Alessandra Riccio –   Il Premio Feronia a Roberto Fernández Retamar

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Fiano Romano, 2 giugno 2001 – Nato nel 1930 all’Avana, Roberto Fernández Retamar vi ha trascorso tutta la vita fra i quartieri di Lawton, de La Víbora e del Vedado dove si è trasferito all’età di ventidue anni e dove vive tutt’ora con la compagna di sempre, la storica dell’arte Adelaida de Juan. Fresco di laurea e di matrimonio ha frequentato i corsi di linguistica e filologia di André Martinet alla Sorbona tornando con questa prestigiosa specializzazione all’Avana dove ha pubblicato la sua tesi suLa poesía contemporánea en Cuba (1927-1953) e nella cui Facoltà di Lettere intendeva iniziare la sua carriera universitaria. L’insostenibile clima repressivo instaurato dalla dittatura di Fulgencio Batista lo ha indotto a partire per gli Stati Uniti come professore visitante alla Yale University, dove ha conosciuto e appreso da René Wellek che lo ha messo in contatto con il Circolo Linguistico di Praga. Continua a leggere

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Adán Chávez Frías – Resistere e vincere

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Contro il popolo venezuelano, come accade anche con Cuba e con il Nicaragua, l’impero nordamericano con i suoi alleati stanno moltiplicando gli attacchi. Dobbiamo stare all’erta e preparati a continuare a resistere e a vincere. La chiave, come è stato fino ad ora, è l’unità delle forze della Patria che, con fermezza e ottimismo, coscienti del ruolo storico che ci tocca svolgere, continueremo a combattere diariamente, accumulando vittorie nella battaglia permanente per costruire il nostro socialismo. Continua a leggere

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Alessandra Riccio – Il mio Minà

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Ma è normale che un Capo di Stato, una delle personalità più importanti della seconda metà del novecento, una persona che ha mantenuto la sua vita personale lontano dalle luci della ribalta, inviti un giornalista straniero e la sua famiglia a mangiare un gelato a casa sua in una tranquilla domenica familiare? Io, giornalista e corrispondente di stampa estera all’Avana, ho visto come era la casa di Fidel Castro solo quando i Minà, di ritorno da un ennesimo viaggio a Cuba, mi hanno mostrato le foto della loro visita all’anziano leader, già ammalato e già in ritiro. Continua a leggere

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Soledad Cruz Guerra* – La guerra di Trump

 

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La guerra di Trump e della sua banda contro Cuba si intensifica. La disperazione per i sessanta anni di resistenza porta a degli estremi che castigano la nostra gente. Le brutali aggressioni rispondono alla constatazione che il mio paese ha possibilità reali di sviluppo e di miglioramento del livello di vita, una cosa imperdonabile per chi vuole impadronirsi della nazione. Accusano la vocazione socialista, cercano di confondere, mentre in realtà i mali maggiori per l’arcipelago provengono dalla loro ostinazione a bloccare le possibilità di progresso, perfino gli errori, gli estremismi, la sindrome del sospetto, il culto per il segreto, sono condizionati dall’obbligato senso di autodifesa rispetto ad un attacco incessante. Continua a leggere

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Joaquín García Salabarría* – Un invito a Trump e ai suoi seguaci

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Da qualche mese ho preso coscienza del fatto che dopo 45 anni di servizio e 66 anni di età, si avvicina il momento di andare in pensione, e anche se non intendo per il momento favorirlo perché faccio un lavoro che mi piace e credo di essere ancora utile, ho cominciato ad occuparmi della ricostruzione della carriera per essere sicuro che al momento opportuno non mi manchi nessun documento.

Confesso che è stato piacevole occuparmene, è stato come un viaggio nel passato con una macchina del tempo che mi ha fatto rivivere i miei anni di medico neolaureato nell’ospedale di Marcané (proprio quello di Compay Segundo) fino ad oggi. Continua a leggere

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Bonaventure Ndikung -Il colonialismo è una bestia a molte teste

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Il numero di maggio e giugno della rivista “gli asini” è davvero interessante e molto ricco. Ho trovato particolarmente interessante l’intervista che Maria Pace Ottieri ha fatto a Bonaventure Soh Bejeng Ndikung che, figlio spirituale di Achille Mbembe, ha fondato a Berlino il laboratorio di idee Savvy contemporary dove l’arte e la filosofia dell’Africa, dell’Asia e dei Caraibi si confrontano con l’arte occidentale.

Riproduco qui la sua risposta a una domanda molto attuale sulle emigrazioni:

«Il colonialismo è una bestia a molte teste e veleni che si rigenerano incessantemente. Non appena si pensa che gli sia stata tagliata la testa, rigenera un altro tipo di testa che non può essere distrutta con le stesse armi che hanno distrutto la vecchia testa. E’ un’impresa che costantemente si ridefinisce per servire i fini del progetto capitalista. Come Kwame Nkruma sottolineò nell’introduzione a Neo-Colonialism. The Last Stage of Imperialism: “al posto del colonialismo come principale strumento dell’imperialismo abbiamo oggi il neocolonialismo, la cui essenza è che lo stato che vi è soggetto è teoricamente indipendente … In realtà il suo sistema economico e dunque la sua politica è diretta dall’esterno. I metodi e i modi di questa direzione possono assumere varie forme. Per esempio, in un caso estremo, le truppe del potere imperiale possono presidiare il territorio dello stato neocoloniale e controllare il suo governo”. Credo che questa dichiarazione di Nkruma dica tutto sui nostri tempi. Il colonialismo non appartiene al passato, ma esiste come un continuum di varie strutture che si possono chiamare neocolonialismo. Lei ha ragione nel dire che lo spostamento umano a cui assistiamo all’interno del continente africano e fuori, attraverso i mezzi più inumani, sia direttamente e indirettamente legato alle violenze coloniali del passato e del presente. E vediamo la stessa cosa accadere in Asia e nelle Americhe. In Venezuela i poteri occidentali, gli Stati Uniti in particolare, stanno facendo tutto il possibile per mandare via Maduro, dopo aver piegato il paese con le sanzioni, aver affamato il popolo venezuelano e averlo messo a forza contro la persona al potere. E’ la stessa strategia usata in Zimbabwe e in Iran e in molti altri stati, la strategia che portò agli omicidi di Patrice Lumumba e Thomas Sankara. Ma quello che è mancato negli ultimi trent’anni è che si è verificato un radicale collasso delle distanze tra qui e lì. Sono lontani i giorni in cui una nazione europea poteva fare un colpo di stato in un paese remoto o smaltire i suoi rifiuti tossici sulle sue spiagge, o solo vendere armi a qualche dittatore perché le usasse contro il suo popolo, senza avere ripercussioni. Dopo che gli occidentali hanno sostenuto l’uccisione di Gheddafi in Libia, nel 2011, abbiamo visto un’incredibile ondata di persone da tutta l’Africa e dal Medio Oriente lasciare i loro paesi e venire in Europa come rifugiati. Questo collasso delle distanze, questa prossimità di causa ed effetto è quello a cui assistiamo da trent’anni a questa parte e in modo più drammatico dal 2015.

Le persone chiamate rifugiati vengono a riprendersi ciò che è stato loro rubato, non solo in termini di risorse, ma anche di dignità e vengono anche per reimmaginare e riformulare il presente e il futuro del mondo. Quando vediamo lo spostamento a destra dell’Europa e la diffusione di un protofascismo e di sentimenti anti migranti propugnati da tipi come Salvini, ci dobbiamo chiedere perché queste persone devono lasciare i propri paesi. C’è un’incredibile ignoranza e non volontà di capire le radici dei problemi di quelle società. Quanto alla questione delle trappole, oserei dire che chi mette quelle trappole, nella speranza che gli africani ci cadano, finirà per caderci dentro. Il mondo africano come lo conosciamo oggi o l’africanizzazione del mondo è un risultato di quelle trappole. Gli africani sopravviveranno dovunque, nonostante le più terribili condizioni di schiavitù, colonialismo e neocolonialismo, e riveleranno al mondo le fratture e gli errori dei sistemi economici capitalisti e liberisti.»

 

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Rosa Miriam Elizalde – Vi dice qualcosa il nome di Esteban Ventura?

 

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La famiglia di uno dei più celebri torturatori dell’epoca di Batista, sta reclamando le sue antiche proprietà a Cuba.

Lui era il proprietario del casale “El Rosario”, al sud dell’Avana. Un muro di pietra circondava un paesaggio campestre, quasi bucolico, con un cielo limpido, alberi frondosi ed erbe ondeggianti, come cullate dal vento. Al centro, la casa padronale.

La foto in bianco e nero che immortala questo paradiso istantaneo è stata presa più di sessanta anni fa. Quando, il 1 gennaio del 1959 sono arrivati i ribelli, il proprietario del casale, Esteban Ventura Novo, era in volo verso la Repubblica Domenicana sull’aereo nel quale stava fuggendo, insieme a uno scelto gruppo di suoi uomini di fiducia, il dittatore Fulgencio Batista. Continua a leggere

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