Maité Pinero* – A Cuba non passeranno

10978489_10203124329939406_5158089211623053874_n

Come militante del Partito Comunista Francese, sono solidale con Cuba. Come militante di un partito rivoluzionario, penso che Cuba ci abbia dato molto più sostegno di quello che noi abbiamo dato a lei.

Perché? Perché l’esistenza di Cuba è una sfida permanente all’ordine del mondo, la prova che i valori che noi difendiamo, di giustizia, di uguaglianza, di libertà, di solidarietà non sono solamente delle bandiere ma degli scudi quando vengono difesi e praticati. La prova che Davide può vincere Golia. La storia della rivoluzione cubana è quella della resistenza di un popolo di undici milioni di persone.

Contro il blocco più lungo, più rigoroso e più ingiusto della storia.

Contro un’interminabile campagna di terrorismo, con il momento apicale dell’invasione del 1962, e innumerevoli attentati.

Contro una perpetua campagna internazionale di menzogne che autorizza tutte le insensatezze e si priva del lusso di riflettere e di pensare.

Oggi ci si rallegra per la riapertura delle ambasciate e c’è bisogno di battagliare per spiegare che l’embargo non è stato ancora tolto. L’attualità fa dimenticare che questi cambiamenti della politica degli Stati Uniti sono una grande vittoria cubana.

Bisogna tornare agli anni 90. Dopo la scomparsa del campo socialista Cuba, avamposto del socialismo nell’emisfero occidentale, sembrava condannata. Cuba perdeva l’85% del suo commercio estero, la caduta del 35% del suo PIB, l’abbandono e la chiusura delle sue fabbriche. Per la popolazione, il ritorno alla tessera di razionamento, il rompicapo lancinante e triviale della quotidianità, le interruzioni di elettricità, il trasporto. Il consumo quotidiano di calorie passava da una media di 3.000 a 1.900 al giorno.

Nello stesso tempo, gli Stati Uniti rafforzavano l’embargo con lo scopo confessato di affamare il paese: l’isola era più isolata che mai. I sandinisti del Nicaragua avevano perso le elezioni. Dopo l’invasione del Panama, i guerriglieri del Frente Farabundo Martí de Liberación Ncional nel Salvador, sembravano condannati. E in tutta l’America Latina, nelle colonne dei giornali, gli economisti piangevano il decennio perduto, quello degli anni quando i Chicago Boys imponevano il liberalismo in tutto il paese. Ricordiamoci del Cile, dell’Argentina venduta all’asta, delle sommosse provocate dalla fame, ovunque. Ovunque, ma non a Cuba.

Nel 1992, all’ONU, solamente 59 paese avevano condannato l’embargo (l’anno scorso 188). In quegli anni ricominciarono gli attentati all’Avana per impedire lo sviluppo del turismo.

L’Unione Europea interruppe i rapporti diplomatici in nome dei diritti umani. Robert Menard, alla testa di Reporters sans frontières, orchestrava le campagne di denigrazione. A Parigi, Roma o Madrid, impossibile entrare in una libreria senza trovarci pile di libri di una scrittrice che aveva frequentato per molto tempo le case de L’Humanité e de L’Unità all’Avana, ma che una volta a Parigi, incitava a piazzare una bomba sul dittatore. L’hanno fatta Cavaliere della Legion d’Onore. Il Tout Paris condannava Cuba fra due coppe di champagne.

Ci dicevano allora che sarebbe finita in un bagno di sangue e che era proprio difficile difendere Cuba. Perfino nelle fila del mio partito, perfino sulle colonne del mio giornale, questo argomento suscitava polemiche e ci si scontrava duramente. Cuba era isolata e gli amici di Cuba si sentivano isolati.

Durante quegli anni, anche grazie ai cambiamenti in America Latina, Cuba ha aperto il catenaccio, ha dato impulso e ha partecipato all’integrazione latinoamericana con la creazione dell’ALBA, di UNASUR, della CELAC, isolando il progetto statunitense del Trattato di Libero Commercio di cui fanno parte solo gli USA, il Canada e il Messico.

Durante questi anni difficili, Cuba ha mantenuto il suo progetto sociale. L’istruzione gratuita, la cultura generalizzata, la ricerca di avanguardia e pure questa medicina solidale che ha meritato la gratitudine dell’ONU e ha occupato i titoli dei giornali di tutto il mondo nell’emergenza dell’epidemia di Ebola. Malgrado le contraddizioni generate dallo sviluppo del turismo, la doppia moneta, malgrado la crisi risolta dei balseros, Cuba si è sviluppata, ha inventato e attirato gli investitori.

Cuba ha resistito. Ma al di là di questa costatazione, la domanda appassionante e che ci concerne, è questa: come hanno fatto? Cosa possiamo imparare da loro e che ci sia utile?

Cuba non è una società perfetta, ancor meno una fotocopia tropicale dello stalinismo. E’ un paese alla ricerca, che va a tentoni, che vive e che commette errori, che li paga e li corregge. E soprattutto è un paese che rifiuta di vendersi e di diventare una nuova stella della bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti.

Quando si sta, anche se per poco tempo, a Cuba, tralasciando le idee preconcette da europei e anche da comunisti francesi, quando uno guarda senza i suoi occhiali da turista, ci si rende conto che c’è sempre un Mambí che cavalca nei pressi. Anche nel più critico dei cittadini cubani c’è questa idea: se pensiamo a come eravamo e come siamo diventati …

Cuba che vuole costruire una società socialista durevole ha costantemente sposato questo progetto con la sua lotta di liberazione nazionale. E’ il suo segreto, il suo successo e un appassionante argomento da dibattere e da studiare.

E anche un’altra cosa. Dopo che Obama ha dato il permesso, Cuba è diventata una destinazione turistica più grande di prima. Se ne volete sapere di più sulla sua resistenza, cambiate il vostro itinerario e passate per Haiti. In nome della bandiera bianca, rossa e blu ereditata dai nostri sans coulottes sono state commesse, purtroppo, molte infamie e una di queste si chiama Haiti. Andate a Port au Pince, andate a Cité Soleil, Cité Carton e Cité gelatine, e subito dopo andate a Cuba. Il paese della prima colonia francese a liberarsi, la prima repubblica negra del mondo, non ha finito ancora di pagare l’esempio che aveva dato al mondo. E noi francesi gli abbiamo fatto pagare in oro la loro libertà. Tutte le campagne di tutte le ONG dopo il terremoto non potranno mai essere sufficienti a cancellare il crimine.

I cubani sono tutti discendenti di schiavi. Essi dicono di sé : “negros hechos blancos”, negri sbiancati. Haiti è a qualche miglia dalle loro coste.

Credete che non lo sappiano? Dietro le dichiarazioni diplomatiche, ben lisciate, cortesi ed educate, c’è l’odio immenso dei capi dell’impero. I cubani sanno che se piegassero anche solo un ginocchio davanti a questi signori del nord, questi ultimi gli farebbero pagare ogni secondo, ogni alito di resistenza, fino alla fine dei tempi. E dunque: no, questa disgrazia immensa che sarebbe anche, infinitamente, nostra, non arriverà mai. A Cuba non sono passati. A Cuba non passeranno.

*  Maité Pinero è stata per molti anni corrispondente dell’Humanité a Cuba e in Centro America. Ha vissuto pericolosamente in Salvador, in Nicaragua e in Guatemala.  Essendo le due uniche rappresentanti di testate comuniste di paesi occidentali, abbiamo lavorato insieme in grande sintonia e con reciproco vantaggio.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in ARTICOLI TRADOTTI e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.