Eduardo Fabbro – Morena, il catalizzatore sociale

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Il Messico ha una virtù segreta: negli ultimi decenni è stato il paese in cui sono nati i movimenti politici e sociali più importanti dell’America Latina. A mezzanotte del 31 dicembre del 1993, lo zapatismo ha fatto irruzione sullo scenario continentale con un gruppo di uomini e di donne incappucciati che agivano non solo in difesa dei diritti indigeni nella regione del Chiapas ma che mettevano in discussione il liberalismo mondiale. Con alla testa il subcomandante Marcos, gli zapatisti del FZLN indicavano un cammino ancora vigente nonostante il volontario oblio a cui i settori progressisti dell’America Latina li hanno condannati. Nel 2011 e 2012, dopo l’omicidio di suo figlio e di altri giovani a Cuernavaca, il poeta Javier Sicilia ha fatto del suo dolore una causa collettiva di tutte le vittime della violenza e ha fondato il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che dopo quello delle Madri della Plaza de Mayo, costituisce l’avanguardia più di massa che ha mobilitato milioni di messicani in difesa dei Diritti Umani. Sicilia ha dato un volto e un’identità alle decine di migliaia di vittime della guerra contro il narcotraffico. Nel 2010 e dopo una serie di riunioni fra membri della sinistra messicana, ha cominciato a cotruirsi il movimento che in questa domenica vince le elezioni presidenziali del Messico con il suo candidato Andrés Manuel López Obrador: Morena, Movimento per la Rigenerazione Nazionale. Intellettuali di straordinaria moralità come Fernando del Paso o Paco Ignacio Taibo II hanno partecipato fin dal principio a questa piattaforma che oggi è un “oggetto sconosciuto” politico, unico in America Latina. Il passaggio a una nascita concreta lo ha fatto proprio López Obrador quando, nel settembre 2012 ha annunciato: “Dedicherò tutto il mio lavoro alla causa della trasformazione del Messico dallo spazio rappresentato da Morena”. In questo modo, Obrador rompeva con il Partido de la Revolución Democrática (PRD) con cui aveva vinto il Governo di Città del Messico e con cui aveva partecipato a due elezioni presidenziali: nel 2006, in cui perse per uno 0,56% contro Felipe Calderón (PAN) e nel 2012, quando perse contro Enrique Peña Nieto).

Da quel momento il primo progetto dell’ex dirigente del PRD ha subito un’accelerazione articolando un gruppo con due teste, allo stesso tempo un partito in grado di vincere le elezioni e un movimento centrato sulle questioni sociali che spalleggiasse il primo. Paco Ignacio Taibo II è stato, fino al 2015, segretario di Arte e Cultura del Comitato Esecutivo Nazionale del Movimento Rigenerazione Nazionale. A prescindere dai contrasti che sono sorti in seguito fra lui e López Obrador, Taibo oggi riconosce che AMLO (così viene chiamato, ma anche “el peje”) “ha ottenuto un progetto che equilibra due cose: la guerra contro il narcotraffico e la guerra contro il progetto neoliberale che è stato molto dannoso per il Messico”. La carriera di AMLO è indissociabile sia dalla storia del Messico che dalla storia di Morena, che lui stesso definisce come “la quarta trasformazione del Messico”. Oriundo di Tabasco, ha mosso i primi passi in politica sotto la bandiera del PRI. Abbandonato questo partito, si è unito a PRD. Nel 2000 passò dall’ambito locale di Tabasco a quello nazionale quando vinse il posto di governatore di Città del Messico. I due insuccessi presidenziali, nel 2006 e nel 2012, lo hanno spinto ad uscire dal sistema per configurare un movimento dalle radici giovani e popolari.

Morena è il prodotto di queste storie incrociate. Appena costituito nel 2010-2011, il movimento ha fatto un salto qualitativo di adesioni: 5 milioni di iscritti, più di duemila comitati municipali, 38mila unità di base e, più tardi, sulle orme di “Podemos” in Spagna, centinaia di comitati di analisi e di azione allo scopo di “trasformare la realtà”. Nello statuto costitutivo si è insistito sulla rottura con il modello di gestione perpetuato da PAN e da PRI, i due partiti di governo. “Morena non permetterà nessuno dei vizi della politica attuale: l’acquisto di influenze, il clientelismo, il nepotismo, il patrimonialismo, le cariche perpetue, l’uso delle risorse per imporre o manipolare la volontà altrui, la corruzione e il farsi comprare”. Per arrivare agli alti indici che i sondaggi hanno previso per la domenica elettorale (più di 20 punti rispetto alle coalizioni del PRI e del PAN), López Obrador non ha esitato ad applicare il principio secondo il quale ogni patto, compreso quello contradittorio, è utile per vincere. AMLO ha rotto parte dei suoi vincoli con i settori progressisti quando si è alleato con il PES, l’ultraconservatore ed evangelico Partito dell’Incontro Sociale, organizzato secondo il modello politico dei pentacostali del Brasile. Ma nell’alleanza presidenziale Insieme Faremo la Storia ci sono anche i socialisti del Partito del Lavoro. Morena è stato allo stesso tempo un catalizzatore sociale e un rottamatore della sinistra messicana. A giugno del 2017, Obrador ha escluso la possibilità di patteggiare un’alleanza con il PRD per queste elezioni. La sua idea di rottura con il passato lo ha portato a dire: “no” al suo vecchio partito perché era “parte della mafia del potere”.

Le tappe di questa vittoria partono nel 2010, passano per il 2014 quando a giugno l’Istituto Nazionale Elettorale ha accettato l’iscrizione di Morena come partito politico e si biforcano nel 2015, quando è stato eletto Presidente di Morena e, dalla sua Tabasco nativa, ha chiamato immediatamente alla disobbedienza civile quando la Compagnia Federale di Elettricità ha aumentato le tariffe dell’erogazione. A Tabasco, Obrador ha attivato le “brigate” di Morena che in quegli anni di aumenti delle bollette aiutavano la gente ad impedire che gli tagliassero la luce. Dal 2015 al 2018 Morena è stata la pruna della nave che ha rotto il lago congelato dell’architettura politica del Messico. La conferma della vittoria di Morena ne farà il secondo partito movimento-sociale al potere nel secolo XXI, dopo il Movimento al Socialismo di Evo Morales in Bolivia.

(1 luglio 2018, “Página 12”)

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