Ignacio Ramonet – Il Chavismo e il Venezuela oggi

 

hugo chavez

Hugo Chavez

Foreign Affairs è una rivista che gode del massimo prestigio in materia di politica estera. La data del 17 maggio è stata fissata con molti mesi di anticipo –ignorando cosa sarebbe successo fra aprile e maggio- per discutere in una tavola rotonda di “Il chavismo e il Venezuela oggi”. Il giornalista di Le monde diplomatique, Ignacio Ramonet, autore del libro Hugo Chávez: la mia prima vita, era fra gli invitati. Visto quel che accadeva in Venezuela in quegli stessi giorni, tutti gli intervenuti erano sicuri di dover ormai rispondere ad una sola domanda: “Perché è fallito il chavismo?”; tutti, ad eccezione di Ramonet che ha brillantemente illustrato le caratteristiche di questo nuovo movimento rivoluzionario che chiamiamo “chavismo” e che non deve andare perduto. Non tutti sono stati d’accordo con lui, ma la sua intelligente sintesi di una nuova dottrina politica, il “chavismo”, merita di essere conosciuta.

 

Come tutte le rivoluzioni, la rivoluzione bolivariana è un’architettura in cui si coniugano una serie di forze diverse, importanti, che riunite e fuse, conformano una dinamica radicalmente innovatrice. Come afferma il presidente Maduro: “Il chavismo è l’incontro di varie strade aperte dai Libertadores, e l’incontro di varie ricerche iniziate da molti sognatori sociali che convergono in un punto nodale: il pensiero di Hugo Chávez”.

Quando il Comandante Chávez arriva al potere nel 1999, non possiede un grande partito; arriva alla testa di un movimento popolare molto diverso che include militari, ex guerriglieri e alcune sinistre molto variopinte. Riesce a conquistare l’appoggio popolare con un discorso di rifondazione del Venezuela che è proprio alla base del chavismo. Perché nel nucleo duro della filosofia chavista troviamo il recupero del concetto di nazione e la restaurazione e la difesa dell’identità nazionale.

Hugo Chávez inventa per il Venezuela e per l’America Latina quella che potremmo chiamare una “politica di liberazione”, come diciamo che esiste una “teologia della liberazione”. Con una opzione preferenziale per il popolo, per i poveri e per gli umili. Con la sua capacità di pedagogia politica, Chávez spinge verso una politicizzazione popolare massiccia e concettualizza una politica della liberazione del popolo in cui il popolo, dotato di coscienza politica, è artefice del proprio destino.

Chávez intuisce che l’epoca permette di sperimentare nuovi cammini mai prima transitati. In questo modo riesce a elaborare e trasmettere al popolo venezuelano demoralizzato, una nuova narrazione di speranza. In questo senso, il chavismo è una narrativa che racconta ai venezuelani chi sono, a cosa possono aspirare e quali sono i loro diritti. E una spiegazione nuova che dà risposte a vecchie domande: cos’è la società venezuelana?, quali sono i suoi problemi?, chi sono le vittime?, chi i colpevoli?, quali le soluzioni? Questa nuova narrazione viene narrata, giorno dopo giorno, discorso dopo discorso con un’enorme efficacia comunicativa da Hugo Chávez, che  diventa così un riferimento intellettuale e carismatico.

Per questo il chavismo costituisce una via politica latinoamericana innovatrice che si libera e si emancipa dall’eterna tutela concettuale europea e anglosassone. Una politica, per la prima volta, originale, forte, sorgiva e non più specchio o copia di quello che si è fatto in altre parti.

In questo senso, il chavismo è anche un’opzione rivoluzionaria. E’ il progetto più innovativo e più ardito che abbia avuto il Venezuela da Bolivar in poi. E’ l’unico progetto di pace, sviluppo, giustizia e prosperità per il popolo venezuelano dal 1810.

Dunque, che vuol dire “chavista”? Essere chavista significa avvicinarsi al pensiero politico dei fondatori del Venezuela. “L’albero dalle Tre Radici” è un concetto capitale del chavismo che Chávez definiva così:

“Prima c’è la radice bolivariana per il ragionamento che fa Simón Bolívar di uguaglianza e libertà, e per la sua visione geopolitica dell’integrazione dell’America Latina; poi la radice zamoriana, di Ezequiel Zamora, il generale del popolo sovrano e dell’unità civico-militare; infine la radice robinsoniana, di Simón Rodríguez, il maestro di Bolívar, il ‘Robinson’, il savio dell’educazione popolare, e ancora della libertà e dell’uguaglianza.”

Ma a queste tre radici Chávez ne aggiunge altre: per esempio, Miranda e Sucre. E poi ancora José Martí, Che Guevara e Fidel Castro.

Ma essere chavista significa anche essere  profondamente cristiano. Il Comandante Chávez ha considerato sempre il cristianesimo vero come parte della sua vita, della sua essenza, dei suoi valori.

Hugo Chávez è stato un leader pragmatico che ha saputo adattare le modalità del suo operare alle circostanze storiche, non ha mai dimenticato gli obbiettivi da raggiungere e ha mantenuto sempre intoccabili i suoi principi. Era convinto che se il Venezuela aveva potuto compiere gloriose gesta nel passato, diventando una delle principali nazioni dell’America Latina, era perché era spinta da un alto ideale verso un destino comune. Inversamente, Chávez sapeva che i venezolani hanno sempre la tentazione di ripiegarsi sopra le loro lamentele e divisioni interne (politiche, sociali, intellettuali), cosa che –secondo la visione chavista- gli fa continuamente correre il rischio di cadere e scivolare lungo il precipizio della decadenza.

Dunque, per dare il meglio di se stessa e mettersi alla testa delle nazioni latinoamericane, il Venezuela ha bisogno di essere unificato da un leader storico e da un progetto grandioso, e deve articolarsi (in un efficace equilibrio dei poteri) in istituzioni politiche, militari, economiche e sociali decise ad evitare le lotte intestine.

Bisogna insistere sul fatto che, nel seno del chavismo, esiste una filosofia patriottica dell’umanesimo, erede del cristianesimo e della teologia della liberazione. L’umanesimo chavista è, allo stesso tempo, una finalità della grandezza del Venezuela, perché il messaggio che il Venezuela rivolge al mondo è profondamente umanista ed è una conseguenza della politica di giustizia sociale il cui primo obbiettivo è quello di rendere coesa la nazione .

Dunque il chavismo possiede diverse dimensioni: storica, filosofica e politica. Dal punto di vista ideologico, il chavismo raccoglie e sintetizza, come già detto, l’azione politica di Hugo Chávez ma anche i suoi pensieri politici, cioè la dottrina che si evince dai suoi discorsi e dai suoi scritti.

Come azione politica, il chavismo è caratterizzato dalle seguenti, grandi linee:

  • sovranità e indipendenza nazionale: rifiuto della dominazione di qualsiasi superpotenza imperiale, in particolare degli Stati Uniti. Chávez diceva: “Non può comprendere la Patria né difenderla chi ignora che il suo principale nemico è l’imperialismo nordamericano”;
  • rifiuto di qualsiasi preteso superpotere economico e finanziario (FMI, Banca Mondiale, OMC). L’indipendenza va difesa non solo nel campo politico, ma anche nei settori economico, geopolitico, culturale, diplomatico e anche militare;
  • istituzioni statali solide, come quelle della V Repubblica istituite dalla Costituzione del 1999;
  • un Esecutivo forte e una certa personalizzazione della politica per opporsi all’impotenza del regime dei partiti;
  • un potere esecutivo forte e stabile che conferisca al presidente della Repubblica un ruolo di prim’ordine;
  • un rapporto diretto fra il leader e il popolo che passa sopra i corpi intermediari grazie a una concezione “partecipativa” della democrazia, con uso frequente del referendum e delle elezioni, e a un dialogo interattivo leader-popolo mediante un uso singolare dei mezzi di comunicazione di massa;
  • un’articolazione civico-militare il cui ingranaggio è costituito dallo stesso presidente, che coordina il meglio dei movimenti progressisti civili e l’intelligenza patriottica degli apparati militari; le Forze Armate sono intimamente associate al progetto di sviluppo nazionale nella cornice dell’unità civico-militare;
  • l’indipendenza nazionale e la grandezza del Venezuela;
  • l’unione nazionale di tutti i venezuelani –al di là delle differenze politiche o regionali tradizionali che prima sono state causa di divisioni e poi di decadenza-, in un rapporto diretto fra il leader e il popolo, cementato dalle politiche sociali di inclusione e di giustizia sociale;
  • la priorità della politica sulle altre considerazioni (economiche, amministrative, tecniche, burocratiche, ecc.);
  • rispetto per le autorità dello Stato;
  • volontà profonda di giustizia sociale;
  • intervento dello Stato nell’economia;
  • riattivazione dell’OPEP e cofinanziamento delle politiche petrolifere dei paesi produttori ed esportatori;
  • l’integrazione latinoamericana come orizzonte costante e come imperativo ideologico dettato dallo stesso Simón Bolívar; creazione di entità concrete per l’integrazione (ALBA, Unasur, Banco del Sur, Celac, Petrocaribe, TeleSUR);
  • la concezione di un mondo multipolare senza egemonie, cosa che esige la sconfitta del progetto di egemonia imperiale unipolare per garantire la pace planetaria e l’”equilibrio dell’universo”. Progettare un mondo multicentrico e pluripolare. Chávez lo annunciava come il quarto grande obbiettivo storico del “Piano per la Patria”, il suo programma di governo per il periodo 2013-2019;
  • una diplomazia Sud-Sud con un moltiplicarsi dei legami con i paesi del Sud attraverso il Movimento dei Non Allineati e di alleanze orizzontali: America del Sud / Africa (ASA) e America del Sud / Paesi Arabi (ASPA). Chávez ha appoggiato anche il gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) prospettando un’alleanza del Venezuela con quel gruppo per consolidare un comando multipolare;
  • la solidarietà nazionale fra cittadini e territori e la solidarietà latinoamericana;
  • il rispetto delle nazioni che sono entità culturali scolpite dalla storia e baluardi dei popoli contro gli imperialismo;
  • il rifiuto della dottrina del neoliberismo economico e preferenza per un’economia orientata dallo Stato in previsione di uno sviluppo volontaristico e strutturante (con ambiziosi progetti pubblici, nazionalizzazione dei settori strategici, sovranità alimentare, ecc.);
  • costruire uno Stato delle “misiones” per rispondere più direttamente alle svariate domande sociali del popolo;
  • progredire verso la definizione di un socialismo bolivariano e umanista, in democrazia e in libertà che oltre ad offrire ai lavoratori una protezione sociale avanzata, dia loro coscienza e capacità di potere dandogli così accesso sia alle decisioni dell’impresa che ai benefici della stessa.

Uno degli obiettivi principali del chavismo è quello di riconciliare i venezuelano con la Patria, affratellarli e riuscire ad edificare uno Stato con più sovranità, maggiore efficienza amministrativa, maggiore giustizia e maggiore uguaglianza.

Il chavismo aspira a riunire uomini e donne di tutte le origini politiche intorno a un grande progetto di “paese potenza” e all’azione volontaristica di un leader. Per raggiungere questi obbiettivi, il metodo del chavismo è il pragmatismo e il rifiuto di una gabbia ideologica. I suoi due assi principali: unità interna al servizio di un ambizioso progetto patriottico e sociale e indipendenza e proiezione di una “Venezuela potenza” in Latinoamerica e nel mondo.

Dunque il chavismo è un sistema “di pensiero, di volontà e di azione”. Parte dai fatti e dalle circostanze: non agisce predeterminatamente in virtù di un’ideologia o di una dottrina. Volontarismo contro fatalismo; azione contro la passività, contro l’abbandono, contro la rinuncia.

Per Chávez la prima cosa è il Venezuela. Il suo agire politico consiste nel creare le condizioni affinché la Patria possa dare il meglio di se stessa. Ma questo si ottiene solo se il popolo venezuelano è unito intorno a un progetto di progresso sociale definito da un leader carismatico che lo spinge verso il suo grande ideale storico.

Il pensiero chavista ha basi ideologiche di varie radici che si mescolano fra loro per formare una nuova ideologia progressista venezuelana che si caratterizza per l’assenza di dogmatismo, per la differenza dagli esperimenti di socialismo falliti nell’Europa del secolo XX. Per questo, per distinguerlo da quello che è stato bocciato dalle classi popolari in Polonia nel 1980 o da quello che è crollato con il muro di Berlino nel 1989 o da quello che è imploso nel 1991 con la caduta dell’Unione Sovietica, Chávez parlava del “socialismo del secolo XXI”. Si tratta di un socialismo sorto in America Latina che deve adattarsi al nostro tempo. Per questo, Chávez ha aggiunto tre altre dimensioni: la democrazia partecipativa, il femminismo e la sensibilità ecologista.

Questo “socialismo del secolo XXI” è compatibile con la proprietà privata pur favorendo altre forme socialiste e solidali di proprietà come la cooperativa e la cogestione. E’ anche compatibile con il nazionalismo economico. Chávez non ha esistato a nazionalizzare grandi imprese di settori strategici in mano del capitale straniero.

Il “socialismo del secolo XXI”, è anche compatibile, lo sottolineo, con il cristianesimo sociale. Chávez fa suo il vecchio motto dei sandinisti: “Cristianismo y revolución, no hay contradicción”. Partendo dal postulato secondo il quale la vera identità del cristianesimo è quella conferita dalla teologia della liberazione. Infatti, Chávez affermava che Gesù Cristo è stato il primo socialista dell’era moderna e che il “regno di Dio” dovesse essere costruito qui, sulla Terra.

Perché il chavismo è fondamentalmente un progetto di democratizzazione della felicità.

Da tutto ciò si deduce che ha la vocazione di esercitare naturalmente un’ egemonia in Venezuela. Per la sua capacità di condurre la direzione intellettuale e morale della società. E perché ha permesso di recuperare politicamente una democrazia in cui devono partecipare Governo, Forze Armate e popolo, uniti nell’espansione dei diritti sociali e nella ridistribuzione giusta delle ricchezze del paese.

 

 

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