Alessandra Riccio – Riflettete, gente, riflettete

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E’ vero, il 44° presidente degli Stati Uniti d’America è un abile comunicatore; ha introdotto qualche spunto di novità nella tradizionale politica statunitense; normalizzando i rapporti diplomatici con Cuba ha compiuto il gesto che lo connoterà nella storia dei presidenti nordamericani; ha rappresentato diligentemente il ruolo di “americano fra gli americani”, intendendo una volta tanto tutto il continente America. Ma le contraddizioni, le falsità, la doppiezza, sono troppo evidenti per non notarle. Infatti, sono ormai in molti a cantargliele chiare e molti i commentatori che le hanno messe in evidenzo. Santiago Pérez Bénitez, in un articolo dal significativo titolo Gato por liebre, analizza l’attuale strategia: “se riescono a convincere i latinoamericani che gli Stati Uniti non perseguono più una visione imperialista verso Cuba, rafforzata dal viaggio simbolico in Argentina e dalla richiesta di perdono per l’appoggio alla Giunta militare argentina negli anni settanta, Washington  si collocherebbe in una migliore posizione politica e di immagine nel continente. Ciò contribuirebbe a dimostrare che l’attuale offensiva delle destre non ha niente a che vedere con gli Stati Uniti e che è il risultato dei problemi che hanno le sinistre venezuelane, brasiliane e degli altri paesi progressisti. Gli Stati Uniti cercano di rabberciare la loro malconcia egemonia sociale, ideologica e politica nel continente che considerano di loro proprietà, di fronte all’avanzata di altri attori internazionale e della crisi regionale“.

A Buenos Aires non si sono certo fatte confondere le Madri della Plaza de Mayo che ieri hanno stracolmato la piazza (che è ormai loro) nella dolorosa ricorrenza del 40° anniversario del golpe militare del 1976, mentre Obama, Macri e signore si facevano ftografare a Bariloche, sul romantico sfondo di un lago -nella mia memoria un remake  della foto vetusta di Berlusconi e Veronica con Bush sullo sfondo del Parco della Reggia di Caserta.

Estela de Carlotto, indomita nonostante gli anni, i dolori e le lotte, non le ha mandate a dire; ha parlato chiaro sia a Macri che a Obama, Ha denunciato che il cambio di governo sta portando quotidianamente nuove violazioni dei diritti umani, ha chiesto che sia messa in libertà la prigioniera politica peronista Milagros Sala, a capo di un’ organizzazione di quartiere di Jujuy, Tupac Amaru, in galera da gennaio. Reclama che siano desecretati gli archivi della dittatura, ora che gli Stati Uniti annunciano di aprire i loro. E ha poi invocato che gli Stati Uniti non violino più i diritti umani, né nel paese, né a Guantánamo.

Come se queste parole non fossero state sufficientemente chiare, anche Taty Almeida, della Linea Fundadora delle Madri, ha tuonato contro la destabilizzazione in Brasile, accusando le grandi corporazioni che -ha accusato- non hanno frontiere, operano in Venezuela, in Bolivia e contro Lula e Dilma.

Queste Madri sono state più volte candidate al Premio Nobel per la Pace, ma l’Accademia svedese non ha trovato ancora il coraggio, quel coraggio che, viceversa, fu subito trovato per mettere una corona d’alloro sul capo di Obama prima ancora che cominciasse ad operare e anche all’impresentabile “impiccione viaggiatore”, Henry Kissinger, che quanto a golpes e destabilizzazioni, in America Latina e nel mondo intero, ne sa molto.

 

 

 

 

 

 

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