Rosario Alfonso Parodi* – Fernando senza fronzoli

Fernando martinez heredia

La morte recente di Miguel D’Escoto, prete sandinista, ministro, stimato presidente d’Assemblea delle Nazioni Unite; quella di François Houtart, teologo belga votato all’America Latina, morto a Quito dove apprezzava e studiava la Revolución Ciudadana di Correa; ma soprattutto la morte improvvisa e prematura di Fernando Martínez Heredia, intellettuale marxista finissimo, studioso di Gramsci, del Che e di Fidel, voce libera impegnata nel processo rivoluzionario di Cuba; queste morti, dicevo, hanno prodotto in me un grande sconforto. Se ne vanno una dopo l’altra intelligenze critiche indispensabili, patrimoni di cultura dei quali non solo l’America Latina ha un grande bisogno. Volevo, ma non sono riuscita a scrivere una parola, finché mi è arrivato un ricordo di Martínez Heredia scritto da una ricercatrice dell’Istituto Juan Marinello, dove Fernando insegnava. Rosario Alfonso Parodi è già una delle intelligenze critiche del paese. Le sue ricerche sono orientate sul passato pre rivoluzionario e un suo recente documentario, “Los amagos de Saturno”, ha suscitato scalpore e polemiche. Ma è anche, e lo rivendica, una alunna di quella grande scuola che Fernando ha creato a contatto con i più giovani. Anche per me leggere gli insegnamenti che ha seminato nella gioventù è stata fonte di speranza. Questi insegnamenti –credo- possono essere molto utili anche per la nostra sinistra sbandata e dispersa (A.R.)

 

Non mi sono mai seduta a questo tavolo senza che Fernando mi sedesse accanto, mai. Per questo voglio condividere con voi alcune cose che ho imparato a difendere accanto a Fernando e lavorando insieme a lui.

Lui mi ha insegnato che la Rivoluzione non è un mondo di chimere, neanche un’arditezza molto costosa, e ancor meno un sogno bellissimo. E’ la figlia amatissima della filosofia della prassi, tanto è vero che è andata sempre molto oltre qualsiasi possibilità apparente.

Mi ha insegnato che lo stato rivoluzionario deve essere tanto forte da difendere il paese, ma senza dimenticare di essere lo strumento privilegiato del progetto del fare la Rivoluzione. Che le sue istituzioni devono essere, se si dicono rivoluzionarie, efficaci e formative, ma mai un punto di arrivo. Che il potere rivoluzionario deve essere obbligato ad avanzare verso la sua conversione in un vero potere popolare e che i rivoluzionari devono vigilare affinché non degeneri in potere di un gruppo che finisca col chiudere il passaggio verso il socialismo.

Mi ha insegnato che Fidel e il Che sono stati i marxisti latinoamericani più originali, che hanno fatto tutto per un comunismo di liberazione nazionale, come volevano Mella y Guiteras, creativo, ugualitario, insurrezionale e internazionalista.

Mi ha insegnato che la Rivoluzione non ha dato ai cubani secondo il loro lavoro, ma in quanto cubani.

Mi ha insegnato che la guida della nostra attività intellettuale, come è stata la sua, deve essere quella di una militanza in difesa della rivoluzione e dell’approfondimento del socialismo a Cuba. Ma che questo era un compito molto difficile; tutto ciò che è veramente importante è molto difficile.

Mi ha insegnato che solo un recupero profondamente critico, onestamente critico, del marxismo sarà capace di chiudere il passo ad un ritorno dogmatico e al riformismo.

Che il ricercatore militante, per esserlo davvero, deve proporsi un pensiero decosificatore, anti egemonico e totalizzante anche quando vuole essere molto specifico; e poi deve essere inquisitivo, audace e non aver paura di sbagliare.

Che bisogna continuare a combattere il pregiudizio secondo cui il dibattito e la discussione dei problemi e dei diversi criteri fra rivoluzionari non siano convenienti. Per Fernando, il dibattito reale senza fronzoli era una necessità cruciale del processo di creazione sociale, senza il quale non vi potrà essere socialismo a Cuba.

Mi ha insegnato che per noi è assolutamente necessario conoscere la storia di come il pensiero cubano ha fatto un salto enorme quando ha sposato il marxismo, ma che il tutto è accaduto nel mezzo di difficoltà, di polemiche e di correnti che hanno convissuto, hanno vinto e hanno perso.

Mi ha insegnato che è imprescindibile la libertà di insegnamento e di ricerca nella militanza rivoluzionaria. Che dentro la Rivoluzione, il pensiero sociale può esistere, svilupparsi e servire alla società solo se gode di autonomia, se mantiene la sua identità e gode di tutta la libertà. Questo su cui Fernando insiste tanto, deve essere un motto: pensare perché si è militanti, non nonostante ciò.

Perciò ha protetto sempre le ricerche valide che urtavano contro strutture impermeabili che continuano a mettere proibizioni alle ricerche, invece Fernando considerava UN DOVERE dare battaglia contro chi avrebbe voluto che i lavori intellettuali servissero solo da ornamento.

Mi ha insegnato che dobbiamo combattere contro le deficienze della socializzazione delle idee rivoluzionarie. Che esiste una pericolosissima scissione nella conoscenza fra le élites informate e le maggioranze. Che ci sono zone immerse nel silenzio e nell’oblio e ce ne sono altre che non sembrerebbero nascoste, trattate, seguite ma che, presentate in maniera superficiale, interessata e piena di luoghi comuni, diventano anche molto funzionali all’occultamento e alla falsità.

Che la gente deve impadronirsi di TUTTA la storia, che gli esecutori testamentari fraudolenti della memoria univoca devono essere sconfitti. Che bisogna considerare la storia di quelli dal basso, e che i José Antonio Aponte, falegname intagliatore, lettore del Don Chisciotte, diventi fra di noi più importante dei José Antonio Saco.

Quanto a come devono essere i rivoluzionari, ripeteva sempre che il giovane Marx aveva scritto, a ragione, che l’indignazione è un sentimento rivoluzionario.

Mi diceva che non si può perdere o rischiare una briciola della qualità umana, bisogna conservare intatta l’umanità, che bisogna resistere, chiamare le cose senza circonlocuzioni e in modo chiaro, attenersi alle conseguenze. Che la modestia è la migliore delle riserve morali e che è vicina all’onorabilità. Che dobbiamo essere molto sovversivi, restare molto diversi. Ma prima di tutto, prima di tutto, essere onesti prima che originali.

Mi ha insegnato che si può ammirare l’opera migliore, avere capacità personali e voglia di partecipare, ma anche così essere immobilista. Bisogna combattere l’immobilismo e distruggerlo. Bisogna essere creativi e non conformi, non solo resistenti. Mi ha insegnato che bisogna lavorare per trovare soluzioni poiché non basta una corretta analisi dei problemi.

Mi ha insegnato che la dialettica è indispensabile e che bisogna sempre starci in contatto, ma che quella vera era la dialettica di Pablo de la Torriente il quale diceva che la spada deve essere flessibile, ma di acciaio e sempre una spada.

Mi ha insegnato che era giusto impadronirsi della ribellione cosciente del Che: organizzata, consistente, convinta che la gente possa cambiare se stessa, che la gente voglia, possa e sappia dirigere un processo, rendere concrete le aspirazioni e perseguire i traguardi che altri spacciano per irreali, impraticabili, ingenui o addirittura impossibili, confondendo deliberatamente l’ideale con i tentativi falliti per la concretizzazione dell’ideale.

Fernando mi ha insegnato anche che il rivoluzionario non è un nostalgico, ma che deve avere tutta a sensibilità, perfino adoperare, chi ne ha possibilità, quella artistica, che non può perdere la capacità di sorprendersi e ancor meno la capacità di emozionarsi.

Ha pianto quando mi ha parlato la prima volta di Miguel Henríquez e ha pianto quando mi ha parlato del suo amico Hugo Azcuy, quando abbiamo pensato di pubblicare le lettere di Raúl Sendic e lui ha raccontato che gli sbirri avevano detto: non me lo ammazzate che non ci serve un altro Guevara, e allora gli avevano fracassato la mascella. E poi mi diceva: Rosario, la verità è che il mondo è una totalità.

Mi ha insegnato che per costruire non si può agire da soli.

Mi ha insegnato, quando mi vedeva molto concentrata sul passato, che per noi deve essere prioritario il presente e il futuro di Cuba, che non basta vivere qui, che dobbiamo starci, stare dentro le tensioni, essere molto definiti all’ora delle definizioni.

Mi ha insegnato che la guerra, questa sì, deve essere contro l’imperialismo e lo sviluppo interno del capitalismo, che tende a conquistare l’arbitrio delle nostre volontà, le così dette vite private, l’intimità delle nostre case contro l’esterno della società, ma che questa battaglia non si può ingaggiare con armi inadeguate e ancor meno con quelle che non sono mai servite.

Mi ha insegnato che il successo sarà possibile nella misura in cui trionfi l’alternativa della liberazione o, come lui dice: che trionfi il socialismo sul capitalismo … e il socialismo sulla transizione socialista.

Mi ha insegnato che bisogna assegnarsi compiti gravi e perseverare, perseverare.

Ci ha amato molto, rappresentavamo, senza neanche saperlo, un bene; gli regalavamo una speranza. Ha sempre saputo che essere rivoluzionari era una angoscia sì, ma anche una scelta verso la speranza.

* Ricercatrice presso l’Istituto Juan Marinello, Cuba, autrice del documentario “Los amagos de Saturno”, su un polemico caso degli anni cinquanta, il caso Marquitos.

(Centro Martin Luther King)

 

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