidente della Repubblica di Cuba

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Alessandra Riccio – Lottare, vincere, cadere, rialzarsi…

Ho aspettato di leggere/sentire notizie sulle elezioni in Bolivia fin verso mezzogiorno: niente di niente. La trasmissione di Radio3 dedicata alla politica internazionale e dalla quale ormai non ci aspettiamo altro che conformismo, non ha ritenuto importante comunicare i risultati di una tornata elettorale delicatissima in una paese del Terzo Mondo e –per di più- a maggioranza india. Il seriosissimo “La Stampa” ce ne parla in una nota non firmata che esordisce con queste parole: “Colpo di scena nelle elezioni in Bolivia”; evidentemente, in quella redazione non avevano mai saputo di sondaggi, minacce, rinuncia di candidati, inclusa Janine Añez (proto: non Agnes, come si legge nel testo!), la “presidente interina” che aveva sancito il colpo di Stato giurando su Bibbia e crocifisso.

C’è silenzio sui nostri media i quali sono eco di parole d’ordine che vengono da altrove. E’ un silenzio che vorrebbe cancellare proprio il trionfo della democrazia elettorale tanto cara all’Occidente, ormai rassegnato a considerare maggioranza chi ottiene più voti anche quando i votanti sono meno della metà degli aventi diritto.

Ma in Bolivia il trionfo di Lucio Arce e David Choquehuanca non lascia dubbi. I circa venti punti che li distaccano da Carlos Mesa avrebbero meritato l’epiteto di “votazione bulgara” se non fossero arrivati dopo questo lungo drammatico anno in cui una destra aggressiva e senza scrupoli si è servita dell’esercito per annullare le elezioni regolari che avevano decretato il quarto mandato di Evo Morales, presidente dal 2006 al 2019. Hanno invece meritato il trionfale saluto indigeno, “Jallalla”, molto più del nostro “Viva” essendo un’espressione di consenso, di celebrazione e di equilibrio, da un popolo che, in questo Terzo Millennio, ha messo in pratica uno dei cambiamenti sociali più sorprendenti, originali e avanzati ricavandone una serie di successi  che hanno dimostrato la praticabilità e l’utilità di politiche inclusive sia in campo economico che sociale che culturale, politiche inclusive che figurano nella bella costituzione che regge la società boliviana, plurietnica, multiculturale, ben rappresentata dalla bella whipala, la bandiera multicolore ammainata lo scorso novembre, da Añez.

Añez ha rinunciato, l’ex presidente Carlos Mesa non ce l’ha fatta, al terzo candidato sono rimaste le briciole, il trionfo è andato al MAS di Evo Morales. Il Presidente del Venezuela, Nicolás Maduro che, naturalmente, ha subito partecipato la notizia, ha sottolineato l’importanza politica, strategica e carismatica dell’esiliato Evo Morales ed ha twittato : “Grande vittoria! Il popolo boliviano, unito e cosciente ha sbaragliato con il voto il colpo di Stato che avevano effettuato contro nostro fratello Evo. Complimenti al presidente eletto Luis Arce, al vicepresidente David Choquehuanca e al nostro Capo Indio del Sud, Evo Morales. Jallalla Bolivia! La figlia prediletta del Libertador [Simón Bolívar]”.

La Storia dovrà un giorno rendere conto dell’importanza dell’esperimento boliviano al tempo di Morales, un indio lavoratore, sindacalizzato, lottatore sociale, impegnato per il suo paese. Sindacalisti e militanti della nostra sinistra di anni fa lo ricordano certamente, umile e rispettoso, nei suoi viaggi intorno al mondo per portare la verità del suo paese martoriato; la sua vittoria e la conquista della Presidenza è avvenuta in un momento d’oro per l’America Latina, quando Fidel , Chávez, Kirchner, Correa e compagnia, progettavano un’America Latina unita e solidale, forte contro l’imperialismo nordamericano, autorevole con la Comunità Europea, solidale con il Terzo Mondo, pronta a completare il mondo con una politica di sovranità e inclusione. Quel momento d’oro è stato demolito pezzo per pezzo da un implacabile e continuo bombardamento operato con tutti i mezzi possibili e immaginabili. Evo e la Bolivia resistevano miracolosamente; c’è voluto l’esercito, il terrore e qualche strage per avere ragione del popolo, e c’è voluta la solidarietà dei presidenti di Messico e Argentina, per permettere a Evo e al suo vice García Linera di salvare la pelle, imbarcandosi fortunosamente su un aereo a cui successivi paesi “fratelli” negavano il rifornimento di combustibile. Non era la prima volta per Evo: tornando dalla Russia dove era andato per un viaggio di Stato, gli fu negato l’atterraggio e il rifornimento da vari paesi europei, Francia, Portogallo e Italia, per il sospetto che la “talpa” Edward Snowden fosse proprio a bordo dell’aereo di Stato del Presidente della Bolivia.

García Linera, a fianco di Evo al Governo e nell’esilio, ha scritto: “Lottare, vincere, cadere, rialzarsi, lottare, vincere, cadere, rialzarsi. Fino alla fine della vita, questo è il nostro destino”. Cosa accadrà in Bolivia da ora in poi? Possibile che le nazioni del mondo la lasceranno massacrare in obbedienza al Washington Consensus? Lì c’è un popolo che ha espresso chiaramente la sua volontà di cambiare le regole del gioco, di intraprendere nuove strade, di difendere la natura, le diversità, le millenarie conoscenza, la solidarietà e la giustizia.

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Alicia Castro – L’unione del Sudamerica è la chiave della nostra sovranità politica

Alicia Castro, nominata ambasciatrice della Repubblica Argentina a Mosca, non aveva ancora potuto presentare le sue credenziali a causa del Covid-19 quando ha presentato le sue dimissioni, indignata per il voto del suo Governo al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite in cui, insieme al Gruppo di Lima, mostrava preoccupazione per le violazioni dei diritti umani in Venezuela. Alicia Castro che è ha rappresentato il suo paese a Caracas e a Londra, ha spiegato le ragioni delle sue dimissioni in questo testo, riassumibili in una frase: “Mi è chiarissimo, alla luce del pensiero dei nostri liberatori San Martín, Bolívar, Artigas, che l’unione del Sudamerica è la chiave della nostra sovranità politica e della nostra indipendenza economica”.

“Oggi presento le mie dimissioni da ambasciatrice perché non sono d’accordo con l’attuale politica del Ministero degli Esteri.Il 6 ottobre, nel 45° periodo di sedute del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, il voto dell’Argentina uguale alla Risoluzione del Gruppo di Lima costituisce una drammatica svolta per la nostra politica estera e non differisce assolutamente da quello che avrebbe votato Macri. Il Gruppo di Lima è stato creato durante la restaurazione neoliberale da un gruppo di governi di estrema destra, incoraggiati e finanziati dagli Stati Unii con due obbiettivi espliciti: promuovere un “Cambio di Regime” in Venezuela –con lo stesso modello di quelli realizzati dagli Stati Uniti in medio Oriente- e disarticolare il blocco regionale. Nel decennio passato ho avuto l’onore di partecipare –come deputata e come ambasciatrice- al meraviglioso processo di formazione dell’unità regionale insieme a Néstor Kirchner e a Cristina Fernández de Kirchner e ai presidenti progressisti della regione, Hugo Chávez, Lula da Silva, Fidel Castro, Pepe Mujica, Rafael Correa, Evo Morales, Daniel Ortega, uniti nella diversità. Ci è chiarissimo, alla luce del pensiero dei nostri liberatori San Martín, Bolívar, Artigas, che l’unione del Sudamerica è la chiave della nostra sovranità politica e della nostra indipendenza economica. Nell’UNASUR avevamo conseguito un’istituzionalità sovranazionale densa ed efficace che ha evitato due colpi di stato nella Regione e abbiamo costituito la Comunità di Stati Latinoamericani e del Caribe (CELAC). E’ franato tutto con l’arrivo di Temer, Macri, Bolsonaro, Lenin Moreno, i golpes in Brasile e in Bolivia con la manipolazione del Lawfare e delle truffe mediatiche. Nessuno è stato più esposto al linciaggio mediatico del governo del Venezuela. E’ ben noto il modo in cui le Agenzie Governative degli Stati Uniti orchestrano i loro piani di Regime Change –mentendo hanno giustificato le loro invasioni militari in Iraq, la distruzione della Libia- e le loro pretese di ingerenza diretta nella politica latinoamericana. C’è da chiedersi perché il governo degli Stati Uniti e il Gruppo di Lima non si preoccupano delle flagranti violazioni dei Diritti Umani in Cile, in Bolivia, in Brasile, in Honduras o in Colombia –dove sono stati assassinati 250 operatori sociali firmatari degli Accordi di Pace, -Accordi che, mi ricordo con orgoglio, furono voluti da Néstor Kirchner, Hugo Chávez e Fidel Castro. Oggi nessuno può ignorare che il Venezuela è sotto assedio, sottoposto a un blocco criminale che priva il popolo di medicine, alimenti, ingredienti essenziali. Aggiungersi per intensificare questo assedio è, per lo meno, irresponsabile.

Dal colpo di Stato perpetuato contro Hugo Chávez nell’aprile del 2002, non sono mancati i tentativi di golpe, magnicidio, sabotaggio, mancanza di forniture, azioni violente organizzate per promuovere il caos.

La maggioranza dei partiti di opposizione non presentano candidati alle elezioni per non convalidare la vittoria del voto popolare, come ha spiegato, prove alla mano, l’ex presidente Rodríguez Zapatero da Caracas quando è stato rieletto Nicolás Maduro nel 2018. Visto che non sono riusciti a invalidare Nicolás Maduro, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a un presidente “autoproclamato”, Juan Guaidó, che gode dell’appoggio di varie nazioni europee.

Pur considerando che in un Fronte non tutti la pensano allo stesso modo, sappiamo che fra di noi ci sono dei dirigenti che sono sempre stati avversi al socialismo venezuelano –senza aver mai messo piede in Venezuela- e che qualcuno ha addirittura celebrato la proclamazione di Guaidó.

Ma credevamo che, indipendentemente dalle preferenze, il governo del Frente de Todos avrebbe rispettato i principi rettori del Non Intervento negli affari interni di altri stati, della Risoluzione Pacifica delle Controversie e del sacro principio dell’Uguaglianza Giuridica degli Stati. L’Argentina ha fatto dottrina di questi principi fondanti del Diritto Internazionale, la Dottrina Drago, la dottrina Calvo.

I paesi dell’Unione Europea hanno tanto diritto a immischiarsi nelle elezioni del Venezuela quanto il Venezuela di immischiarsi nelle elezioni francesi.

L’anticolonialismo è anche un imperativo etico.

Il 6 ottobre nel Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite sono state votate due risoluzioni. La Res. L.55 che sottolinea l’importanza di mantenere il dialogo costruttivo e la cooperazione col Venezuela al fine di “rafforzarne la capacità di ottemperare ai suoi obblighi in materia di diritti umani”; “mostra preoccupazione per le notizie relative a presunte restrizioni dello spazio civico e democratico, incluse le denunce di supposti casi di detenzione arbitraria, intimidazione e diffamazione di manifestanti, giornalisti, difensori dei diritti umani”; loda la visita dell’ Alta Commissione alla Repubblica Bolivariana del Venezuela, realizzata dal 19 al 21 giugno 2019 e gli impegni presi in accordo con il Governo per migliorare la situazione dei diritti umani nel paese; esorta il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela ad applicare le raccomandazioni raccolte nel Rapporto dell’Alta Commissione presentata al Consiglio per i Diritti Umani nei suoi periodi di assemblea 41° e 44° e chiede all’Alta Commissione di continuare a collaborare con la Repubblica Bolivariana del Venezuela  per far fronte alla situazione dei diritti umani nel paese prestando un appoggio forte sotto forma di assistenza tecnica e sviluppo di capacità”. Questa Risoluzione che promuove e incoraggia la partecipazione democratica è stata votata da vari paesi, fra gli altri il Messico.

Poi è stata messa in votazione la Risoluzione L.43 presentata dal Gruppo di Lima.

Questa risoluzione, otre a condannare energicamente il Venezuela in consonanza con le espressioni delle opposizioni, promuove francamente l’ingerenza negli affari interni. Decide di prorogare per altri due anni il mandato di una Missione Internazionale Indipendente costituita da tre persone senza nessuna rappresentatività designate dal Gruppo di Lima, che si è limitata a ricevere dal Panama rapporti via mail dell’opposizione venezuelana che non sono mai stati suffragati da prove e che inoltre suggerisce di considerare nuove misure.

Dimostrando ancor più cinismo, esprime preoccupazione per il trattamento della pandemia Covid-19 in Venezuela dove, con 30 milioni di abitanti, ha –secondo la OMS- 80.000 contagiati di Covid-19 e un totale di 653 morti, il che dimostra chiaramente un miglior modo di affrontare, monitorare e curare la salute pubblica di quello dei paesi che appoggiano la Risoluzione 43, compreso il nostro.

Tutto ciò dimostra chiaramente la mancanza di rigore degli argomenti esposti in questa Risoluzione che tendono a demonizzare la Repubblica Bolivariana del Venezuela, le sue autorità legittime e il suo popolo che resiste eroicamente all’assedio degli Stati Uniti d’America e dei suoi alleati.

L’Argentina avrebbe potuto decidere di astenersi se non avesse voluto impegnarsi con nessuna delle due Risoluzioni. Invece ha votato con i paesi europei che riconoscono l’autoproclamato Guaidó come presidente senza un voto, una modalità che mette a rischio le democrazie dell’America Latina. Ha votato insieme al Regno Unito quando il Venezuela è stato un alleato costante ed esemplare della Repubblica Argentina nella nostra battaglia per la sovranità nelle Malvinas. Ha votato insieme al gruppo di paesi latinoamericani che hanno seguito pedissequamente le istruzioni degli Stati Uniti per demolire il Venezuela. L’Argentina ha votato con Bolsonaro, con Piñera, con la golpista Añez, con Lenin Moreno riconoscendoli come difensori dei Diritti Umani.

Per tutto quanto esposto, presento le mie dimissioni da ambasciatrice plenipotenziaria presso la Federazione Russa declinando l’alto onore e i privilegi che comporta una così alta e importante carica.

Ma non lascio il Frente de Todos y Todas a cui il Kirchnerismo ha dato tanta energia, tanti sforzi e la maggior parte dei voti, costruendolo con tanti sogni! Mi tornano in mente, adesso, vividamente le masse di giovani e di vecchi militanti felici e coscienti nello storico Vertice di Mar del Plata, dove abbiamo festeggiato il rifiuto dell’Accordo di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), il grande successo di cui sono stati protagonisti “i tre moschettieri”, come Hugo Chávez ha battezzato l’alleanza indistruttibile con Néstor Kirchner e Lula da Silva.

Non potrei seguire le istruzioni del Ministero degli Esteri che non condivido e che considero contrarie all’interesse della Nazione. Voglio agire in maniera responsabile e trasparente; nessuno dovrà preoccuparsi o avere un danno dalle mie dichiarazioni né avere preoccupazioni in off da parte dei media di stampa commerciale.

La mia posizione e il mio ideale di costruzione della Patria Grande oggi, come lo era durante i due governi Kirchner, è e continuerà ad essere fermo e saldo. Sempre.”

Alicia Castro

ambasciatrice della Repubblica Argentina

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Angel Guerra Cabrera – Democrazia neoliberale

L’inabilitazione di Evo Morales come candidato a senatore e la condanna a otto anni con la proscrizione politica a vita per Rafael Correa, entrambe del 7 settembre, confermano che i neoliberali giocano alla democrazia solo fino a quando cominciano a perdere le elezioni. Mi riferisco, è chiaro, alla democrazia formale dato che il neoliberalismo è l’antitesi della democrazia sostantiva, partecipativa, generatrice di potere popolare, come quella che si pratica a Cuba e in Venezuela. Monumentali esempi di questa incompatibilità sono l’imposizione nei così detti paesi democratici –fra i quali, naturalmente, il Cile della Concertazione, erede entusiasta della politica economica di Pinochet e anche il Messico della transizione “democratica”-, dei trattati di libero commercio (TLC) con gli Stati Uniti, evidentemente contrari agli interessi popolari e volti ad aumentare la soggezione dei nostri popoli all’impero. A partire dal TLC e dalle privatizzazioni si è rafforzata come mai la tirannia del mercato su milioni di persone alle quali la mafia mediatica ha nascosto le conseguenze impoverenti di quelle politiche per le loro vite, la cui applicazione non è stata mai oggetto di consultazione.

Non userò questo breve spazio per argomentare contro l’inconsistenza giuridica delle spurie misure imposte ad Evo e a Correa da giudici venali o intimiditi. Questi sgorbi giuridici formano parte della stessa famiglia dei colpi di Stato contro i presidenti Zelaya (Honduras, 2009), Lugo (Paraguay, 2012), Dilma Roussef (Brasile, 2016) ed Evo Morales (Bolivia, 2019). Tutti giustificati dai mezzi di comunicazione egemonici; in alcuni casi promossi o approvati dai parlamenti o addirittura convalidati dagli organi si amministrazione della “giustizia”, come nel caso brasiliano. Hanno anche una stretta parentela con l’offensiva mediatica che ha linciato il kirchnerismo in Argentina e ha aperto la porta, in gran misura, al governo rapinatore di Macri e all’accanimento giudiziario contro Cristina Fernández e la sua famiglia. In più, con la scontata farsa del giudice Moro per impedire la candidatura di Lula alla presidenza che ha spianato la via alla privatizzazione del ricco giacimento petrolifero presal e all’irruzione di Bolsonaro. Questo tipo di operazioni, quando interviene l’apparato amministrativo della giustizia per perseguire o inabilitare dei politici di radice popolare, essendo diventate così ripetitive hanno dato vita al vocabolo inglese lawfare (guerra giudiziaria) per indicarle. Un caso scandaloso è stato il tentativo di illegalizzare López Obrador. Ma deve essere chiaro che il lawfare è solo una linea di azione, indubbiamente importante, nel repertorio di violazioni che la destra è andata perfezionando per interrompere i processi di cambiamento o per evitare che arrivino o ritornino al governo i candidati che li promuovono.

In Ecuador, Paola Pabón, Virgilio Hernández e Christian González, noti militanti del Movimento della Revolución Ciudadana, costituiscono un caso paradigmatico di persecuzione giudiziaria esclusivamente per motivi politici. Tutti e tre sono stati accusati di ribellione armata quando c’è stata la grande rivolta indigena in Ecuador nell’ottobre 2019 che è costata più di mille prigionieri e undici morti. E’ vero che si erano identificati con le richieste del movimento ma non avevano partecipato all’organizzazione e avevano fatto un appello per dibattere politicamente le richieste attraverso l’Assemblea Nazionale. Le “prove” presentate contro quei tre sono solo dei tweets, uno firmato da Paola, appellandosi al non esercizio della violenza; ad ogni modo, il loro contenuto sta nei limiti del campo del diritto a dissentire. Paola, ineccepibilmente eletta nella provincia di Pichincha, è stata arrestata all’alba e la sua casa perquisita brutalmente. Tutti e tre sono stati condannati a carcerazione preventiva e solo il 25 dicembre scorso gli è stata commutata come misura sostitutiva, grazie alla pressione esercitata con una risoluzione della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, all’obbligo di presentazione settimanale in tribunale e gli è stato imposto il braccialetto elettronico. L’accusa è stata declassata a semplice ribellione poiché l’aggettivo “armata” metteva in difficoltà gli stessi giudici. In questi giorni il processo sta andando avanti e adesso Paola deve presentarsi al tribunale tre volte alla settimana invece di una finché durerà il processo. In una straordinaria intervista (https://ctxt.es/es/20200901/Politica/33352/Ecuador-paola-pabon-rafael-correa-lula-america-latina-revolucion-ciudadana-marcelo-exposito.htm) in cui dimostra l’integrità e le convinzioni che la animano, Paola afferma: “Qui ci sono anche degli interessi transnazionali che … non si sentivano comodi con i nostri regimi progressisti e le ambasciate degli Stati Uniti hanno giocato un ruolo in questi processi che abbiamo chiamato Nuovo Plan Cóndor”. Dunque, adesso non si tratta del caso Paola Pabón, non è più il caso Lula o di Rafael Correa. Il problema è che ormai non si tratta più di Stati democratici e col tempo si parlerà e si scriverà su come hanno operato i regimi neoliberali-autoritari in quest’epoca in America Latina.

(La pupila insomne, 9 sett. 2020)

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Alessandra Riccio – L’Uruguay attraverso “Marcha”. Intervista con E. Galeano

Eduardo Galeano

 

È un febbraio inclemente. A Perugia nevica· quando usciamo dal cinema dove

si proiettano Los inundadns, dell’argentino Fernando Birri. Una delle più celebri

piazze d’Italia si trasforma in uno scenario irreale dove in pochi minuti gli abbondanti

e silenziosi fiocchi ricoprono il cappellaccio nero di Birri, la sciarpa svolazzante

di Galeano e le braccia di Helena, allargate in un atteggiamento di statica

meraviglia difronte ad uno spettacolo cosi inconsueto e magico. Continua a leggere

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Alessandra Riccio – Giustino di Celmo

 

Siamo alla fine del 2010. Napoli affoga sotto un diluvio di pioggia e di immondizia, il suo selciato di pesanti lastre di lava vesuviana restituisce il riflesso delle luci della città offuscato dal grigio cupo della pietra. Ma quando si alza lo sguardo, è la bella facciata neoclassica del teatro San Carlo a riempire gli occhi di luce e di armonia. Sotto il porticato si aprono le porte del nostro Massimo nell’abbagliante tripudio di stucchi e di oro che un restauro recente ha esaltato e riportato all’opulenza originaria. Nel Palco Reale, immerso nell’oscurità, due spettatori fuori dell’ordinario seguono i passi vivaci che esaltano la gioventù dei danzatori del Balletto Nazionale di Cuba impegnati nell’esecuzione di Elegia per un giovane, una coreografia in memoria di Fabio Di Celmo, l’uomo d’affari italiano vittima di un attentato terroristico a Cuba nel 1997. Continua a leggere

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