Alessandra Riccio -La vita richiede coraggio

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La storia ci dirà come andrà a finire la vicenda della prima presidente donna eletta in Brasile, sospesa dalle sua funzioni il 12 maggio 2016 vittima di un empeachment assai ardito, preparato nei corridoi del Congresso, congegnato da nemici ma anche da amici convinti che l’unico modo per salvarsi dalle indagini dell’inchiesta Lava Jato (Autolavaggio) e dalla lotta alla corruzione intrapresa da Dilma Rousseff fosse proprio quello di togliersela di torno.

Nel Congresso brasiliano e fra gli stessi partiti che sostenevano il suo Governo, tutti sapevano perfettamente chi era Dilma e quanto testarda e dura fosse quella donna di sessantanove anni che nella vita ha attraversato molte prove e che non ha mai esitato a entrare in guerra per le cause che le sembravano giuste. Figlia di un avvocato bulgaro, è nata e ha studiato nella suggestiva città di Belo Horizonte, prima dalle suore, come si addiceva alla figlia di un imprenditore e professionista importante, e poi nella scuola statale dove è avvenuto il suo incontro con il movimento studentesco e con il suo primo marito, anche lui militante marxista. In quegli anni di radicalismo, la coppia vide nella lotta armata lo strumento indispensabile per cambiare il mondo. Sono anni di assalti, furti audaci, sequestri incruenti fino a quando, in uno scontro a fuoco, muoiono due poliziotti. Il gioco in Brasile è ormai durissimo e la giovane studentessa di Economia, che intanto ha conosciuto il suo nuovo compagno di vita e di lotte, viene arrestata. Per ventidue giorni è sottoposta a terribili torture e a una dura detenzione. Condannata a sei anni di carcere, viene rilasciata (1972) dopo averne scontato poco più di due ma dovrà aspettare la liberazione del suo compagno vivendo nella casa dei suoceri e riprendendo a studiare. Le sue gesta le sono costate l’espulsione dall’ università di Minas Gerais e diciotto anni di privazione dei diritti politici.

È prova del suo temperamento non aver tradito i compagni, il non essersi mai pentita e l’aver denunciato le torture subite, rispondendo a muso duro a un senatore: «Ai torturatori si deve mentire». Anni dopo, Dilma si è ritrovata faccia a faccia con i suoi aguzzini, ormai liberi cittadini grazie a una Legge di Amnistia (confermata nel 2010) che il Tribunale per i diritti umani dell’Organizzazione degli Stati Americani definisce come un crimine contro l’umanità. Ricardo Batista Amaral ha ripercorso tutta questa vicenda in un bel libro il cui titolo La vita esige coraggio (A vida quer é coragem: A trajetória de Dilma Rousseff, a primeira presidenta do Brasil.,2011) dà la misura del temperamento della Presidenta.

A lei si deve aver imposto i Diritti Umani in quella sub-democrazia latinoamericana e a lei si devono ancora molte cose. Studiosa accanita, Dilma ha trovato sempre il tempo per studiare, laurearsi, dottorarsi, specializzarsi, muovendosi fra i numeri dell’economia con molto agio. Si dice che quando l’ex sindacalista metallurgico Lula da Silva, eletto Presidente nel 2003, stava formando il suo gabinetto, la trovò subito svelta, decisa, capace. Si era ben formata come Segretaria Statale per l’energia, le miniere e la comunicazione nel suo stato di Minas Gerais e con Lula divenne ministra di governo. Passò poi ad essere Capo della Casa Civil, l’organismo alle strette dipendenze del Presidente, fino a quando, nel 2011 fu eletta trionfalmente alla Presidenza e rieletta (meno trionfalmente) nel 2014.

La sua traiettoria politica rivela una donna preparata, forte, assolutamente in linea con la visione “inclusiva” di Lula, convinta della politica regionale di integrazione, cosciente dei grandi ritardi di quella società e delle grandi differenze di classe, preoccupata per la condizione delle donne in Brasile, problema questo che le sta molto a cuore.

Adesso è sottoposta a un giudizio politico, accusata di aver firmato decreti di credito supplementare, di aver ritardato pagamenti alla Banca del Brasile, di aver compiuto degli atti che non sono responsabilità del Presidente mentre chi l’accusa ha più di uno scheletro nascosto nell’armadio. La sua reazione è stata affrontare con determinazione tutto questo, senza cedimenti perché il suo caso – questo empeachment grottesco voluto da parlamentari corrotti – mette in discussione il sistema democratico in Brasile. È convinta che il procedimento a cui è sottoposta nasca da una deviazione del potere da parte dell’ex Presidente della Camera, Eduardo Cunha, ultraliberale e ultraconservatore,a cui era stato tolto il mandato con l’accusa di riciclo di danaro sporco, anche con il voto dei rappresentanti del Partito suo e di Lula. È anche convinta che sia suo dovere proteggere e difendere la Costituzione con spirito di servizio pubblico.

Durante la sua presidenza non ha mai dimenticato di essereuna donna e non ha mai dimenticato le donne anche se – come in quasi tutta l’America Latina – l’aborto è ancora un reato in Brasile; i programmi sociali di Bolsa Familia, di Mi Casa. Mi Vida, la democratizzazione dell’accesso all’istruzione, il sistema di quote razziali, le grandi opere sul Rio San Francisco per combattere la siccità, il programma Mas Medicoscon la cooperazione di Cuba. Dilma ha fatto molte cose e le rivendica, ma le ha fatte con un Esecutivo che ha dovuto combattere con il Congresso e il suo Presidente Eduardo Cunha.

La sua condizione di donna ha complicato la già difficile missione di governare un paese gigantesco e complesso. Dilma ne è molto cosciente, sa che il Brasile, come le altre nazioni latinoamericane hanno una lunga storia oligarchica e machista e che le trasformazioni sono lente; sa di avere un deficit di politiche di pari opportunità, di lotta alla violenza contro le donne anche se è riuscita a varare la legge Maria da Penha contro il femminicidio. In un’intervista recente ha dichiarato: «ci tocca essere ancora più resilienti, visto che qualsiasi mandato esercitato da una donna deve essere trasformato in una dimostrazione del fatto che le donne sono in grado di governare un paese. Ma noi donne possiamo tutto, come gli uomini, e per questo dobbiamo continuare a combattere. Le nostre società saranno più giuste solo se incorporeranno l’uguaglianza di genere come un valore indiscutibile».

(Leggendaria n. 118, 2016)

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