Alessandra Riccio – “Brevissima historia del Venezuela e di come e cosa si intende distruggere”

 

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Il Venezuela entra nel secolo XXI e nella contemporaneità dopo secoli di silenzio e immobilismo. Trainato dall’ energia e dalla lucidità di un giovane di provincia -povero e ambizioso, che è diventato un militare per scelta, per poter dare un passo avanti nella scala sociale-, il popolo venezuelano è entrato nel Terzo millennio impetuosamente, fra lo scetticismo e la sorpresa degli osservatori e dei vicini, abituati a considerare quel ricco paese con fastidio, “come l’amico sbruffone, ricco e viziato”.[1] Ma la storia del Venezuela è la storia comune a tutti i paesi d’America “scoperti”, conquistati e colonizzati, almeno fino a quando gli Stati Uniti, una volta raggiunta l’indipendenza, hanno intrapreso una storia di guida, controllo e dominazione del resto del continente.

 

Cristoforo Colombo arriva alle foci dell’Orinoco, in quello spazio che in seguito sarà battezzato con il nome di Venezuela, piccola Venezia, durante il suo terzo viaggio. Vi trova insediate tribù caribes e arahuacos e ne apprezza le bellezze naturali, paradisiache, cosa che confermeranno i successivi scopritori fra cui l’italiano Amerigo Vespucci a cui è toccata la fortuna di vedere battezzato con il suo nome tutto l’immenso continente contro cui il navigatore Colombo si era imbattuto, ancora convinto di aver messo il piede nelle “Indie”. Com’ è ormai noto, tutta la grande avventura della “scoperta dell’America” è costellata di errori, equivoci, mistificazioni, alcuni in buonafede, altri decisamente in malafede, che si sono tradotti in una corsa al possesso delle terre sia in nome delle case regnanti che dei conquistadores, lanciati sulle rotte americane al seguito degli scopritori, insieme a scrivani, cronisti e missionari che hanno interpretato a loro modo la grandiosa avventura di penetrare in un territorio sconosciuto, di fronte a cose straordinarie, “mai prima viste”.

Da Colombo in poi, i territori americani sono stati narrati con un’aura epica e mitologica, abitati da sirene, da amazzoni custodi di fantasiose città tutte d’oro, l’Eldorado, agognati dai conquistadores che avevano lasciato la madrepatria fuggendo dalle galere, dalle persecuzioni religiose o dalla miseria causata della loro condizione di segundones in paesi dove il mayorazgo era sacro. Li muoveva il bisogno e la volontà di cambiare il loro destino depredando quelle terre paradisiache e popolate da indigeni stupefatti dalle novità che l’incontro con gli europei suscitava, il cavallo, l’armatura, il fucile, la scrittura.

Alonso de Ojeda, Juan de la Cosa, Alonso de Alvarado, Pedro de Orsúa sono alcuni dei conquistadores che hanno cercato la loro fortuna –a tutti i costi- in territori venezuelani. Lope de Aguirre, mínimo vasallo del Re di Spagna, Filippo II, ci ha lasciato una preziosa testimonianza sia dell’ inquietante paesaggio naturale lungo il corso del Río Marañón (affluente del Río delle Amazzoni) che delle tragiche rivalità fra gli stessi conquistatori, e dell’influsso delirante e straniante di un contesto selvatico sul manipolo di spagnoli stipati nelle loro imbarcazioni lungo il corso del fiume ostile e silenzioso. Ma il caso di Lope de Aguirre ha anche un’altra particolarità: egli è uno dei pochi conquistatori a capire che, messo piede in America, i minimi vassalli potevano scuotersi di dosso le obbedienze, le dipendenze dalla Corona per dichiararsi in ribellione ed osare proclamarsi rebelde hasta la muerte.[2] La lettera che scrive al Re Filippo II è un documento di accusa contro oidores, visorreyes y gobernadores, tutti accusati di disonestà, di tirannia e di esosità nel riscuotere le imposte. Aguirre sceglie la libertà, va in cerca dell’Eldorado lungo le rive del fiume, sa che, così come lui ha tradito il suo re, i suoi uomini possono tradirlo; non si fida più di nessuno, uccide sua figlia per metterla in salvo dalle brame dei vincitori e dei suoi stessi uomini, naufraga, sopravvive e viene portato all’isola Margarita dove sarà condannato a una morte esemplare e spietata a causa del suo tradimento. L’aspirazione alla libertà di Lope de Aguirre in terre del Venezuela è inquinata dall’avidità del denaro, dallo spirito di rapina che è comune a tutti gli agenti della Conquista dell’America in nome delle monarchie europee. Se Aguirre, si ribella al suo stesso re, gli indigeni –gli indios– resistono alla conquista con le loro poche forze, le loro cerbottane, la loro guerriglia. Sono molto più numerosi ma impreparati ad affrontare tante novità, dal cavallo alle armature, dalle armi da fuoco alla determinazione dei conquistadores ma la loro resistenza inaugura la tradizione anticolonialista, per il momento (por ahora) soccombente. Se non del tutto pacificato, il territorio è ormai gestito, governato e sfruttato dagli spagnoli. Si tratta di un territorio immenso, percorso dal fiume Orinoco che lo attraversa da ovest a est, sgorgando dalle Ande e irrigando, con i suoi numerosi affluenti, le vaste terre in pianura, le savane, ideali per l’allevamento del bestiame. Le coste, affacciate sul mar Caribe, permettono la pesca delle perle (Margarita vuole dire “perla”) e del pescato, ma la laguna di Maracaibo, una delle riserve di petrolio più abbondante del mondo, è, per ora, solo un luogo di acque immobili e il segreto dell’oro nero non è ancora stato rivelato.

Questo Venezuela senza oro, senza antiche e ricche civiltà, non merita il rango di Viceregno; sarà una dipendenza dall’Audiencia di Santo Domingo e resterà un luogo lontano, in tutti i sensi, sia dal Re di Spagna che dal suo rappresentante nelle Americhe. Nel 1527, una bella valle dal clima temperato, dominata dal Monte Avila, viene scelta per fondarvi la città di Caracas, animata soprattutto da proprietari terrieri, commercianti e affaristi che trovano nel buon clima della capitale un rifugi alle sterminate pianure e alle aspre montagne. Due secoli dopo, nel 1777, quel territorio viene elevato al rango di Capitanía General de Venezuela, ma le popolazioni indigene, decimate da epidemie e guerre, non bastano per sfruttare quella terra immensa. Cominciano ad arrivare gli schiavi dall’Africa, vittime della tratta, che, insieme agli indios, andranno al servizio dei bianchi dominanti, dediti allo sfruttamento delle terre, ma badando a restare lontano dalle coste dove imperversano pirati e corsari.

Fra i bianchi dominanti, però, si stabilisce una differenza importante fra chi è nato nel territorio americano (criollos) e chi è nato in Spagna (peninsulares) e svolge funzioni di amministrazione e di governo (esattori, giudici, governatori, ecc.). Questa differenza di classe, tutta a favore degli spagnoli, dura circa due secoli, anche quando è ormai evidente che a produrre sono i criollos mentre i peninsulares sono ormai considerati come parassiti, avvoltoi sempre pronti ad esigere imposte.

Nel settecento, le idee illuministe circolano in maniera sorprendente fra le due coste dell’Atlantico e si inseriscono sia sullo scontento dei creoli discriminati che badano soprattutto al proprio interesse, sia sugli spiriti più fecondi ed illustrati, su chi ha studiato e viaggiato. Nel 1749, Juan Francisco de León guida la prima insurrezione. Nel 1781 saranno i comuneros ad insorgere, ma è solo con l’invasione del Generale Francisco Miranda, veterano delle guerre europee, che il Venezuela entra nel processo di indipendenza che si inaugura nel 1810 con il grito de independencia.

Il processo d’ indipendenza delle colonie americane comincia agli inizi del XIX secolo, quando in Europa l’esercito napoleonico dilaga invadendo anche la Spagna, scacciando il re di Borbone e insediando sul trono José Bonaparte, detto Pepe Botella, fratello dell’Imperatore. Le colonie d’America non riconoscono il re invasore, partecipano ai movimenti di liberazione, sono parte attiva nell’elaborazione della Costituzione di Cadige del 1812, una carta costituzionale liberale che accomunava spagnoli della penisola e di oltre oceano in uno stesso sistema amministrativo, ma due anni dopo, con il ritorno sul trono di Spagna di Ferdinando VII di Borbone, i vicereami americani stavano già intraprendendo il loro cammino verso l’indipendenza.

Come in altre parti dell’America Latina, anche in Venezuela non vi è concordanza fra i molti combattenti per l’indipendenza: per i criollos, liberarsi dalla madrepatria significa liberarsi dalle imposte e dai dictat esosi, per i negri e gli indios, significa vivere da uguali nella propria terra, per i rivoluzionari significa realizzare l’utopia di una Repubblica – ma il sogno di Bolívar è quello di una grande Repubblica regionale- moderna e liberale. Per due volte viene promulgata la Repubblica, ma è solo dopo la vittoria di Carabobo[3], vinta da Bolívar contro l’esercito reale spagnolo, che nel 1821 il Venezuela è, a tutti gli effetti, uno stato indipendente. Ma l’indipendenza è costata cara, il sogno bolivariano di una Gran Colombia si è rivelato inattuabile,[4] un devastante terremoto ha distrutto Caracas e decimato la popolazione già ferocemente diminuita per i disastri della guerra; a ciò si aggiunge l’arretratezza del territorio e la prepotenza dei terratenientes, i proprietari terrieri, che sfruttano il lavoro dei contadini e degli schiavi che con Miranda avevano combattuto per l’indipendenza e per la loro libertà. Questa libertà gli fu concessa solo nel 1854, senza che ciò mutasse l’economia del paese, tutto dedito all’agricoltura, soprattutto alla produzione di caffè e cacao molto richiesti in Europa, ma anche all’allevamento del bestiame nelle sterminate savane. Una borghesia commerciale e una minoranza di artigiani completa il panorama sociale di un paese che, nel secolo XIX e per parte del XX resta silente, governato e sgovernato dai proprietari terrieri, veri e propri caciques, in gran parte spopolato e bisognoso di nuove braccia.

L’assetto coloniale del sub continente, in poco più di quindici anni, cambia radicalmente: dai quattro vicereami si formano sette repubbliche che poco dopo diventano diciassette, tutte con caratteristiche simili. Lo squilibrio prodotto dalla scomparsa dell’amministrazione centrale porta come conseguenza la rottura dell’ordine e della legalità; i caciques e i proprietari terrieri locali, riempiono il vuoto di potere a modo loro, forti di una mal interpretata idea di sovranità popolare derivata dalla Rivoluzione francese insieme all’affermazione dei diritti e delle libertà individuali.

Come le altre repubbliche, anche il Venezuela segue il modello degli Stati Uniti per quel che riguarda l’organizzazione dello stato adottando il sistema presidenziale. Va notato che nella lunga e contraddittoria storia dell’indipendenza delle Americhe, trionfa il moderno sistema repubblicano mentre in Europa, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria, si torna allo statu quo e al sistema monarchico che durerà fino alla prima metà del XX secolo e oltre. Durante il secolo XIX al governo centrale si alternano conservatori e liberali, mentre regionalmente continuano a comandare i terratenientes e, con loro, i caciques.

Questa situazione è durata fino a quando sono stati scoperti gli immensi giacimenti di petrolio e l’importanza che questa materia prima poteva ricoprire per il mondo moderno. Avrebbe potuto essere un dono del cielo, ma così non è stato. Il primo giacimento fu scoperto nel 1875 nello stato Táchira e nei terreni di un ricco proprietario che ha fondato la prima compagnia petrolifera in un paese del tutto privo di infrastrutture. La notizia della scoperta motivò la spedizione di geologi nordamericani che ben presto documentarono di quale patrimonio si trattasse, ma siccome per legge le ricchezze del sottosuolo appartenevano alla Repubblica e non ai proprietari del terreno, per gli astuti yankee sembrava non vi fossero speranze. Disgraziatamente, fra il 1908 e il 1935 il Venezuela fu governato e amministrato dal generale Juan Vicente Gómez, uomo di campagna che, durante gli anni del suo governo aveva accumulato una ricchezza incommensurabile in terreni agricoli; per lui la questione del petrolio non era di primaria importanza, per questo autorizzò le concessioni a imprese venezuelane che si associarono o vendettero alle grandi compagnie petrolifere nordamericane, prima fra tutte, la Shell, ma anche la Gulf e la Standard Oil. La febbre del petrolio svuotò le campagna, già piagate di miseria e malattie; la manodopera non ha goduto di nessuna garanzia fino alla promulgazione della Ley de Hidrocarburos strappata al governo dopo uno sciopero di 39 giorni, legge che riconobbe agli operai un aumento di salario e condizioni di vita più dignitose, compreso il diritto all’acqua fresca da bere. Va ricordato che il paese estrae petrolio ma non ha infrastrutture e per questo le compagnie lo raffinano nelle vicine isole del Caribe. L’oro nero che inquina e distrugge terre agricole, villaggi di indigeni, campagne fertili, una volta estratto, viene portato via e così arricchisce solo le compagnie petrolifere e i governanti complici.

Il Venezuela è un paese scarsamente abitato; all’inizio del secolo XX contava due milioni di abitanti, davvero pochi per un paese così grande e ricco ma privo di infrastrutture e molto arretrato sotto ogni punto di vista, afflitto da malattie proprie dei paesi poveri, incolto. Ma è anche un luogo di molte possibilità fra le quali, sorprendentemente, non c’è mai stato il turismo pur essendo un paese affacciato sul mar Caribe, pieno di bellezze naturali come il Salto Angel, con belle località sulle Ande, come la città di Mérida, ricca di fiumi maestosi.

Alla fine della seconda guerra mondiale, anche il Venezuela vive una sorta di ricostruzione, favorito dall’aumento del consumo e del prezzo del petrolio a causa della guerra in Corea e alla decisione di far entrare il paese nella modernità attraverso uno straordinario impulso alla costruzione e alle infrastrutture; diventa una delle mete preferite per le grandi ondate migratorie dall’Europa, prima e dopo la seconda guerra mondiale, di professionisti e di manovalanza, in una corsa alla modernità spinta anche da un nuovo dittatore, Marcos Pérez Jiménez (1951-1958) che favorisce una rinascita delle città, costruisce strade, aeroporti, centrali, in una febbre da nuovo ricco che finisce con l’indebitare il paese e arricchire le sue tasche. Un colpo di Stato lo caccerà dal paese originando un periodo turbolento in cui contarono anche gli equilibri della Guerra fredda. Già da tempo il Venezuela navigava nell’orbita degli Stati Uniti ma intorno al 1959, dopo la vittoria della Rivoluzione di Fidel Castro a Cuba, era indispensabile mantenere uno dei maggiori esportatori di petrolio, lontano da utopie rivoluzionarie. Chi aveva lottato contro il dittatore Pérez Jiménez venne combattuto ed esiliato mentre i partiti tradizionali, gli antichi liberali e conservatori, addivenivano ad uno storico accordo che avrebbe dovuto tenere in salvo il paese da altre dittature di qualunque colore. Si tratta del Pacto de Punto Fijo con cui i principali partiti, COPEI e AD si accordano per alternarsi al potere pensando di evitare così l’arrivo dei militari. Si tratta di un consociativismo che finisce col gestire il potere scimmiottando un sistema democratico e consentendo ai propri rappresentanti di arricchirsi a piacimento. Ne fu campione il Presidente Carlos Andrés Pérez che godette, negli anni settanta, la pacchia degli anni in cui il prezzo del petrolio venezuelano era alle stelle (Venezuela Saudita). Durante la sua seconda Presidenza, dall’89 al 93, privatizzò a man bassa e si appropriò di quanto riuscì ad incamerare, tanto da venire destituito per via giudiziaria, lasciando il timone del governo e la crisi bancaria in cui versava il paese, al Presidente Caldera che salvò le banche ma non il paese che aveva sfogato la sua rabbia nel Caracazo[5] del 1989, costato molte centinaia di morti. La situazione sembrava senza speranza: vi furono un paio di tentativi di colpo di stato, uno dei quali portato avanti da un giovane paracadutista sconosciuto, Hugo Chávez; si è trattato di un tentativo fallito pagato con due anni di carcere, assai utili per riformulare la strategia ed intraprendere un percorso che non violasse le regole della democrazia, o di quello che restava di una democrazia offesa dal patto del Punto Fisso. Rimettere in sesto un paese ormai caduto nel caos sembrava un’impresa impossibile e certo non all’altezza di Cardoso.

Nel 1998 vince le elezioni una coalizione fra AD, COPEI, il PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela) e il Movimiento V República guidato da Hugo Chávez. Giusto 20 anni fa, il 6 dicembre 1998, crolla il famigerato Patto, Caldera perde e Chávez chiama subito ad una nuova Costituzione articolando il suo programma di governo in cinque punti:1) macropolitica; 2), decentramento territoriale; 3) sviluppo umano; 4) trasformazione produttiva; 5) visione internazionale e geopolitica.

Nel 2000 conquistata la maggioranza, avvia, immediatamente, una serie di misure rivoluzionarie: 49 leggi abilitanti fra cui la riforma agraria, l’invenzione delle Misiones, la collaborazione con Cuba, la nazionalizzazione del petrolio. Il mondo politico venezuelano, abituato alle garanzie offerte da un’alleanza di ferro che garantiva una facciata democratica ma consentiva gli abusi degli interessi privati, ne resta sconvolto. Nel 2002, impresari, industriali, politici e venezuelani legati strettamente agli interessi degli Stati Uniti, a cui Chávez aveva già mostrato i denti, organizzano un colpo di stato. Arrestano il Presidente e lo imprigionano, dalla Casa di Governo in una piccola isola del Caribe dove gli ingiungono di firmare la sua rinuncia mentre a Caracas è già insediato il Presidente dell’Unione Industriali come Presidente provvisorio immediatamente riconosciuto da Santa Sede, Stati Uniti e Israele. Ma i golpisti non avevano dalla loro né i militari né il popolo di Caracas e in due giorni Chávez è di nuovo al suo posto, riportato a furor di popolo. Nel 2004 convoca un referendum revocatorio da cui esce riconfermato; da questo momento, esplode il suo programma sociale, lancia l’idea di un Socialismo del secolo XXI, perde solamente una volta, quando viene proposto un referendum per la rielezione senza limiti del Presidente della Repubblica, ma vince in una quindicina di tornate elettorali, compresa l’ultima, nel 2012 quando è già stato colpito da un cancro fulminante che ha posto termine, prematuramente, alla sua vita nel marzo del 2013. Prima di morire aveva suggerito, per la successione, il suo vice ed ex Ministro degli Esteri Nicolás Maduro al quale ha raccomandato la necessità di dare un golpe de timón (una sterzata) alla politica rivoluzionaria. In occasione delle elezioni del 15 febbraio 2009 per le riforme costituzionali e la possibilità di rielezione indefinita (le uniche elezioni perse), aveva fatto un bilancio dei 10 anni di governo e abbozzato alle intenzioni per il futuro:

“Sono dieci anni che siamo andati riempendo la storia venezuelana di senso: di senso bolivariano, aperto, popolare; di senso costruttivo, creativo, liberatore. Di fronte alla storia non ci apparteneva, altri la tramavano e noi semplicemente la sopportavamo. Eravamo semplici pedine di una macabra scacchiera disposta dall’impero e dai suoi lacchè senza patria. Questo è cambiato, ed è cambiato per sempre, da dieci anni: il Popolo erede delle grandi battaglie, incarnazione viva di tutte le nostre lotte, ha dato carne e sangue, anima e corpo a questa rivoluzione; siamo stati e siamo, tutte e tutti, un solo attore protagonista delle trasformazioni intraprese: trasformazioni che non sono ancora finite perché è indispensabile completare il sacro anelo che ci siamo imposti: avere una Patria Libera, una Patria Bella e Buona, una Patria Socialista per i nostri figli e per i figli dei nostri figli. […] Così come c’è un tempo per seminare, c’è un tempo per raccogliere […] il tempo di riempire i granai […] per un futuro che sia veramente nostro e non un semplice incidente del tempo e della vita”.

Il riscatto del Venezuela andava accompagnato, nella visione rivoluzionaria di Chávez, con la solidarietà regionale e un patto di alleanza fra i paesi dell’America Latina che, frattanto, vedeva moltiplicarsi i governi progressisti: Brasile, Argentina, Bolivia, i piccoli paesi del Caribe, il Nicaragua, l’Uruguay e, naturalmente, Cuba che, a causa della sua rivoluzione era stata esclusa da tutti gli organismi regionali a cominciare dall’Organizzazione degli Stati Americani. In questo contesto favorevole, nel 2004, all’Avana, elaborata, voluta e creata da Fidel Castro e Hugo Chávez, nasce l’Alleanza Bolivariana per l’America Latina e il Caribe (ALBA), in alternativa e in contrasto all’Area di Libero Commercio per le Americhe (ALCA) che George W. Bush voleva inaugurare a Mar del Plata in occasione della IV Cumbre de las Américas nel 2005.

E’ mia convinzione (e di gran parte dei politologi) che, quanto o più del controllo mondiale del petrolio, il neoimperialismo non abbia mai perdonato al paracadutista golpista, di aver impiegato tutte le sue energie per seppellire l’ALCA in quanto strumento neocoloniale usato a svantaggio dei paesi latini e per aver dato vita all’ALBA con tutti i suoi corollari (Banca regionale, TV regionale, ecc.). Si è trattato di un gesto enorme che ribaltava gli equilibri continentali che gli Stati Uniti, sempre più convinti della loro Dottrina Monroe –l’America agli americani- non potevano e non hanno tollerato.

Secondo l’analista argentino Atilio Boron, la crisi del capitalismo mondiale e del suo braccio finanziario e militare, gli Stati Uniti, è lenta ma irreversibile. Per questo, si è fatto ricorso ad ogni metodo di contrasto, in America Latina e nel mondo, per non perdere il controllo delle materie prime e degli assetti geopolitici. Guerre mediatiche, guerre di bassa intensità, destabilizzazioni, sabotaggi, golpes suaves, nulla è stato tralasciato, soprattutto in Venezuela. Con una particolarità: gli Stati Uniti sanno di non godere del consenso popolare nel caso di una guerra mossa da loro nel “cortile di casa”. Per questo, nel caso del Venezuela, hanno cercato e cercano di usare la Colombia per minacciare le frontiere venezuelane, ma quello Stato, pur se ferreamente legato alla politica statunitense, è dilaniato da una interminabile guerra interna e non sarebbe impresa facile passare dalle minacce e dalle condanne alla decisione di attaccare il vicino. Altri stati allineati con il vicino del Nord, come il Brasile dell’attuale Presidente Bolsonaro, il Cile, il Perù si mostrano ostili verso il Venezuela e chiedono interventi “umanitari” nelle istanze internazionali.

Dalla morte di Chávez fino ad oggi, il Presidente Nicolás Maduro, che gli è succeduto e che è stato riconfermato con risicato vantaggio e senza maggioranza in parlamento (quello che i politologi chiamano “anatra zoppa”), è riuscito a mantenere a galla l’esperienza rivoluzionaria bolivariana, confermata da nove confronti elettorali, ma non è stato un compito facile e di errori ne sono stati commessi. Come è evidente, un governo attaccato su tutti i fronti da nemici interni (divisi e inconcludenti) e nemici esterni molto potenti e decisi, deve navigare sempre in acque agitate. La situazione finanziaria del paese è disastrosa; con la nuova moneta, il Petro, e la recente svalutazione, si cerca di far fronte ai continui attacchi: esportazione di moneta, cambi illegali, giochi del mercato; grave è la crisi alimentare a causa di speculatori ed accaparratori; irrisolta è l’intricata questione del petrolio, non del tutto pubblico. L’economista Pascualina Curcio[6], dell’Università di Caracas, ci ricorda che il 16% della produzione nazionale è di petrolio, mentre l’84% riguarda l’industria, i servizi pubblici, il commercio, la costruzione e l’agricoltura. Ciò significa che il Venezuela non è più un paese monoproduttore, tuttavia resta un paese monoesportatore che importa grano, malto e il 91% dei legumi che potrebbero invece essere coltivati nel paese. Gli importatori privati chiedono allo stato dollari a tasso preferenziale e solo il 10% delle aziende private produce alimenti.

Maduro è riuscito a dare risposte anche in situazioni drammatiche come le cruente manifestazioni di piazza, le guarimbas del 20017, quando il paese sembrava sull’orlo della guerra civile. Il Presidente ha convocato le elezioni per un’Assemblea Costituente, ha aggirato la strategia dell’opposizione che ha bloccato i lavori del parlamento per mesi, ha disarmato la MUD (Mesa de Unidad Democrática), una precaria alleanza dei vari gruppi di opposizione, attualmente molto frammentata, fronteggia l’iperinflazione con la criptomoneta digitale. La sua politica estera multicentrica e multipolare ha ricevuto, nei giorni scorsi, l’importante appoggio del nuovo Presidente del Messico, Lopez Obrador, che lo ha voluto nella cerimonia di insediamento nonostante l’opposizione dei capi di stato latinoamericani allineati con gli USA. Non si tratta di una questione formale: AMLO ha esordito con un gesto di disobbedienza verso il potente vicino del Nord, aggravato dall’invito al Presidente di Cuba, Díaz Canel, e, secondo quanto ha insegnato l’esperienza, questi gesti si pagano cari. Dal 2015 il Presidente Barak Obama ha inflitto sanzioni personali a vari membri del governo venezuelano, i loro fondi sono stati bloccati mentre l’intero paese è stato dichiarato “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e per la politica estera degli Stati Uniti”.

Maduro è stato rieletto a maggio per un altro settennato ma con un’astensione del 50% e ad agosto di quest’anno, durante una cerimonia ufficiale, Maduro è stato oggetto di un attentato con drone; il governo venezuelano ha accusato la Colombia che, naturalmente, nega. In una conferenza stampa del 12 dicembre 2018, ha accusato con nomi e cognomi i complottisti che, su mandato di Bolton e con la collaborazione della Colombia, stanno organizzando un colpo di stato. Ha fatto un appello alla solidarietà internazionale affinché il Venezuela non fosse lasciato solo come è accaduto al Cile di Allende; ha esortato i mezzi di comunicazione a riportare queste sue parole di accusa e a non coprire con un silenzio colpevole, la sua denuncia.

Caduto il muro di Berlino, dichiarata la fine delle ideologie, seppellito il socialismo, dal Mondo Nuovo, dalle Americhe, il presidente Chávez ha avuto il coraggio di parlare di un nuovo socialismo, quello del secolo XXI.

Ha parlato da un paese senza passato, senza futuro che è storicamente vissuto dello sfruttamento del presente; un paese ripopolato da emigranti che ne hanno fatto terra di rapina e che, dopo il fallimento del sogno bolivariano, hanno spogliato il paese delle sue ricchezze. Entrando nel secolo XXI, il Venezuela di Chávez ha scommesso sul futuro intraprendendo un cammino rivoluzionario irto di spine, ne era consapevole ma sosteneva di stare “uscendo dalle catacombe” e che era doveroso fare “ogni sforzo per stabilire una società democratica, partecipativa e protagonista, multietnica e pluriculturale, in grado di consolidare i valori della libertà, l’indipendenza, la pace, la solidarietà, il bene comune, l’integrità territoriale, la convivenza e l’impero della legge per questa e per le future generazioni”, come recita la Costituzione Venezuelana.

La morte di Chávez ha costituito una perdita incommensurabile. Il Presidente Maduro ne ha raccolto l’eredità con lealtà e testardaggine. La sua gestione è esecrata dai media allineati all’impero (cioè alla stragrande maggioranza dell’informazione), il silenzio cancella e annulla ogni, lodevole iniziativa, non mancano i compagni di strada che ne criticano la gestione. Se mi è lecito un parere personale, sono sicura che “la historia lo absolverá”.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Pietro Armenti, Antonio Pagliula, L’altra America, Ed. Arcoiris, Salerno, 2009, p. 81. L’autore aggiunge: “La terra che fu di Bolívar non può tracciare nessuna rotta latinoamericana, perché l’America Latina non si riconosce in lei, nella sua fortuna, nel suo carattere nordamericano. E’ l’unico paese a non avere praticamente emigrazione (gli immigrati li hanno), laddove l’identità del subcontinente è in viaggio.”

[2] – Carta de Lope de Aguirre a Felipe II, Rey de España: “Bada, bada, Re spagnolo, a non essere crudele con i tuoi vassalli, né ingrto, infatti mentre tuo padre e tu ve ne stavate nei Regni di Castiglia, senza nessuno spavento, i tuoi vassalli ti hanno dato, a costo del loro sangue e del loro patrimonio, tanti regni e signorie quante ve ne sono da queste parti. Bada, Re e Signore, che non puoi possedere col titolo di Re giusto nessun interesse da queste parti dove non hai rischiato nulla, senza che prima siano ricompensati quelli che ci hanno faticato.”

[3] – Quando la battaglia sembrava persa e gli insorti cominciavano a ritirarsi, fu il grido di Bolívar “Vuelvan caras!” a sovvertire l’esito del combattimento e a determinare la disfatta spagnola.

[4] – Sconfitto e deluso, il Padre della Patria, Simón Bolívar ebbe ad esclamare: “Hemos arado en el mar!”.

[5] – Nel febbraio del 1989, Carlos Andrés Pérez annuncio drastiche misure economiche, scatenando la rabbia dei più indifesi. Furono due giorni di assalti ai supermercati terminati con una repressione cruenta: un migliaio di morti e migliaia di feriti. Caracas fu il centro di questi disordini.

[6] – Pascualina Curcio in “Il Venezuela in cifre” (rivista El Moncada, nn. 5-6, dic. 2017), si chiede: “Che spiegazione possono dare gli economisti neoliberali di una svalutazione del bolívar dal 2013 di 558.035.614%? Io dico «attacco alla moneta». Si dice che la causa dell’iperinflazione sia l’emissione di denaro senza controvalore. […]Gli industriali hanno fatto un gran protestare per liberare il mercato cambiario. Hanno fatto pressione sostenendo di non avere dove fare transazioni di divisa e per questo non la facevano rientrare. Sono arrivati a dire che la liberazione avrebbe fermato l’attacco al bolívar perché sarebbero rientrati i capitali. Ora che è stato liberato, dicono di non avere divisa, dicono che lo Stato dovrebbe iniettarle”.

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