Vari -Berta Cáceres, uccisa nel sonno

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Il brutale omicidio di Berta Cáceres, etnia lenca, rappresentante  della resistenza indigena a difesa della madre terra, è l’ennesima prova di come sia minimo (o addirittura inesistente) lo spazio di dialogo che le destre concedono quando i popoli difendono i loro territori e l’ambiente in generale, contrastando gli interessi delle grandi imprese nazionali e multinazionali, le prospettive di enormi guadagni, l’inseguimento egoista di un irresponsabile impoverimento dell’ambiente culturale, etnico, naturale di questo nostro stremato pianeta. Berta Cáceres è l’ultima vittima di questo criminale egoismo; ancora una volta è una donna, forte, bella, indomita. L’hanno fatta fuori, ma sono ancora tante a lottare e a soffrire per le giuste cause popolari e ambientali. Non le lasciamo sole!

Berta, leader indigena del popolo lenca e difensore dei diritti umani, è stata assassinata all’alba del 3 marzo. Un gruppo di sicari ha fatto irruzione nella sua casa verso l’una di notte, mentre Berta dormiva, assassinandola e ferendo suo fratello che aveva cercato di difenderla.

Tomás Membreño, membro del Coordinamento Generale del COPINH, ha confermato che Berta è stata assassinata nel rione La Esperanza, dipartimento di Intibucá. A partire dal colpo di stato in Honduras del 2009 contro il governo di Manuel Zelaya, portato a termine con l’attiva partecipazione dell’Ambasciata degli Stati Uniti, i governi di estrema destra di Porfirio Lobo e di Juan Orlando Hernández praticano una politica sistematica di persecuzione ideologica, di estrema violenza verso i/le dirigenti e, in generale, la militanza popolare.

Berta Cáceres era uno dei punti di riferimento più importanti nella lotta per la difesa del territorio, in un paese in cui l’autoritarismo e la violenza hanno accompagnato il rilascio di concessioni minerarie e la costruzione di dighe. Nel 2013 Cáceres è stata arrestata per essersi opposta al progetto della diga elettrica Agua Zarca, che implicava lo sfratto forzoso delle comunità lerca che vivevano sulle rive del fiume Gualcarque. Dal carcere, Cáceres si era dichiarata “perseguitata politica” e “prigioniera di coscienza”, ottenendo la libertà grazie alla pressione sociale e a una mobilitazione di massa che ha sfidato la repressione della polizia.

Per questa sua battaglia, Cáceres ha ricevuto il prestigioso Premio Ambientale Goldman per il Sud e Centroamerica nel 2015.

Pochi giorni fa Cáceres aveva presieduto una conferenza stampa in cui aveva dato l’allarme per le minacce alla sua vita e per l’assassinio di vari rappresentanti delle comunità indigene lenca. La denuncia costante delle politiche del governo honduregno mantenuta da Cáceres attraverso il suo permanente attivismo, ne hanno fatto uno dei più importanti punti di riferimento sociali e femministi dell’America Latina.

(Dichiarazione dell’ALBA)

 

 

Lo aveva denunciato in molte occasioni, la sua vita e quella di altre/i combattenti del suo amato Honduras, era in pericolo. La resistenza popolare che è diventata più visibile dopo il colpo di stato contro Manuel Zelaia nel 2009, contava fra i volti più familiari quello di Berta Cáceres. La sua battaglia per la giustizia sociale e ambientale ne aveva fatto un punto di riferimento nel il paese e nel continente. All’alba del 3 marzo abbiamo avuto la notizia del suo assassinio. Non ci potevamo credere, non la potevamo immaginare immobile, a riposo, senza voce e senza speranza, per questo non accettiamo che non ci sia più.

Berta non li temeva. Sapeva che la sua era una causa giusta, che condividevano in milioni.: “Sono Berta Cáceres e vengo dall’Honduras. Lotto per la giustizia. Credo che è necessario andare verso l’emancipazione ma verso un’emancipazione che includa tutte le diversità, tutte le battaglie contro-egemoniche e contro ogni forma di dominazione. Il mio messaggio è l’appello a continuare a sostenere che la causa honduregna non è isolata da quella emisferica globale, pure lei rappresenta le cause di tutti i paesi”. Con queste parole si era presentata all’VIII Taller de Paradigmas Emancipatorios, organizzato all’Avana.

Il suo appello alla solidarietà internazionale ha monopolizzato l’attenzione dell’Incontro, le liste di posta elettronica, i social media in cui si sono condivisi giorno per giorno le cronache delle lotte nelle piazze di Tegucigalpa. Aveva parlato anche ai suoi fratelli di fede nel Tempio della Chiesa Battista Ebenezer di Marianao.

“Per noi la solidarietà è nutrimento, ossigeno, acqua, terra, e in nella situazione difficile in cui ci troviamo, sappiamo di essere stati accompagnati e accompagnati dal movimento sociale, dai popoli latinoamericani che lo faranno sempre”.

“Sappiamo che la nostra è una dittatura contro l’ALBA, contro i processi di integrazione dei popoli del continente che hanno deciso di camminare verso l’emancipazione. Ora, più che mai, abbiamo capito che è necessario trasformare il nostro paese … La creatività ha vinto. Il nostro paese era stato reso invisibile. E’ probabile che i mezzi di informazione internazionali si dimentichino dell’Honduras. Ma noi sappiamo che questa solidarietà militante, tanto dei nostri popoli che dei movimenti sociali, non ci abbandonerà”, ci aveva detto in quell’occasione la dirigente del Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras (COPINH).

Per il suo esempio e la sua forza, per il suo coraggio e la sua costanza, per la sua ribellione, non possiamo dimenticare Berta, e ancor meno a sua lotta.

(“Caminos”,3.3.2016)

 

 

 

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