Marcelo Colussi* – Guatemala: trionfo popolare! (o, trionfo popolare?)

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Il Congresso della Repubblica, all’unanimità ha appena tolto l’immunità al presidente Otto Fernando Pérez Molina. Adesso, come qualsiasi cittadino, potrà essere processato per i presunti delitti a lui imputati. Cosa significa questo per il campo popolare? Certamente un guadagno, forse minimo al principio, ma di grande potenzialità.

La struttura del paese non cambia sostanzialmente con questo provvedimento. Se il presidente verrà giudicato colpevole dei delitti che si presume abbia commesso, legati alla corruzione, rubando fondi pubblici (il tema della sua partecipazione alla guerra sporca come massacratore della popolazione civile non viene toccato), potrebbe finire in prigione, come è successo adesso con la ex vicepresidente Roxana Baldetti. Ciò non modifica la storia della società guatemalteca, ma indica un cambiamento politico culturale molto importante.

Si possono dare due interpretazioni degli avvenimenti e l’una non esclude l’altra. Da un lato, prenderla come una giocata della destra, orientata da Washington. Come accade in tutta l’America Latina la situazione generale non può essere compresa fuori dalla logica della geostrategia dei capitali statunitensi guidati dal suo Potere Esecutivo, che da più di un secolo considerano la regione come il cortile di casa. In questa occasione, i piani imperiali cercano di mettere in moto un’iniziativa chiamata “Alleanza per la Prosperità” nel Triangolo Nord del Centramerica (Guatemala, Honduras e El Salvador), che garantisca “governabilità” politica e tranquillità agli investimenti stranieri, per il clima degli affari. La regione, come è noto, è fra le più disuguali del mondo, con alti indici di violenza e un crimine organizzato che si è impadronito delle strutture di governo; In Guatemala, infatti, il crimine organizzato ha cominciato a governare in questi ultimi anni, essendo Pérez Molina un operatore di queste mafie legate ad “affari sporchi”, come il contrabbando, il narco, il traffico di persone, ecc. D’altra parte, per capire la logica in gioco, gli industriali hanno amministrato il paese come se fosse una grande azienda agricola, presentando il secondo carico fiscale più basso del continente dopo Haiti. L’impunità regna tranquilla.

Questa situazione crea troppa pressione nella pentola che potrebbe scoppiare. Per la strategia dell’impero sarebbe inammissibile nella sua frontiera Sud, da cui la necessità di scrollarsi di dosso queste mafie impresentabili. Secondo informazioni riservate provenienti dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Guatemala, circolate a metà dell’anno scorso, era già pronto il copione in cui, finito il suo mandato, l’attuale presidente e l’attualmente detenuta vicepresidente sarebbero stati estradati in territorio statunitense per la loro complicità in casi di narcotraffico. Tutto indica che questo potrebbe accadere a breve. La destra imprenditoriale del paese (raggruppata nel CACIF) socia di minoranza dell’ambasciata –sia in campo economico che politico- si unisce a questa guerra contro le mafie e in questo momento si permette di agitare la bandiera contro la corruzione.

Stando così le cose, la grande mobilitazione popolare contro la corrotta classe politica che si è vista in questi mesi –genuina, spontanea- ha condotto all’attuale situazione di possibile reclusione del principale operatore delle mafie: il Presidente della Repubblica. E dopo, che succederà?

Fra pochissimo, il 6 settembre ci sono le elezioni generali. Con una sinistra praticamente resa invisibile nella campagna elettorale, tutto sembra indicare che avremo ancora “un po’ della stessa cosa”. L’offerta dei partiti non convince i cittadini che la sentono come la stessa corruttela di sempre. Per questo si prevede un grande astensionismo o forse una grande percentuale di voti nulli. La popolazione sia urbana che rurale è del tutto delusa da questo sistema politico. La “democrazia” che viviamo nel paese da quasi 30 anni non ha cambiato di una virgola la situazione di povertà cronica e di esclusione delle grandi maggioranze. E non cambierà, indipendentemente dal candidato che vincerà le prossime elezioni.

In questo senso, la possibile sentenza e condanna di Pérez Molina non porterà nessun cambiamento strutturale. Addirittura gli industriali potrebbero uscire rinforzati dalla sua reclusione, facendosi passare per sentinelle di una lotta alla corruzione. Fra l’altro, nella denuncia della struttura di frode tributaria che colpisce presidente e vice (la Linea) non viene implicato nessun industriale.

Per questo, possiamo adesso fare un’altra lettura di tutto questo: è probabile che vi sia un copione scritto dalla Casa Bianca che è stato seguito alla lettera, avendo come operatore la CICIG (Commissione Internazionale contro l’Impunità in Guatemala)

Ma tutto questo non toglie nulla alla mobilitazione popolare che si è scatenata. Probabilmente si era cercato, come per la Primavera Araba o per le “rivoluzioni democratiche colorate” dell’Europa dell’Est, una mobilitazione civica pacifica che togliesse di mezzo un simbolo come Roxana Baldetti. Solo questo. Invece la realtà è andata oltre. In altre parole, non ha rispettato il copione.

Settori popolari che per anni erano stati in silenzio, imbavagliati, impauriti da quel che avevano vissuto nella passata guerra, hanno cominciato a protestare. La gente è scesa in piazza. La mobilitazione si è estesa perfino nelle zone rurali. E’ nata una coscienza popolare solidale, antigovernativa, ribelle, sanamente irriverente. Settori di giovani, fino ad ora smobilitati, hanno cominciato a far sentire a loro voce.

Togliere di mezzo un presidente corrotto non cambia la storia di un paese (è successo in Argentina con Menem, in Brasile con Collor de Melo, in Perù con Fujimori). Il significato storico di quel che sta succedendo ora in Guatemala apre ad un altro tipo di speranza: lascia intendere che “la storia non è finita”, che la gente umile può scendere in piazza e protestare, e questo porta delle conseguenze. Certo, domani potrebbe essere tutto uguale, soprattutto con queste inquinate e perverse elezioni che sono ormai prossime, in buona misura finanziate dal crimine organizzato. Ma si è aperta una finestra di speranza. E questo è veramente importante!

Per il campo popolare, per noi che continuiamo a pensare che ci sono molte cose da trasformare, per noi che pensiamo che un altro mondo è possibile, la mobilitazione delle grandi masse popolari è sempre motivo di speranza. La ritirata di un presidente corrotto è solo un incidente; la cosa buona è che potrebbe accendersi altri fuochi.

La storia non è già scritta. Siamo noi, quelli che non hanno niente da perdere, a forgiarla.

* Scrittore e politologo argentino. Vive in Guatemala.

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