Atilio Boron – Riformismo e controrivoluzione

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Il sociologo argentino Atilio Boron, in questo stralcio di un suo articolo, riassume con efficacia la strategia USA verso l’America Latina e il Caribe. E’ un utile ripasso per non perdere la memoria.

In America Latina e nel Caribe (ALC) conosciamo da molto tempo il brutale e dispotico atteggiamento delle classi dominanti e la ferocia con cui viene repressa la disobbedienza delle vittime. L’elenco sarebbe interminabile: ricordiamo soltanto alcuni casi paradigmatici come quello di Jacobo Arbenz in Guatemala; Juan Bosh nella Repubblica Domenicana; Salvador Allende in Cile; Joao Goulart in Brasile; Omar Torrijos in Panama; Jaime Roldós in Ecuador e Juan J. Torre in Bolivia. Salvo Bosh e Arbenz nessuno di loro è morto di “morte naturale”, sicuramente per una pura casualità. Ma la lista è incompleta: dobbiamo aggiungere René Shneider e Carlos Prats, militari fedeli alla costituzione cileni, e anche Pablo Neruda e tanti altri che non è il caso di ricordare in questa occasione ma che testimoniano quanto può essere pericoloso in questa parte del mondo cercare di costruire una società migliore.

Più recentemente, la reazione all’ondata democratizzatrice messa in moto dall’elezione di Hugo Chávez Frías nel 1998 non si è fatta aspettare, con lo scopo di strappare le erbacce alla radice ed evitarne la diffusione. La reazione al nuovo clima politico istaurato nella regione si è tradotta nel colpo di stato in Venezuela, nell’aprile del 2002, annientato dalla formidabile risposta della popolazione che ha evitato l’assassinio del presidente e ha riportato Chávez al potere. Poi c’è stato il blocco del petrolio che ha fatto tanto danno all’economia venezuelana. Annientato anche questo tentativo, nel 2008 la coalizione oligarchico-imperialista ci riprova in Bolivia: tentativo di golpe e di secessione, frustrati dalla decisione di Evo e dalla rapida reazione di UNASUR. Nel 2009 destituiscono Mel Zelaya in Honduras, paese che è uno del pilastri fondamentali della strategia antisovversiva degli Stati Uniti nella regione. Il blocco reazionario viene sconfitto a settembre del 2010 quando cerca di deporre Rafael Correa in Ecuador. Ma non incrocia le braccia: ripiegano, prendono fiato e tornano alla carica nel 2012, liquidando il governo di Fernando Lugo in Paraguay, un altro pilastro della strategia nordamericana nella regione con la presenza della grande base militare Mariscal Estigarriba. Con “governi amici” in Honduras, Colombia e Paraguay si riesce a garantire il successo dell’operazione “Frog leap”(salto della rana) del Comando Sud, concepita per realizzare un rapido spiegamento delle truppe fino ai confini settentrionali della Patagonia in ventiquattro ore, nel caso in cui le circostanze lo esigessero. Se non ci fossero governi di questo tipo, servizievoli e servili, sempre disposti a collaborare con Washington, la logistica dell’operazione restauratrice dell’ordine imperiale sarebbe molto più complicata e dagli incerti risultati.

Questa vocazione a ridisegnare lo scacchiere sociopolitico latinoamericano non dovrebbe sorprendere ricordando che i lineamenti generali della politica degli Stati Uniti verso l’America Latina e il Caribe sono rimasti invariati dal 1823, quando sono state fissate dalla Dottrina Monroe: mantenere la disunione nelle repubbliche al sud del Rio Bravo; fomentarne le discordie e sabotare qualsiasi tentativo di unione e di integrazione, direttive puntualmente seguite fin dal Congreso Anfictiónico convocato da Simón Bolívar nel 1826 fino ai nostri giorni. Fedele a queste premesse, davanti ai rischi che comporta l’istituzionalizzazione della UNASUR e della CELAC, l’impero ha risposto con la sua più recente tecnica divisionista: l’Alleanza del Pacifico. Che non è altro che uno stratagemma dell’impero che dà il curioso nome di “alleanza” a un insieme di paesi che non hanno quasi vincoli commerciali fra loro e che, oltre a servire come cavalli di Troia allo scopo di indebolire UNASUR e la CELAC, ha come proposito mal dissimulato quello di neutralizzare la presenza della Cina nell’area. Nulla di nuovo: il Libertador aveva già avvisato di queste manovre nella sua celebra Lettera dalla Giamaica del 1815, esattamente duecento anni fa.

Per questo, i governi che hanno preso –o prendono- sul serio il progetto democratico diventano automaticamente nemici mortali dei poteri stabiliti. Nella cosmovisione borghese del mondo e della politica –che prevale nel mondo delle scienze sociali- la democrazia non ha niente a che vedere con la giustizia sociale. E’ solo il volto ipocritamente amabile della dominazione e sarà tollerata solo se non la metterà in pericolo. Se con “eccessi”, con “demagogia” o con vaneggiamenti “populisti”, alcuni capi di governo minacciano di porre fine alla dominazione classista e all’ingiustizia, la loro sorte è segnata e tutte le forze dell’impero e dei suoi alleati si metteranno in marcia per distruggerlo. Se non li possono destituire con il sistema spiccio del classico golpe militare li sottopongono ad intense pressioni destabilizzanti fino a che, a volte, si produce la rovina. Per far questo si servono delle raccomandazioni del manuale di Eugenio Sharp sulla “non violenza strategica”, che in realtà è un compendio dell’utilizzo razionale, freddo e calcolato della violenza così come è stata applicata soprattutto dalla CIA nelle sue imprese “liberatrici” in Guatemala, in Iran e in Indonesia. La storia recente di paesi come l’Honduras, il Paraguay e il Venezuela dimostra con eloquenza che tipo di “non violenza” viene impiegata quando si usa questa metodologia e come possa essere “blando” un colpo di stato in corso. Destabilizzazione applicata in diversi gradi e ricorrendo a diverse tattiche, contro i governi progressisti della regione, non importa se si tratta delle varianti “moderate” (come in Argentina, in Brasile e in Uruguay); o “molto moderate”, o “smodatamente moderate”, come in Cile; o di governi come quelli bolivariani (Venezuela, Bolivia, Ecuador, in ordine di apparizione) il cui orizzonte di cambiamento provoca, a differenza dei casi precedenti, la virulenta animosità delle classi dominanti.

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