Augusto Márquez – Hugo Chávez: la chiave della partecipazione

hugo chavez

Hugo Chavez

Se un cancro fulminante non lo avesse ucciso nel pieno delle sue energie, oggi Hugo Chávez compirebbe sessantatre anni. Da tre anni il governo democraticamente eletto di Nicolás Maduro resiste agli attacchi dei nemici interni ed esterni che tentano con ogni mezzo di cacciarlo via. Augusto Márquez, in un appassionato e intelligente articolo ragiona sull’eredità politica di Chávez e sull’importanza della partecipazione popolare per pensare a un socialismo non ideologico. (A.R.)

Non dico che Chávez sia uscito fuori dallo stampo della politica tradizionale. Dico che l’ha demolita completamente, da capo a coda.

Se qualcosa ha definito la condotta di Hugo Chávez, è stata la sua permanente preoccupazione per il ruolo giocato dal pensiero nella cornice di una rivoluzione che continua a scuotere culturalmente e politicamente il Venezuela. E non una qualunque carezza al passato e ai manuali eroici che si autoproclamano “pensiero rivoluzionario”, ma quello che ancor prima di essere partorito trova nella partecipazione permanente alla politica la chiave per la sua costituzione.

Tutte le battaglie intraprese insieme al popolo: le vittorie elettorali conquistate, i golpe e le cospirazioni internazionali smantellate; il riscatto della OPEP (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) per recuperare i prezzi del petrolio; la costituzione di un forte riferimento geopolitico per neutralizzare la politica estera dei centri di potere globale; sconfiggere le guarimbas (atti di sabotaggio) e le cospirazioni nemiche all’interno e all’estero.

Nessuna di queste vittorie aveva un fine in se stesso, ma un fine strategicamente superiore: costruire la stabilità politica necessaria per poter pensare che roba è questo socialismo, come si costruisce, qual è la sua teoria e la sua pratica, dove e in che condizioni territoriali si deve costruire. La politica che ha condotto a Chávez, che cosisteva nell’intracultura di questo territorio, aveva come asse centrale la partecipazione di tutti per disegnare una politica propria e storica. E’ il potere, nella sua concezione filosofica, la prima molla che entra in crisi in un tempo rivoluzionario. Quelli che fanno politica contro di noi vedono come statistica, come merce da far circolare e vendere, miniere e campi da sfruttare, esistiamo solo per venire tassati da una bilancia tarata in Europa e negli Stati Uniti, senza la nostra partecipazione; è stata pensata considerando noi come del rame che se non si vende, viene disprezzato.

Ci sarà certamente chi, scusate l’inciso, sarà contento interpretando erroneamente questa premessa del potere rispetto al direttorio rivoluzionario. Quelli che più dicono di detestare la “rappresentatività” non hanno ancora compreso che Maduro e Diosdato se la stanno giocando, proprio come tutti noi: la vita come paese e il nostro diritto di scrivere la storia di questo territorio. Hanno bruciato le navi, si. Ma per scusarmi con lo scrittore che ha citato questa frase, non lo hanno fatto per starsene in panciolle, tutto dipende da dove sono arrivati dopo aver bruciato le navi. Anche loro stanno nel tumulto, è proprio questa assenza di passività e di mollezza a distinguerli dalla intellettualità di classe media che vorrebbe rappresentarci.

E’ nella chiave della partecipazione collettiva che radicano le intuizioni, le volontà, i dolori di ciò che siamo, le domande sul che fare in questo momento; che sgorga l’opportunità di riconoscerci come forza politica, di dare inizio al progetto della nostra politica a lungo termine. Oggi tutti noi conosciamo di prima mano il modello capitalista che ci ha costituito, la guerra non convenzionale si è incaricata di evidenziarlo in tutto il suo putrefatto splendore. Provoca dolori e risse? Si. E’ traumatico e fa scaturire ogni genere di domande? Si. Anche senza la messa in scena operaia e proletaria delle rivoluzioni del secolo XX, la partecipazione del popolo esiste, è viva e in piena ebollizione. Sarà compito dei pretenziosi storici dell’arte o degli intellettuali di qualsiasi tipo analizzare davanti allo specchio e a mezzanotte, se questa rivoluzione è stata bella o brutta.

Se qualcosa caratterizza la politica, è l’inesistenza di scenari definitivi, inamovibili, imperturbabili. La borghesia, nostrana o foranea, è anch’essa una forza viva che non desiste dai suoi obbiettivi storici. Esisteranno sempre offensive e controffensive, avanzate e ritirate, perché anche coloro che detengono il potere economico, fanno politica. Ma un popolo che ha come progetto quello di mettersi in discussione, di pianificarsi, di conversarsi, negli aspetti più delicati della vita culturale come paese (crescita, alimentazione, alloggio, lavoro, arte, salute, trasporti) è molto più blindato rispetto alla penuria di farina, al sabotaggio della distribuzione e alla violenza del capitalismo. Che effetto può avere un Ramos Allup, Presidente dell’Assemblea Nazionale, icona della rappresentatività del partito socialdemocratico, in questo contesto? Quali sono le lamentele e i piagnistei con cui ci propongono di uscire dalla “crisi”? Quale sarebbe il modello di superamento e di successo personale che millantano?

Hugo Chávez, pensando a questa chiave partecipativa, ha cercato soprattutto di rafforzare questa idea all’interno delle forze chaviste. Non come un profeta o un messia (per questo abbiamo già un bavoso Giordani) ma come proposito politico strategico. Questa guerra cerca di restituirci la rappresentatività, il doping del consumo sfruttatore, il sogno eterno dell’oblio come paese. Partecipare, anche in circostanze fottute e avverse, anche trascinando uno spreco di forze monumentale, ci manterrà svegli.

Non esistendo la vittoria definitiva, Chávez sapeva che in un contesto di deterioramento del capitalismo come sistema culturale, saper fare politica consiste nell’accumulare la maggior quantità di tempo e di stabilità possibile, marcando l’offensiva a partire dal pensiero, dalla creatività, dall’immaginazione e dall’audacia. Alla classe capitalista mondiale conviene esattamente il contrario, perché in una situazione di caos e di conflitti di ogni genere si avvicina di più all’arido futuro che prospetta alla specie umana. Il suo sognato mondo di merda e di morte.

Chávez non è stato un politico tradizionale ma un politico inedito e storico perché non si è accontentato di vantarsi esibendo indici macroeconomici stabili, banconi full di alimenti, sistemi scolastici e di salute efficienti, date le loro caratteristiche parallele e non mercantiliste, forti organizzazioni internazionali che contrastavano il potere dell’élite gringa ed europea e perfino vittorie contro cospirazioni straniere.

Durante il 2009, 2010, 2011 e 2012, il Venezuela ha vissuto un benessere economico senza precedenti. Molti di noi hanno avuto accesso a beni e servizi, sia basici che di confort, durante decenni ostaggio della moderna classe alta venezuelana.

Ma a Chávez non bastava quanto a molti politici di sinistra sarebbe parso abbondante per portare avanti la sua traiettoria politica in pace e allegria.

“Dobbiamo essere coscienti che a noi, soprattutto alla generazione alla quale apparteniamo, noi che ormai siamo vecchi, noi che abbiamo già superato i 50 anni, dobbiamo essere coscienti del fatto che ci hanno iniettato fin da piccoli la coscienza contraria (a quella del dovere sociale) in molte maniere, l’individualismo, l’egoismo, l’ansia di guadagnare, di fare soldi: bisogna fare soldi, fin da bambini. I media dell’oligarchia e del capitalismo si incaricano di bombardarci con disvalori, adesso, i mezzi di comunicazione dei media del popolo e dello Stato possono essere mezzi di comunicazione per l’educazione socialista, per l’etica. Bisogna utilizzare tutto, tutto. Murales, discussioni sotto uno di questi alberi di chaparro o meglio di mango che fa più ombra, o di mamón o di un samán”.

Lo ha detto Chávez nella sua trasmissione “Aló Presidente 325” del 1 marzo 2009. E lo ha detto nel bel mezzo dell’elevato consumo vissuto dal Venezuela, dove ci si poteva permettere (perfino nell’immaginario della sinistra) di parlare di “sviluppo” e di altri concetti tecnocratici. Invece no. Chávez ha fatto una riflessione profonda sulla cultura capitalista, sui suoi aspetti centrali e su come pensare il socialismo passando a mettere in discussione e a giudicare questa idea nella quale siamo cresciuti. Un progetto di paese, per non essere più schiavi, deve portarci più vicini a ques’albero, a questo paese da costruire a partire da zero, non più vicino a un supermercato debordante di deodoranti.

Tre mesi dopo, Chávez lanciava il primo “Aló Presidente Teorico”, dedicato esclusivamente alla riflessione sulle comunas, una forma di democrazia diretta. Il punto dove il paese deve costituirsi lontano dalla logica mineraria, in tutta la sua costruzione etica, ideologica e pratica.

Il 14 settembre 2012, nel mezzo di un’intervista che fu utilizzata per dar vita a un battibecco con Capriles, a causa del clima elettorale che stava entrando nella dirittura d’arrivo, Chávez parlava con un tono quasi disperato dell’importanza di leggere le leggi delle comunas, di studiarle, di rifletterci, di impegnarsi a costruirle. Di partecipare tutti.

Non si trattava del tipico appello al voto per una determinata gestione economica, o per la promessa di “sviluppo” e di “progresso”. Tutto questo lo aveva mandato al diavolo. Chávez sapeva che la rivoluzione apriva le paratie del tempo per partorire un pensiero storico e strategico in sostituzione della logica dominante del capitalismo. Non è restato incollato a concetti tecnocratici o a manicheismi ideologici.

Maduro è ossessionato dalle stesse preoccupazioni e angosce di Chávez. Per questo ha lanciato l’idea del Congresso della Patria come istanza popolare e in permanente movimento per discutere delle comunas, del socialismo, a partire dai dubbi e non da certezze prefabbricate, per cercare di venir fuori dal marasma e dal disorientamento a cui ci obbliga la guerra, prevista da Chávez in pieno benessere. E’ ancora un pretesto, come le conversazioni sotto un albero di mamón proposte da Chávez, per uscire fuori dal permanente assedio imposto dal capitale. La cosa importante è di incontrarci, di pianificarci politicamente e definire le nostre strategie a lungo termine. Partecipare ed essere protagonisti: lo scopo dell’altra politica che Chávez ha elevato a rango costituzionale.

Perché se c’è qualcosa che dimostra l’epica resistenza del chavismo in tempi di guerra è che i banconi riforniti di farina e zucchero, di birra a poco prezzo e le comodità economiche non costituiscono il nostro impegno di continuare a mantenere l’opzione rivoluzionaria. Ci hanno svuotato le tasche pensando che avremmo manifestato. Ma la gente sta in altre cose, complicate, creative, piene di contraddizioni e di sforzi, ma dando una velocità politica al paese che né la destra né la sinistra sanno interpretare. Che questo non corrisponda al manuale, a quello che ha detto il tale storico filosofo, a tutto quello che hanno preconizzato Lenin, Marx, Trozky o Adam Smith, è la frustrazione permanente degli intellettuali, la loro permanente emorragia spirituale.

E’ tutto il contrario, dunque è brutto. Li sconcerta tutti i giorni. Girano con il povero manuale ormai sgualcito lottando contro lo tsunami che nello stesso momento in cui si chiede che fare, sta demolendo tutto ciò che gli si oppone.

Approfittiamo di questa scossa quotidiana e inedita che ci fa baluginare nel cervello collettivo l’intuizione che il capitalismo sia un abisso verso il nulla, che non funziona come prima, qualche vite non funziona più in quell’immensa macchina da guerra. Adesso che vediamo il nostro ruolo di miniera nel suo stato di massimo saccheggio, speculazione e furto, ci rendiamo conto che quella realtà è imposta attraverso la violenza e la guerra, che non è stata creata da noi poveri, ma da coloro che dicono che dobbiamo essere dei consumatori sottomessi di qualsiasi porcheria. Lavora e non scocciare dicendo che vuoi fare politica.

E’ questo il dato politico che si estrae dopo tre anni di guerra contro tutti noi. Non cedere il potere ai suoi artefici continua a rendere manifesto che siamo per la creazione di un’altra cosa. Gettare il resto lì apre il ciclo storico del quale parlava Chávez nel 2009, in cui la partecipazione chavista è l’asse fondamentale. Il tormento dei padroni del pianeta: un popolo che partecipa e decide –né ideologicamente né moralmente- che farà di questa cosa chiamata storia.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in ARTICOLI TRADOTTI, Senza categoria e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.