Aurelio Alonso – Nessuno si è fatto ingannare

20071218 - NEW YORK - POL - PENA MORTE: ASSEMBLEA GENERALE ONU, SI' A MORATORIA; 104 VOTI A FAVORE -  Una foto panoramica dell'Assemblea generale dell'Onu a New York.  L'Assemblea generale dell'Onu ha approvato la risoluzione per la moratoria contro la pena di morte nel mondo con 104 voti a favore, 54 contro e 29 astenuti. ARCHIVIO ANSA/ BGG

Il silenzio generale sulla votazione plebiscitaria contro il blocco imposto a Cuba dagli Stati Uniti alle Nazioni Unite lo scorso 26 ottobre, è davvero stupefacente. Aurelio Alonso, sociologo, vice presidente della Casa de las Américas, ha avuto la buona idea di mandarmi questo suo commento che ci aiuta a capire il grado di consapevolezza con cui i cubani hanno accettato la sfida del 17 dicembre.

L’eloquenza dei fatti finisce con l’imporsi. La mattina del 26 ottobre quest’anno è arrivata fra inevitabili speculazioni, infatti il corso dei passi fatti verso la normalizzazione dei rapporti fra gli Stati Uniti e Cuba, annunciata fin dal 17 dicembre, adesso avrebbe dovuto riflettersi, in qualche maniera, nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, visto che veniva presentata la risoluzione cubana contro il blocco. Non credo che fosse esagerato aspettarsi un cambiamento. Non tanto nella proposta della risoluzione cubana, che non ha trascurato di risaltare, con molto rigore, i progressi raggiunti, ma nel posizionamento della potenza il cui governo aveva ammesso il fallimento della sua politica di ostilità verso Cuba, e la sua intenzione di porvi fine.

Non c’era neanche motivo di aspettarsi che gli Stati Uniti votassero a favore della risoluzione cubana –sarebbe stato troppo- anche se, a onor del vero, sarebbe stata la cosa più coerente con le decisioni del 17 dicembre. Ma nella pratica ciò sarebbe stato possibile solamente se l’agenda definitiva dell’eliminazione del blocco fosse stata dietro l’angolo. Tuttavia penso che per il momento un’astensione o un allontanamento dall’aula al momento del voto, sarebbero stati più consoni con il discorso del cambio di politica anziché perseverare nel rifiutare il reclamo di una cosa che è già stata riconosciuta in maniera così esplicita come sbagliata.

Allora, è plausibile affermare che tornare a votare alle Nazioni Unite contro l’eliminazione del blocco appaia adesso incoerente con la politica annunciata, con la riapertura di ambasciate e con i passi fatti, anche se li giudichiamo moderati? Come interpretarlo?

Il rappresentante nordamericano in aula, Roland Godard, ha giudicato spiacevole che “il Governo di Cuba abbia deciso di andare avanti con la sua risoluzione annuale”, che, ha affermato, “non corrisponde ai significativi passi compiuti e allo spirito di impegno che il Presidente Obama ha sostenuto”. Vuole forse dire che non immaginavano che sarebbe stato presentato il reclamo di Cuba? Non lo ha detto, ma forse si aspettavano un passo indietro nell’isolamento al quale la loro politica verso l’Isola li ha portati nel consesso mondiale? Sarebbe meglio che si soffermassero ad analizzarlo invece di esprimere delusione. Un po’ più di realismo, per favore!

La cosa più importante del risultato della votazione di quest’anno è il fatto che conferma quell’isolamento, aggiungendo le poche astensioni che c’erano ancora nel 2014 ai voti a favore della risoluzione, fino ad arrivare a 191. Nessuno ha cercato di nascondersi. Nessuno dei paesi rappresentati ha abboccato all’idea che il blocco fosse una faccenda ormai risolta. Non bisogna confondere la retorica con la politica. Né la volontà di risolvere il problema con la risoluzione stessa. La differenza fra la ventiquattresima votazione e quelle che l’hanno preceduta è segnata dal fatto che gli Stati Uniti si sono impegnati a cambiare, ma che non hanno cambiato ancora. Finché esiste il blocco, condannarlo è un diritto irrinunciabile.

Davvero spiacevole che, in Assemblea, il portavoce del Governo nordamericano abbia commentato che “se Cuba pensa che questo esercizio possa aiutare a far avanzare le cose nella direzione che i due Governi hanno indicato di aspettarsi, si sbaglia”. Invece si sbagliano a Washington se non si rendono conto che il Mondo percepisce esattamente, insieme a Cuba, quale sia il progresso e quali i limiti dei passi compiuti, e che nessuno ha voglia di accettare canti di sirene invece di cambiamenti reali.

Il confronto fra i discorsi che abbiamo appena sperimentato diventa un termometro del livello di intesa e degli ostacoli prevedibili. Dall’accademia cubana che ha studiato tutti i versanti in vista della questione, in molte occasioni è stato detto che quando Washington si deciderà a mettere in funzione meccanismi effettivi di flessibilizzazione del blocco, cercherà sempre di farlo da progetti di cambiamento che siano in armonia con la sua stessa agenda e non a partire dalle convenienze di Cuba.

Ma questa è parte inevitabile della sfida che al nostro paese tocca affrontare.

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